Mi chiamo Fabio Palombo, 51 anni, da 25 lavoro in agenzie di pubblicità, da più di 5 scrivo Traindogs: storie di uomini e di donne di undici righe meno qualcosa.

1. Molte persone per entrare a contatto con qualcosa di “nuovo”, di diverso, devono macinare chilometri, invece tu hai trovato il nuovo, accanto a te nella quotidianità, come hai fatto? Pensi che un comportamento ripetitivo come il pendolarismo ti porti poi a vedere le cose in modo diverso?

Io ho trovato quello che da anni era sotto i miei occhi. C’è sempre stato, per questo non parlerei di qualcosa di nuovo. Ero io che non ne ero interessato. Ho trovato le persone che viaggiavano con me. Prima erano solo gente. E cambia molto, quando inizi a considerarle persone. Perché ogni persona ha una sua vita. E dietro ogni vita, c’è una storia. Io ho provato a raccontarle, quelle storie. Vere o immaginate che fossero. Che poi sono le storie di tutti. Perché in tutte le storie c’è un treno. Se non c’è, c’è stato. O ci sarà. Un treno che ti ha portato lì, un treno che ti porterà via. E in tutte le vite c’è un viaggio. Da un luogo all’altro, da un anno all’altro, da un’emozione all’altra. La vita stessa è un viaggio. Anche se non ci muoviamo di un passo.

Fabio Palombo

2. Che persone ti colpivano sulla Saronno Milano?

Ti rispondo con un Traindogs, il 542, che s’intitola, appunto, “Pendolari”.

“Guardo fuori dal finestrino. Come ogni mattina. Guardo le case, guardo gli alberi, guardo le persone per strada, quando attraversiamo i paesi, o sui binari in attesa, in quelle stazioni che potrei recitare a memoria. Il treno è pieno. Andiamo tutti nella stessa direzione. E stasera, faremo il viaggio al contrario. Domani, uguale. Non c’è un orizzonte da raggiungere. Non c’è una terra nuova. Non c’è niente che non sappiamo già. Niente che possa sorprenderci. Questi non sono treni che vanno lontano. Che ci portano via. Per un mese. Un anno. Oppure per sempre. Noi non partiamo mai veramente. È solo una messinscena. Non abbiamo gli occhi di quelli che partono. Non c’è la nostalgia di ciò che lasciamo. Né la speranza per ciò che troveremo. Noi andiamo e torniamo. Siamo uomini e donne a breve percorrenza. Pendolari.”

Ecco cosa mi ha colpito. La loro normalità. Quelli che prendo io sono treni che trasportano il terziario a Milano e lo riportano a casa la sera. Non ci sono bizzarie, non succede mai niente di memorabile, che non siano guasti o scioperi. C’è questa umanità che viaggia senza viaggiare, perché quello che ti riporta ogni sera a casa ogni sera non può essere un viaggio, ma solo la sua illusione. C’è questa umanità, perennemente in bilico tra dov’è e dove vorrebbe essere. Parla di viaggi, parla di andare altrove, salvo poi scoprire che ogni altrove, presto o tardi, ha a sua volta un altrove. Sono persone qualunque, che fanno vive qualunque, proprio come me, e ci sono momenti che vorrebbero essere dovunque purché non sia lì.

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3. Le storie le cerchi, o semplicemente sono accadute?

Le storie accadono, come accade la vita. Io non le cerco. Ci sbatto dentro. Con il corpo o anche solo con i pensieri. Ne ho scritte 551, dall’aprile 2010 a oggi, pubblicate sulla pagina facebook e raccolte nel sito www.traindogs.it. Già che ci sono, perché in qualche punto dell’intervista mi tocca, dico che c’è anche un libro (il secondo, il primo è andato esaurito), che è “Traindogs – Storie di uomini e di donne” (Bonomi Editore), uscito nel marzo scorso. Una raccolta di 200 storie, tra quelle già pubblicate su facebook.

4. Cosa ti ha spinto a scriverle?

Era il momento. Ho iniziato a scriverle. Ho iniziato per me stesso. E poi ho continuato, perché mi piaceva e piaceva a chi ha iniziato a leggermi. Dicono che in ogni traindogs c’è qualcosa di me. Non so se e quanto sia vero. In fondo è naturale che ci sia, le scrivo io. Di sicuro, in ogni traindogs, c’è qualcosa di tutti. Il commento più bello e diffuso che mi viene fatto è “ma questo (o questa) sono io. Come fai a conoscermi?”. Le persone si identificano, perché in fondo – qualunque vita facciamo – non siamo così diversi. Le emozioni che proviamo sono le stesse.

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5. In che modo hai legato le tue storie alla musica?

L’idea era quella di portarli in scena. Ma non volevo fare solo un reading, mi sarei annoiato da solo. Così ho creato, insieme agli amici musicisti che di volta in volta hanno collaborato con me, una specie di format che chiamo ‘spettacolo di racconti e musica’. Nel corso degli anni, i traindogs hanno incontrato i generi musicali più diversi, che ogni volta hanno fatto da colonna sonora alle mie parole. Ogni spettacolo è un viaggio nelle emozioni, un film senza immagini, con musiche spesso originali e composte sui miei traindogs. E ogni spettacolo è diverso, perché sono diversi i brani che scelgo e sono diverse le atmosfere create dalla musica.   

6. Che cosa è TrainDogs? Cosa Significa?

La parole “Traindogs” deriva dal titolo di un album di Tom Waits, “Raindogs”. Perché Traindogs? Perché nonostante il tentativo di raccontare gli individui, e le loro storie personali, quando scendiamo tutti insieme a Cadorna, e marciamo tutti insieme, abbiamo, temo, visti da fuori, ben poco di umano. Ecco come ci ho descritto nel 217, “Ho visto le persone diventare gente”:

“Ho visto le persone che scendevano dal treno. E le ho viste diventare gente. Le ho viste, ma loro non mi vedevano, perché guardavano in basso, oppure diritto. Ho visto le donne, ho visto gli uomini, ho visto le ragazze, ho visto qualche vecchio, e i vecchi si vedevano meglio, perché andavano più piano. Non c’erano bambini, non c’erano cani, non c’era quel possibile disordine che rende sopportabile la vita. Ho visto le persone diventare gente. Le ho viste sincronizzarsi. Lo stesso passo, lo stesso sguardo, gli stessi visi tirati. Non c’era nessuna emozione. Non c’era amore, non c’era allegria, non c’erano passioni, non c’erano speranze. Non c’era neanche rabbia. Non c’era una vita diversa da un’altra. Andavano tutte dietro al loro corpo. Ho visto le persone diventare gente. Le ho viste sparire dentro il metrò. E ho visto la gente diventare niente.”  

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7. Cosa ti ha insegnato questa avventura?

Moltissimo. Un’esperienza incredibile, che mi ha arricchito profondamente e continua a farlo, ogni giorno. Un’avventura, come l’hai definita tu, bellissima e totalmente inaspettata. Un viaggio, prima sui social e poi in giro per l’Italia, fuori e dentro l’animo umano, di tutte le persone con cui ho interagito, di quelle che ho conosciuto ai miei spettacoli, di tutti gli artisti con i quali ho avuto l’onore e il piacere di collaborare. Persone che senza traindogs non avrei mai incontrato. Un viaggio dentro l’animo umano, dicevo: il mio, per primo.

8. Tu guardi sempre il mondo in questo modo?

No, qualche volta sono impegnato a vivere per conto mio. Non sempre c’è il tempo, e la voglia, di guardare il mondo, impegnati come siamo a inseguire noi stessi.

9. Progetti per il futuro?

Tanti, ma non li conosco ancora.

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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