Viaggiare da soli, viaggiare “liberi”, Paolo e il suo primo viaggio in Spagna

In Spagna in solitaria

All’ennesimo “no” dell’ennesimo amico, più per delusa rabbia che per programma, andai al pc e lo accesi con tutta l’intenzione di chiudere questa storia che si trascinava per mesi, prenotare un volo, un hotel e andare. Io, da solo, punto e basta. Per fortuna sono tanti i voli per la tratta da Napoli a Madrid e ne presi uno a poco prezzo; anche sull’hotel volevo ben risparmiare, interessandomi poco alla qualità e alla posizione: mia intenzione era solo restare una notte in città e la mattina seguente  partire. La mia idea era quella di arrivare da Madrid a Lisbona passando, lungo il tragitto, per Talavera de la Reina, Cáceres, Badajoz e infine Lisbona. Divieto di treno, tranne che per emergenze. Il tutto entro tre giorni. Volo di ritorno: da Lisbona a Napoli.All’inizio, quando esposi il progetto ad amici a destra e a manca, avevo almeno cento amici pronti a partire con me. Quando si trattava di prendere il volo, scuse e problemi a destra e a manca. Quindi, la decisione avventata del viaggio in solitaria. Non nascondo di aver provato una vaga sensazione di paura, quando alla mia casella e-mail giunse la conferma del volo. Era fatta, non ci si poteva tirare indietro.

Talavera de la Reina
Non avevo mai fatto un viaggio da solo, o almeno, non un viaggio di più giorni in terra straniera. Cercavo di concentrarmi sugli aspetti positivi per scacciare quello che più, credo, spaventi il viaggiatore solitario o quantomeno il novello viaggiatore solitario: la solitudine. Quali vantaggi? Beh, in mente scorreva una lista varia, di più punti. Gli orari saranno un problema tutto e solo mio, si andrà dove vorrò io e non dovrò discutere con alcuno, se vorrò silenzio mi basterà semplicemente non parlare. In effetti, più mi ripetevo questi mantra, più mi chiedevo perché mai non avessi scelto fin dall’inizio di viaggiar solo? Stranamente, un’altra sensazione, questa volta negativa, che si faceva largo nel mio cuore era l’idea che le bellezze e le avventure che avrei visto e vissuto sarebbero state belle di meno se non condivise. Buffo – pensavo – se con-divido un’avventura, raddoppia il suo valore: contro ogni logica, no ? Questi pensieri affollavano il mio capo come le frotte di nubi che l’aereo attraversava e quando l’aereo atterrò a Madrid mi trovai come sbalzato dal sogno alla realtà: era tutto vero, l’avevo fatto. Solo, in Spagna, con un solo amico, me. Il mio italo-spagnolo di bassa lega funzionava benino: il tassista mi portò nella stamberga che avevo prenotato e riuscimmo finanche a scambiar due chiacchiere. Posai lo zaino, tutto sommato leggero, e decisi comunque di non negarmi un giro per la città, sebbene il mattino dopo sarei voluto partire di buon’ora. Ma a Madrid già c’ero stato due volte e non era per la pur bella movida cittadina che ero lì. Mangiai qualcosa che non compresi, bevvi una birra e con essa le preoccupazioni, quindi mi ritirai, in preda ad una stanchezza dal retrogusto ancora di incredulità.
Il giorno seguente il sveglio si svegliò e quasi a mo’ di mentore e guida, svegliò accarezzando anche me, delicatamente sulla guancia. Mi ci volle qualche minuto buono per riappropriarmi di presenza e convinzione, ma chissà quale folletto rifornì il mio zaino di baldanza e coraggio. O forse fu solo merito della cioccolata. Serotonina, mille grazie.

TALAVERA DE LA REINA

Tramite road-sharing, viaggiai con un tipo fino a Talavera. Lì ebbi una prima impressione di ciò che poi si sarebbe rivelato vero di lì a qualche giorno. Viaggiare da soli dà l’innegabile vantaggio di stare in silenzio e godersi il Creato in intima comunione. E questo avrei voluto durante il tragitto, magari fermarmi qualche volta, sostare, ascoltare un bosco, la sola voce di una radura. Il guidatore, invece aveva una gran voglia di parlare e per tutto il tragitto non la finì di chiedere e parlare, a volte chiedersi e rispondersi. Arrivato a Talavera, ordinai i miei pensieri col calore di una zuppa. Feci un giro per la città che, in tutta onestà, oltre ai Giardini della Alameda e alla Basílica del Prado, non m’impressionò particolarmente. Acquistai una cartina cittadina, che aveva anche molte indicazioni più generiche. Mi colpì la bella recensione su Guadalupe, in Estremadura. Fuori tragitto, fuori percorso. Già. E poi mi venne in mente che non dovevo renderne conto a nessuno. Che in emergenza avrei potuto prendere il primo treno per Lisbona ed essere puntuale per l’aereo. Ma che fino a quel momento era assolutamente libero di fare esattamente quel che mi pareva. Accesi una sigaretta e mi sentii un re. Era ancora mattina presto. Guadalupe sia.
Rubricai questa deviazione alla voce “emergenza” e presi un treno: il lusso di viaggiare dove volevo non doveva farmi perdere di vista comunque l’appuntamento a Lisbona.
Guadalupe

GUADALUPE

In men che due ore mi ritrovai lì. Forse è proprio questa città, nei miei ricordi, a simboleggiare la libertà di quest’esperienza. Perché ogni volta che mi sono ritrovato affascinato o ammirato dalle bellezze che lì vi scorsi, dalla piazza al Monastero di  “Nuestra Seňora”, dal panino ai gamberi agli occhi neri neri della ragazza che mi diede indicazioni, ebbene, tutto ciò sentivo di averlo guadagnato grazie ad una follia che avrebbe strappato applausi ad Erasmo da Rotterdam. Una follia che un libero viaggiatore può permettersi a cuor leggero. Ma se è “a cuor leggero” non è più una follia, è quasi prassi ordinaria. Insomma, il libero viaggiatore è ordinariamente folle. No, conclusi: è semplicemente libero. Chiami “follia” l’aver mani libere sui tuoi progetti di vacanza, stolto ? Che vacanza è dunque, se devi chiedere, dar conto, richiedere, ottenere pareri di partecipanti, amici, gregari o chicchessia ? Una lezione che credo assimilai benissimo, perché dietro indicazione della bellissima Sara, occhi neri come una notte da innamorati, e dei suoi amici, che bighellonavano su una panchina del parco, venni a sapere che presso il Parco Nacional di Monfragüe ci sono dei rifugi, prenotabili presso un’ente a Serradilla, a due ore circa da lì. Sara telefonò col mio cellulare, chiese se un rifugio era ancora libero e mi prenotò un posto. Tutti mi salutarono e mi augurarono buona fortuna. Lei si congedò per sempre con un sorriso dalla mia vista, uscendo dagli occhi e entrando nella mente.

SERRADILLA

Mentre prendevo la corriera per Serradilla mi venne da ridere. Forse qualcuno mi avrà preso per pazzo e forse lo ero sul serio. A Serradilla, alla stazione, scoprii che purtroppo non c’erano più mezzi che avrebbero potuto portarmi al Parco, ché l’ora era ormai tarda. Perso il Parco, perso anche un letto: dove pernottare ? Finii in un bed&breakfast indicatomi da un tizio a cui il controllore alla stazione aveva telefonato. Credo improvvisato: non sono esattamente sicuro che fosse effettivamente un’attività commerciale, quella di Maria e Juan. Finii per dormire in un letto di una stanza sconosciuta in Spagna completamente al di fuori di logiche, percorsi, programmi e destinazioni previste. Perso ? Macché. Libero.

PARCO NACIONAL DEL MONFRAGÜE

Svegliatomi più solare di Apollo stesso, feci una doccia bollente, mangiai biscotti e caffellatte e salutai i gentilissimi Maria e Juan – che mi chiesero solo quindici euro – e mi diressi diretto e bel bello al Parco. Nel quale spesi l’intera giornata, con una visita guidata presso sentieri di funghi e ruscelli. Mi faceva ridere l’idea che mi trovassi lì per caso, sopra una montagna, senza alcun motivo e con il mio intero, momentaneo mondo nel mio zaino. Spesi l’intero giorno passeggiando, fermandomi, mangiando. Passai l’intera giornata solo, in silenzio. Fortunatamente le indicazioni dei sentieri erano ben chiaro – perdersi sarebbe stato una sciocchezza. E sul far del tramonto raggiunsi il  rifugio, che a ingresso Parco chiesi e mi fu assegnato. Quando vi entrai quasi mi disturbò la presenza di altri viandanti, nonostante fossi restato tutto il giorno in solitaria e in silenzio. Ma fu solo una sensazione momentanea, e quando sul camino si allestirono castagna, pane e burro condivisi con piacere un bicchiere di vino con loro. Uno era Butch, australiano, speleologo, l’altro Andy, spagnolo e il terzo, Raphael, era un barbiere portoghese. L’indomani lui sarebbe andato tornato a casa, a Setúbal, non troppo lontano da Lisbona. Ci accordammo per fare il viaggio assieme, in treno. Poi andai a dormire con la luna alla finestra e col sole dentro.
Parco nazionale del Monfragüe

LISBONA

Il giorno dopo, tornammo a Serradilla e di lì io e Raphael prendemmo il treno. Raphael era un tipo decisamente taciturno, silente e con poca voglia di scambiare finanche informazioni. In altri tempi le avrei scritte come qualità negativa. Ora, dopo questo viaggio non ancora finito, le scrivo immaginandolo come un eventuale, papabile buon compagno di viaggio. Attraversammo Spagna e Portogallo con poche parole sulle labbra e, credo, milioni di discorsi in mente. E forse, in pochi sguardi, ce li siamo finanche scambiati. A Setúbal ci separammo e nonostante ci fossimo scambiati non più di venticinque parole, inclusi i “sì” e i “no”, quasi mi dispiacque. A Lisbona riuscii a trascorrere solo poche ore, la sera, prima di andare a letto per il volo del giorno seguente. Avrei dovuto rammaricarmi, ma sono “incidenti”, pensai a chi è così folle da voler cambiare piani e direzioni così come gli viene suggerito dal cuore. Ho scritto “folle” ? Scusate, volevo dire “libero”.
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