viaggiare in bus in Honduras

La vera storia di un coyote: contrabbandieri di persone.

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Da preda a predatore. La vera storia di un coyote.

Dico spesso che i viaggi in bus sono sempre un’avventura in America Centrale e ogni tanto regalano pure incontri insperati ed estremamente interessanti come quello che toccò qualche mese fa in Honduras. Stavo per partire da San Pedro Sula in direzione della capitale Tegucigalpa e quando ero ormai convinto di poter fare un viaggio comodo saltò sul bus un giovane che venne a incastrarsi tre me e una grassa e logorroica  infermiera. Il ragazzo non attirò particolarmente la mia attenzione. Era magro, con la pelle color caramello, capelli neri, occhi neri. Portava un paio di jeans una semplice maglietta. Un honduregno qualunque. Fino a quando non mi raccontò la sua storia.

viaggiare in bus in Honduras

Qualsiasi scusa è buona per attaccar bottone, soprattutto quando ormai il ghiaccio è stato rotto dal contatto fisico obbligato. Se poi sei l’unico bianco di tutto il bus e ti porti dietro uno zaino, non è nemmeno complicato trovare qualcosa da dire (o chiedere).

“Sei gringo?” mi dice. Rido, “no, sono svizzero.” “Ah, è che sembri gringo, così bianco e con i capelli chiari”. “Bè grazie, ma anche in Svizzera siamo bianchi e abbiamo i capelli chiari, sai?”

Non c’era nessuna malizia nelle sue parole. E una volta di più perdonai mentalmente l’avermi scambiato per un nordamericano (non precisamente un complimento da queste parti). Quella mattina io ero particolarmente stanco ma lui aveva voglia di parlare. Così la conversazione andò avanti.

Dopo avergli spiegato da dove venivo, dove andavo e perché. Dopo aver risposto alle domande esistenziali, insomma, mi chiese: “Sei già stato negli Stati Uniti?” C’ero stato, ma non so bene perché – mi è capitato più volte in Centro America -, risposi di no. Lui c’era stato due volte negli USA, entrambe le volte riuscì ad entrare illegalmente ma il destino volle che in entrambi i casi la polizia lo prendesse e lo rispedisse al mittente. L’odissea che deve sopportare un latinoamericano per raggiungere la terra promessa è da film dell’orrore. La via ufficiale è proibitiva per la maggior parte della gente. I costi sono altissimi e le possibilità di essere accettati in casa dello zio Sam sono esigue. Inoltre, in caso di visto negato, i soldi non sono restituiti. Potete immaginare cosa vuol dire mettere assieme almeno 5000 dollari per una persona che, con ogni probabilità non arriva a guadagnarne 200 al mese? Vista l’inaccessibilità della via legale, molti ricorrono all’alternativa illegale: meno cara ma tremendamente più pericolosa.

Per due volte il mio amico decise di tentare la via illegale. Nemmeno in questo caso il viaggio è gratis perché bisogna pagare il pizzo alla mafia; tutta la zona è in mano ai narcotrafficanti. Una volta arrivati in Messico gli emigranti perdono qualsiasi valore come uomini e si trasformano in mera merce. Questo è uno spietato traffico di persone, con tutte le conseguenze che comporta. L’unica maniera per raggiungere la frontiera è affidarsi  alle guide, i cosiddetti coyotes, contrabbandieri che accompagnano un gruppo da un punto all’altro. Ovviamente lo fanno in cambio di soldi e il loro compito è portare la gente fino a qualche punto strategico alla frontiera, quasi mai oltre. Dietro c’è un vero e proprio business in cui tutti guadagnano qualcosa, meno gli immigrati. Il coyote esige i soldi prima di partire, ma oltre al denaro questa gente mette nelle sue mani la loro vita. E questo il coyote lo sa benissimo.

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Il racconto del mio compagno di viaggio è impressionante, mentre lo ascolto parlare la mia mente inizia a creare immagini su immagini, riproduce il racconto come se fosse un film. E così m’immagino la disperazione della gente, la paura costante di essere scoperti dalla polizia o di essere traditi dallo stesso coyote, la speranza in fondo al cuore di essere tra i fortunati che ce la faranno.

L’ultima volta il mio vicino di posto ha trascorso quattro anni negli USA. Viveva e lavorava come molti altri clandestini. “Nonostante tutto” – mi assicura – “facevo una vita normale e migliore di quella che avevo qui in Honduras.” Poi mi parla degli altri latinos che ha conosciuto nel suo girovagare da uno stato all’altro. È piuttosto critico nei loro confronti, dice che non cercano nemmeno di mantenere un profilo basso, anzi, molti bevono, guidano ubriachi e non riescono ad adattarsi alle abitudini statunitensi. Anche questo è scioccante, pensare che una persona riesca a vivere una vita normale pur sapendo di non avere i documenti per restare nel paese. Tutto quello che mi raccontava, mi affascinava. Divoravo le sue parole e continuavo a ricreare immagini nella mia testa. Quando non ce la feci più, glielo chiesi: “Se sei qui significa che qualcosa è andato storto. Cos’è successo?” La sua risposta mi lasciò sbalordito. Ancora oggi mi capita di pensarci. “Mi hanno fermato perché uno dei fanali retrovisori della mia macchina non funzionava”. Così, per una fesseria come una lampadina bruciata, finisce il sogno americano. E ricomincia l’incubo: prima la prigione negli Stati Uniti, “ti mettono dietro le sbarre fino a sei mesi prima di estradarti nel tuo paese”, e poi dover ricominciare tutto da capo.

Honduras_Tigre

Intanto il viaggio verso Tegucigalpa continuava, ancora non sapevo se ce l’avrei fatta a prendere il bus successivo, ma in quel momento tutti i miei pensieri erano rivolti al mio compagno di viaggio. Tristezza, pena, rabbia, sconcerto, ammirazione. Quante emozioni provavo per lui in quel momento. Poi però qualcosa cambiò. Non era il suo tono e nemmeno la sua attitudine nel raccontare quella parte della sua vita. Erano le parole che disse e quello che significavano per me. Iniziò affermando che per il momento non gli andava così male, che era appena tornato dal Guatemala – mi regalò pure un quetzal guatemalteco per ricordo – e che stava tornando a casa. Mi disse che era una guida. Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Di colpo tutto cambiò. Lui chiamava guida, quelli che io conoscevo come coyotes. Come se nel deserto quella gente ci andasse per turismo. Di colpo passò dall’altra parte della barricata. Anche lui faceva parte del business ormai. Poteva anche darsi che fosse uno di quelli che prima si fa dare i soldi e poi abbandona la gente al loro destino, spesso alla morte. Mi spiegò che anche la vita del coyote è complicata, si guadagna abbastanza bene ma bisogna sempre fare attenzione a non pestare i piedi delle persone sbagliate. Sembrava si stesse giustificando, come se per un momento mi avesse letto nel pensiero. Mi disse che i veri padroni sono i narcos, sono loro che muovono i fili. Il film nella mia testa continuava, ma i ruoli ormai erano cambiati, ora il protagonista era quello che puntava la pistola contro un gruppo di fuggitivi terrorizzati. L’emigrante si era trasformato in guida. La preda in coyote.

Poco prima di arrivare a destinazione si alzò, mi salutò gentilmente e scese dal bussino. Non saprò mai che tipo di persona fosse. Non saprò mai che tipo di coyote fosse. Non saprò mai nemmeno il suo nome, non ce lo siamo mai detti. Aveva cose ben più importanti da condividere con me quel giorno.

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