Prova ad uscire con degli expat in giro per il mondo.

La prima cosa che ho fatto appena atterrata a Bali è stata comprarmi una sim per il cellulare (vittima del 2.0), comunicare con i locali non è una cosa facilissima, specialmente se cercano di spiegarti soluzioni di business, una ragazza si avvicina e mi inizia a consigliare come fare, che pacchetto scegliere, dopo circa 10 minuti che parliamo in inglese, mi chiede di dove sono, risultato? è di Napoli, come me, amica di un ragazzo che conosco di Roma e vive a Bali! Piccolo il mondo eh? [non per essere campanilisti]ma i napoletani si sa sono ospitali e gentili, quindi mi dice “ti faccio uno squillo, così hai il mio numero e usciamo”!

Detto fatto! Il giorno dopo ero con lei e degli altri ragazzi expat a bere gin lemon al Petitenget, italiani francesi, australiani, canadesi, paesi diversi della terra confluiti sulla stessa piccola isola. Ma come si vive a Bali?

La sera successiva ero ad una festa di compleanno di altri loro amici e poi a ballare, un gruppo di 6, tutti expat tranne me!

Pandawa Beach Bali
Pandawa Beach Bali

Ho iniziato a fare qualche domanda a capire le storie che hanno. La maggior parte di loro sono sotto i trenta o qualcuno di più, è dall’età di 18 anni che vivono all’estero, quasi tutti hanno una tappa a Londra, come se la capitale britannica fosse la frontiera per l’apertura mentale, forse è semplicemente un luogo che ti da forza. Ti insegna la lingua e a cavartela in una città non proprio ospitale, ma si sa l’unione fa la forza e soprattutto ti da la forza, la forza di sopportare orari di lavoro estenuanti, lavori umili, corsi universitari in una lingua poco più che incomprensibile e a vivere magari in zona 7 (ovvero sulla luna) per spendere qualche pound in meno. Tu non lo sai, ma mentre sei li ti crescono le spine, la corazza, insomma diventi più forte o meglio resiliente, vuol dire che ti puoi ferire ma che difficilmente ti rompi.

Al bancone del bar parlavo con Michele, il manager del Potato Heat, uno dei pool beach club più esclusivi di Seminyak, mi presenta Remì un suo amico che era appena venuto a trovarlo “Ci siamo conosciuti a Shanghai grazie ad un amico in comune di Londra, lui era in Asia e ha fatto un salto a trovarmi!” Ci sono persone per le quali le distanze sono qualcosa di ininfluente, ho sempre pensato che fosse così anche per me, forse in parte lo è, ma non come chi vive da expat da anni. In quale punto della mia vita ti ho incontrato, che cammino abbiamo fatto insieme? Basta poco quando si vive all’estero per diventare ottimi amici, basta condividere il luogo, lo spazio e forse in parte anche la cultura, che spesso può essere molto diversa dal paese che ti ospita. Nei luoghi esistono due diversi livelli di vita, quello dei locali e quello degli expat, ce ne è uno più vero dell’altro? No, sono solo diversi! In molti paesi è quasi impossibile confondersi con i locali per lungo tempo, si ha bisogno di avvicinarsi ai simili, come sempre nella vita del resto, così si creano delle subculture. Come ieri sera al Petitenget non c’erano turisti c’erano solo gli expat di Bali, quelli che in realtà Bali l’hanno creata o come direbbe Pippo Baudo: inventata. La maggior parte dei turisti non vengono qui per i templi e le risaie o almeno non solo, altrimenti potrebbero andare sulle altre 16.999 isole del Indonesia; vengono qui per lo stile di vita, lo stile che hanno portato gli occidentali, ossia gli expat.

Non è la prima volta che esco con expat, anzi direi che lo faccio quasi sempre, perché trovo sempre un amico o amico di amici che vive nella parte di mondo dove mi trovo, ma forse è la prima volta che mi soffermo a pensarci. Direi che gli expart hanno una marcia in più. Si parla sempre di fuga dei cervelli, perché il nostro paese non offre tante possibilità lavorative, ma non credo sia sempre ed esclusivamente così. In giro per il mondo si incontrano tanti stranieri e non direi che siano sempre necessariamente dei “cervelli”, ma direi che hanno una forza caratteriale che chi resta a casa non ha. E’ un po’ come dire che i forti se ne vanno, non cercano necessariamente “carriera”, sono solo mossi da un energia che li spinge avanti e senza che se ne accorgono mutano in una dimensione parallela che li rende “speciali”. L’apertura mentale e “le palle” che può avere un ragazzo che ha fatto il manager di un ristorante a Hong Kong e a Mubai non l’avrà mai uno studente della Luiss! Credo che nella vita valga la pena viaggiare e conoscere persone come così, per scoprire che fuori c’è un altro mondo. Può sembrare scontato, ma non lo è, mi metto in prima persona, quando avevo 18-20 anni nn sapevo niente di tutto ciò, avevo un immaginario che non corrispondeva alla realtà di tutto quello che era il vivere e lavorare all’estero, di quanto potesse cambiarti ed aiutarti di più di uno stage non retribuito a Roma, ma questa è un’altra storia. Andate fuori e parlate con tutti, c’è sempre da imparare!

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