Dalla colonizzazione alla CocaColaNización

Tra le comunità indigene risalenti ai Maya Tzotzil, che oggi abitano il Chiapas, la regione del Messico più povera e più a sud del Paese, esiste la credenza che ” ruttare” liberi l’essere umano dagli spiriti maligni e che aiuti a purificare il corpo e l’anima.

Nella famosa chiesa di San Giovanni Battista, al centro del villaggio di San Juan Chamula, a pochi kilometri dalla ormai troppo frequentata San Cristobal de las Casas, “ ruttare” è parte integrante dei riti sacri.

Tra usanze cattoliche e tradizioni Maya, in questo luogo si osserva l’apice del sincretismo religioso.

Al buio brillano centinaia di candele e si scorgono immagini di santi, aghi di pino, che ricoprono il pavimento a simboleggiare Madre Natura; un’aria surreale scandita dai versi di dolore dei polli destinati ai sacrifici, e dalle melodie dei “ curanderos” (sciamani), che in maniera cantilenante e in lingua indigena invocano la guarigione (non importa che essa riguardi il corpo fisico, la pronta estinzione di un debito o il pagamento di una multa).

Non ci sono sedie, non ci sono banchi, le persone sono sedute a terra e accendono altre candele, sopra le quali “ spruzzano” (letteralmente) un liquido misterioso.

Nel contesto di questa atmosfera cosi mistica e ancestrale saltano all’occhio le bottiglie di plastica dall’etichetta di uno dei marchi più riconoscibili al mondo: la Coca Cola.

Per espellere la tanta agognata aria, ricca di biossido di carbonio, nelle loro cerimonie, gli indigeni Tzotzil hanno per anni mandato giù un’antica grappa, il pox, prodotta artigianalmente dalla loro comunità, oggi sostituita dalla più facile e accessibile bevanda dal logo rosso e bianco.

L’idea che una popolazione indigena del Centro America adotti uno dei simboli maggiori del Capitalismo mondiale per motivi religiosi, sembra già abbastanza paradossale; che poi gli venga attribuito un potere miracoloso, rende il tutto di ancor più difficile comprensione.

Il fenomeno appare infatti grottesco, subdolo e pericoloso, capace di penetrare profondamente, e in maniera invasiva, nelle abitudini quotidiane e culturali di una popolazione che crede che la (in)famosa bevanda gassata abbia poteri magici.

Tuttavia, il rapporto tra il Messico e la Coca Cola Co. non è mai stato  del tutto ” normale”, ma facciamo un passo indietro.

Il marchio fu introdotto nel Paese negli anni ’60 e conobbe un vero e proprio boom, essendo sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici e dei Mondiali di Calcio, tenutisi proprio in Messico, rispettivamente nel 1968 e nel 1970. 

Nel 1994 il Paese firmò il NAFTA, un accordo di libero scambio con il Canada e gli Stati Uniti, che eliminò immediatamente i dazi doganali di prodotti americani, favorendo in questo modo l’ingresso nel paese di multinazionali come la Coca Cola ( e la Pepsi), e che si tradusse in investimenti di centinaia di milioni di dollari nella società messicana leader per la distribuzione di bevande, FEMSA.

Il Messico è il maggior consumatore al mondo di Coca Cola;

in media ogni messicano ne beve circa mezzo litro al giorno, e detiene l’infelice primato di Paese con più morti di diabete di tipo 2 in America Latina, con un incremento del 30% tra il 2013 e il 2016; e questo proprio per lo smisurato e incontrollato consumo del “ refresco”.

Il 14 per cento degli adulti soffre di questa malattia, che rappresenta la prima causa di morte nel Paese.

Oggi in Messico Coca-Cola Co. possiede 17 fabbriche; la più grande è a Toluca, seconda al mondo per dimensione, prima al mondo per produzione.

La più discussa, invece, si trova mille chilometri più a sud, a San Cristobal de las Casas appunto, nello stato del Chiapas, dove il consumo medio della bevanda supera i due litri giornalieri.

Qui la Coca Cola è ovunque, viene distribuita in ogni angolo della regione, venduta in ogni negozio (anche nelle farmacie) e distributore; il suo inconfondibile logo è presente nelle grandi città e nei villaggi Zapatisti ribelli di pochi abitanti; è disegnato sui muri ed è parte integrante della dieta quotidiana nelle mense scolastiche.

Già, perché nelle comunità più povere e malnutrite, e con un reddito basso, la Coca Cola rappresenta una risorsa calorica alternativa conveniente; è economica e accessibile, a volte più della stessa acqua.

Si sa, in Stati come il Chiapas, l’accesso all’acqua potabile non è costante.

Ma come è possibile?

In un territorio così estremamente ricco di risorse naturali, di precipitazioni ( è lo Stato del Messico dove piove di più), tanto da rifornire di acqua il resto del Paese, ed essere uno dei maggiori esportatori di frutti tropicali, caffè e cacao al mondo (!).

Eppure, otto persone su dieci vivono in povertà.

Eppure, l’acqua rappresenta il più grave problema, oggi, in Chiapas.

I pozzi dei contadini di Huitepec los Alcanfores, a pochi km da San Cristobal sono vuoti, si sono asciugati completamente.

La situazione in questa comunità è talmente drammatica che l’acqua arriva solo un giorno alla settimana, per un paio d’ore, da diversi anni a questa parte. E quando arriva è in molti casi sporca e inquinata da colibatteri e microrganismi che la rendono imbevibile.

Responsabilità di tutto questo è sicuramente dei governi, locale, statale e federale, che pare non vogliano affrontare il problema, migliorando la rete idrica e gli acquedotti, che si stanno sempre più logorando.

È vero che il clima non fornisce più la stessa quantità d’acqua piovana di un tempo, ma è anche certo che il potere politico degli ultimi anni ha agevolato questa situazione.

Tra il 1994-1995 i permessi decennali consentivano a Coca Cola l’estrazione di 500 milioni di litri d’acqua all’anno da due diversi pozzi nella zona di San Cristobal; oggi si è passati a 612 milioni, ma la cifra non è sicura perché l’azienda non ha mai diffuso i dati ufficiali.

Fatto sta che c’è una regione del Messico, la più a sud del Paese e anche la più povera, che sta pagando sulla pelle dei propri abitanti tutte le contraddizioni e gli effetti negativi di una politica che per decenni, pur di avere in casa le multinazionali, ha chiuso gli occhi sulle possibili conseguenze per la salute dei cittadini e dell’ambiente.

L’azienda estrae oltre un milione di litri d’acqua al giorno in ogni impianto che possiede in giro per il mondo, e paga 10 centesimi (!) ogni mille litri circa. Con tali quantità si potrebbero soddisfare le esigenze idriche di milioni di persone.

Lo sapevate che c’è bisogno di 3 litri d’acqua per fare un litro di Coca Cola, e che la Coca Cola prosciuga i pozzi dei contadini, distruggendo l’agricoltura e la vita delle comunità locali in tantissimi Paesi del mondo?

Come se non bastasse per produrre un solo litro di Coca Cola vengono inquinati circa dieci litri di acqua potabile. Nei reflui degli impianti sono state rilevate altissime concentrazioni di cadmio e piombo.

E vogliamo parlare dell’inquinamento da plastiche?

Coca Cola ha rivelato per la prima volta che produce 3 milioni di tonnellate di imballaggi di plastica all’anno, equivalenti a 200.000 bottiglie al minuto. L’ingombro dell’imballaggio, tradotto in bottiglie di plastica Pet da 500 ml, ammonta a circa 108 miliardi di bottiglie all’anno, più di un quinto della produzione di bottiglie Pet che è pari a circa 500 miliardi di bottiglie ogni anno.

E la società alle accuse risponde dicendo di “aderire ad altissimi standard etici” e di, “ servire in maniera esemplare ed eccellente” le comunità e i luoghi nei quali opera. 

Peccato che le attività di Coca Cola in giro per il mondo raccontano, ahimè, una storia diversa.

A volte una triste storia diversa.

In una zona del Rajasthan agli inizi degli anni 2000 si arrivò ad una situazione davvero precaria; gli abitanti constatarono che il livello dell’acqua dei pozzi, che era rimasto sempre uguale prima dell’arrivo dell’impianto della Coca Cola, era diminuito di 10 metri in meno di 5 anni dall’inizio della sua operatività, portando la comunità a dover abbandonare le proprie case e trasferirsi altrove; o camminare per miglia e miglia per raggiungere l’acqua potabile. Ci furono mobilitazioni in tutto il Paese.

In molte regioni dell’India la Coca Cola è stata bandita e oggi è vietata in diversi luoghi.

Vorrei concludere dicendo che bere Cola fa male alla salute a al pianeta e per quanto mi riguarda dovrebbe rientrare a pieno titolo nell’insieme di prodotti tossici e pericolosi che dovrebbero essere vietati per tutelare la salute delle persone e dell’ambiente.

“ Chi beve Coca Cola sta bevendo il sangue delle persone”.

A voi la scelta.

( Coca Cola, Pepsi e tutte le altre, comprese quelle arabe anti americane; il mio grido di protesta è contro tutte le aziende che sfruttano le risorse e danneggiano la nostra Terra).

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