È sempre sbagliato interagire con gli animali selvatici: ecco il perché

In viaggio ancora oggi molte persone trovano eccitante o esotico interagire con animali selvatici addomesticati anche se questo rappresenta un errore enorme nonché una forte causa di sofferenza per i singoli animali.

Gli animali selvatici dovrebbero rimanere tali, il fatto che siano addomesticati non li rende domestici. Gli animali selvatici addomesticati mantengono le stesse caratteristiche instintuali dei loro corrispettivi selvatici, e quindi restano animali non programmati per interagire con l’uomo. Nasce con un numero di cellule della cresta neurale maggiori rispetto ad un animale domestico e quindi produrrà più adrenalina e quindi mostrerà maggior aggressività e avrà una fisiologia, una morfologia e un comportamento da animale selvatico.

Che differenza c’è tra un animale domestico e uno addomesticato?

Un animale domestico, nella maggior parte dei casi ha subito processi co-evolutivi con l’Homo sapiens per un tempo molto prolungato e quindi è “programmato” già dalla nascita per poter stare e interagire con l’Uomo. Ha un numero di cellule della cresta neurale minore, secreta meno adrenalina e anche a livello morfologico è diverso rispetto al suo predecessore selvatico (immaginiamo il Lupo e il Cane: il cane è la sottospecie domestica del lupo e sono geneticamente ed evolutivamente diversi).
NB: Un animale non è che “lo si considera” o meno selvatico o domestico. Questo lo decidono a monte la scienza, la genetica e l’evoluzione, non una considerazione personale.

Un animale addomesticato è invece un singolo individuo che durante la sua ontogenesi (sviluppo nel corso della vita) è stato a contatto con l’Uomo e quindi il singolo individuo, a livello comportamentale e solo a livello comportamentale, si è adattato a stare e interagire con l’Uomo – ma se quello stesso individuo fosse nato in Natura, senza aver mai visto l’Uomo, sarebbe ben restio ad avvicinarsi a questo. Quello che succede è che gli animali addomesticati vengono fatti “imprintare” sull’Uomo (abituare all’Uomo fin dalla nascita, facendo credere all’animale che l’Uomo è parte del suo gruppo/genitore/partner sessuale) – attraverso l’imprinting, quindi, l’animale sarà un animale addomesticato a livello comportamentale ma geneticamente, evolutivamente rimane selvatico e soprattutto le sue esigenze specie-specifiche rimangono quelle di un animale selvatico.
Facciamo un esempio: se un Kinkajou (cercoletto – Potos flavus) ha nel suo repertorio comportamentale l’esigenza di dover vivere in gruppi di almeno 9 individui, di vivere e mangiare di notte, di saltare tra gli alberi e di fuggire alla vista dell’Uomo, capirete bene quanto sia innaturale che il Kinkajou viva di giorno a casa di qualcuno, a contatto con l’Uomo, senza suoi simili. E questo è solo un esempio.

 

Non importa da quante generazioni quell’animale viva in cattività – il contatto con l’Uomo che non è mirato ad un bisogno dell’individuo, è puramente un’esigenza umana. Un animale selvatico che interagisce con l’Uomo è un individuo “rotto” – e noi stiamo interferendo con quello che è il suo benessere specie-specifico psicofisico (wellbeing).
Certo, è sicuramente vero che in Natura moltissimi animali di specie diverse interagiscono tra di loro, ma è spontaneo e naturale. Nessun babbuino “ricatta” con il cibo un’impala per poter interagire con lui e nessun bradipo alleva piccoli di scimmia cappuccina per farli imprintare su di lui.
L’interazione che avviene tra specie diverse in Natura è dettata dalla Natura stessa e nessuno condiziona l’altro ad una dipendenza da questo.

Quanto è profondamente ingiusto anche il solo pensiero che l’Uomo voglia avere il controllo dell’ontogenesi di un animale selvatico a tal punto di volergli modificare il suo comportamento per il puro gusto di interagire con questo? E quanto è, ancor di più ingiusta, l’idea di voler rendere domestiche tutte le specie della Terra, così da poterne avere il controllo e poterci interagire? Questa visione del mondo è profondamente antropocentrica e pericolosa  per il futuro del nostro pianeta e della convivenza con le specie che lo abitano insieme a noi.

Il processo di domesticazione che ha portato alcuni lupi più docili a farsi avvicinare dagli Uomini e così diventar cani, è stato un processo spontaneo: una vera e propria co-evoluzione.
Qualcuno dice “Anche le specie domestiche, prima di essere diventate tali, si sono sviluppate da specie selvatiche” Vero, ma questo non basta. L’Uomo ha stabilito una qualche relazione con certi individui appartenenti a specie selvatiche, (magari i più docili, i più tolleranti o semplicemente i più curiosi): parliamo quindi di una vera a propria simbiosi. La domesticazione infatti, ancor prima di vedere un’azione di selezione artificiale per mano umana, molto probabilmente è stata caratterizzata da un’azione che è stata svolta sia dagli umani che dalle specie selvatiche coinvolte. In altre parole: la domesticazione non è semplicemente “io ti prendo, ti seleziono e ti rendo domestico” ma è più un fenomeno che prevede co-protagonisti in cui anche i primi individui appartenenti a specie selvatiche, in maniera spontanea, hanno permesso che le cose andassero in questo modo. La visione moderna di selezionare specie selvatiche per puro diletto umano (aldilà degli scopi sperimentali e di valide motivazioni scientifiche) è una pratica possibilmente da evitare ed è del tutto lontana dal concetto di domesticazione vera e propria, caratterizzata non solo da selezione artificiale ma anche da selezione naturale e storia evolutiva (lunga e breve che sia).

Gli animali selvatici non hanno bisogno di noi, non hanno bisogno delle coccole, non hanno bisogno di amore. Hanno solo bisogno di essere rispettati.

In aggiunta a tutto ciò, si palesa il rischio di zoonosi (malattie trasmissibili Uomo-Animali / Animali-Uomo). Il contatto di un animale selvatico con l’Uomo può veicolare virus, parassiti e malattie da entrambe le parti.
Immaginiamo solo che l’Herpes virus (la classica herpes labiale umana – non grave per noi) può essere mortale per un qualsiasi altro Primate.

Oltretutto un animale selvatico è un animale che, come abbiamo detto, geneticamente ed etologicamente non è “programmato” a stare con l’Uomo e quindi il suo comportamento è imprevedibile in moltissimi casi; il ché può essere pericoloso per la nostra incolumità. Pensiamo a quanti attacchi di leoni vengono registrati ogni anno nei confronti dei loro domatori nei circhi: eppure è un individuo imprintato sull’Uomo che conosce e “ama” l’addestratore da anni – eppure la Natura selvaggia, a volte esce fuori e questo ci dimostra ancora una volta quanto un animale selvatico deve rimanere selvatico e l’interazione con l’Uomo sia qualcosa di controproducente ed innaturale per lui.

Perché non si deve dare da mangiare agli animali selvatici?

Abituare un animale selvatico a noi, ad esempio con il cibo, è per lui un grande rischio. Gli animali si abituano all’Uomo “buono” e in questo modo non riescono più a distinguere chi buono non è – perdendo quindi la naturale e sana diffidenza che li spingerebbe ad allontanarsi anche dai bracconieri o dai “cattivi”. Inoltre, si abituano al cibo per mano umana e quindi non saranno più in grado di procacciarsi le risorse da soli e il rischio di manifesta anche nel momento in cui, alimentando i selvatici, ne alteriamo le dinamiche di gruppo interne e quindi la gerarchia, potenzialmente compromettendo sopravvivenza dei singoli individui.

Molti giustificano l’interazione convincendosi che anche i grandi dell’etologia come Jane Goodall, Konrad Lorenz e Diane Fossey avevano relazioni interspecifiche con gli animali che studiavano e che quindi l’interazione con l’animale sia, non solo lecita, ma anche necessaria per lo studio etologico. Chiaramente non è così, anzi. Proprio per lo studio etologico privo di interferenze e variabili, bisognerebbe evitare ogni minimo contatto e interazione con l’animale selvatico: dovremmo essere invisibili. Inoltre loro erano in qualche modo obbligati, viste le condizioni e il periodo storico in cui vivevano e la necessità di sensibilizzazione che emergeva in quel periodo storico. In quegli anni infatti, era difficile sensibilizzare su quella che potesse essere l’empatia per gli animali, e quelle foto erano in qualche modo funzionali ad una divulgazione non tanto scientifica, quanto più “affettiva” nei confronti delle altre specie. Noi grazie al progresso scientifico e sociale non ne abbiamo più bisogno e sopratutto abbiamo compreso quanto questi comportamenti antropocentrici e diseducativi siano sbagliati per lo stesso animale, per il suo gruppo sociale di appartenenza e per lo studio scientifico in corso.

Altri giustificano l’interazione con il selvatico affermando che l’animale fosse ferito o orfano. Non è un presupposto né un pretesto valido: ci sono infiniti casi in cui un animale orfano o ferito (sempre che lo sia) può essere recuperato senza per forza tenerlo al guinzaglio, dargli bacini e privarlo della sua selvaticitá naturale obbligandolo tra l’altro ad interazioni non solo con l’uomo – ma anche con specie che naturalmente sarebbero suoi predatori o con cui non condividerebbe nemmeno la nicchia ecologica. Quando molti “santuari” o persone scrivono animale “saved” in realtà è solo una mera giustificazione alla detenzione di selvatici. Se è stato salvato, non deve stare a casa tua. L’animale poteva sopravvivere anche senza coccole, video carini e bacini. Si poteva accudire senza umanizzarlo e renderlo per cui sempre costretto ad una vita in cattività – come animaletto da compagnia, avendogli privato la sua natura selvatica e naturale . E per fare questo la detenzione in casa è insana, sbagliata e oltretutto illegale: esistono i centri di recupero e non i salotti delle persone per salvare animali davvero in pericolo.

@ Foto prese dal web

Chiara Grasso

Chiara Grasso

Co-fondatrice e presidente dell’associazione ETICOSCIENZA, è un’etologa e si occupa di comunicazione della scienza, ecoturismo ed educazione ambientale. Dopo varie esperienze formative nell’ambito del turismo naturalistico nel mondo, ha ottenuto la certificazione come guida ambientale escursionistica in Italia e guida safari FGASA in Africa. Ha partecipato come speaker a TEDxRovigo 2019 con l’intervento "Quello che non vi dicono sul turismo con animali".

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