Sono Chiara Grasso, ho 27 anni e sono di Torino. Mi sono laureata in scienze psicologiche e poi spinta dalla passione per il comportamento e per gli animali mi sono specializzata alla magistrale di etologia, in cui mi sono laureata nel 2017. Ho deciso poi di dedicare il mio tempo e la mia vita all’educazione e alla divulgazione e per questo ho fondato ETICOSCIENZA insieme al mio compagno Christian Lenzi. ETICOSCIENZA è un’Associazione di Etologia Etica che si occupa di affrontare i temi etici nell’ambito delle scienze animali, facciamo educazione ambientale, divulgazione nelle scuole, online e nei congressi. Siamo stati la prima associazione in Italia a combattere l’interazione con l’animale selvatico e gli spettacoli con gli animali da un punto di vista scientifico, utilizzando l’etologia e la scienza e non solo spinti dall’animalismo morale. Ora sono guida naturalistica in Italia, educatrice ambientale e guida safari in Africa e continuo a fare ricerca scientifica nell’ambito della zoo-antropologia (rapporto Uomo-animale).

1. Ami la natura e hai scelto di fare un’esperienza di volontariato in Namibia, ce la racconti?

Era il 2015, appena ottenuta la laurea in psicologia e di animali non sapevo ancora nulla, salvo qualche informazione pseudo-scientifica di qualche associazione animalista. Non avevo idea di cosa fosse il benessere animale, non avevo idea di quale fosse la differenza tra un cane e una scimmia e quello che avevo imparato fino ad allora era che gli animali non andavano picchiati, e avevano bisogno di “amore”. Così, presa dalla passione e dalla voglia di dare amore agli animali in pericolo decisi di partire un mese per un progetto di volontariato con animali in Namibia con un’associazione di volontariato italiana. La destinazione era un “santuario” sponsorizzato ovunque in Namibia: anche i vip lo sostenevano e pubblicizzavano e nella mia ignoranza di allora credevo che questo volesse dire qualità. Ora so che è l’esatto opposto. Per stare lì pagavo 400$ a settimana. Per un mese alla fine avevo investito circa 2000€. Eravamo una ventina di volontari e ognuno di noi aveva pagato quella cifra, o di più. Insomma un business niente male.
Le mansioni che ci facevano fare erano di pura manovalanza: pulire gabbie di galline, facoceri, babbuini, preparare cibo, costruire staccionate, tagliare l’erba. In cambio di questo lavoro, ci veniva “regalata” l’esperienza di dormire con una scimmia a testa ogni notte, di poter essere spulciati durante le uscite con i babbuini e di camminare con i ghepardi. Partiamo dal dormire ogni notte con un «presunto orfano» di scimmia. Ci dicevano che questi scimmiotti erano stati o abbandonati dalla madre, o persi, o la madre uccisa, o trovati da soli…insomma, ogni mese riuscivano ad avere un tot di piccoli da distribuire a un tot di volontari. Un po’ strana come situazione no? A questi poveri animali, dovevamo mettere il pannolino perché dormivano con noi nel letto e dar loro il biberon (…una scimmia con pannolino e biberon…) Ogni settimana queste creature cambiavano «mamma», passando di volontario in volontario e chiaramente la maggior parte di noi era inesperto e rischiava di mettere a rischio la salute e la vita di questi animali.

2. Come ti sei accorta che questo centro più che aiutare, sfruttava gli animali?

Per tutta la mia permanenza nel santuario, io ho avuto un Herpes virus labiale enorme e ben visibile. Bene, l’Herpes é asintomatica per l’Uomo ma può essere mortale per le scimmie. Nessuno dei responsabili mi disse niente. Nessuno dei veterinari e dei coordinatori dei volontari mi disse che un’Herpes poteva uccidere una scimmia, che non avrei dovuto interagire con loro e che sarebbe stato pericoloso. In un mese di Herpes sanguinante, nessun “esperto” che lavorava lì mi proibì di avvicinarmi agli animali. Quando tornai in Italia, scoprii dopo qualche mese che una delle scimmiette con cui avevo dormito era morta. Sarà stata colpa mia? Sarà stata la mia Herpes? Queste domande ancora oggi mi tormentano. Ancora non riesco a perdonare quel falso santuario orribile per la gestione pericolosa con cui tenevano (tengono?) gli animali.
Decine e decine di babbuini dentro gabbie minuscole, cuccioli sempre nuovi. Zero arricchimento ambientale, volontari inesperti, veterinari incompetenti. Un incubo che ancora oggi guadagna migliaia di dollari dai volontari e dai turisti.
Una volta a settimana, ci facevamo spulciare durante il «grooming» da babbuini giovani, che venivano bastonati se cercavano di scappare. Un’attività estremamente pericolosa per noi e per loro, vista l’aggressività dei babbuini e l’inutilità di far fare grooming a umani che non hanno nessun ruolo nel loro gruppo sociale, oltre al rischio di trasmissione di zoonosi (malattie).
Parlando di ghepardi e del vero e proprio commercio che c’è dietro, vi racconto semplicemente del giorno in cui, eravamo in una riserva del santuario e il ranger scoprii che una femmina aveva partorito. Non ci pensò due volte a sedare la femmina e prendere i 3 cuccioli che aveva appena dato alla luce.
Quello che ci dicevano era che la mamma non era in grado di prendersi cura dei piccoli e che non aveva latte perché era vecchia.
I cuccioli non vennero portati nel centro di recupero o dai veterinari, né in quarantena: bensì a casa della proprietaria del santuario. In camera sua.
Non passò più di 1 giorno che iniziò la processione in casa di questa. Ogni volontario come me, poteva scattare delle bellissime foto, pacioccando e stringendo a sé i poveri ghepardi appena nati (Io avevo ancora l’Herpes e di nuovo, nessuno mi disse nulla).
Un anno dopo, venni a sapere che la mamma dei piccoli era in realtà giovanissima, sana e di latte ne aveva in abbondanza. Ma quello che interessava ai gestori del santuario era di potersi appropriare dei piccoli ghepardi, in modo da imprintarli sull’Uomo, addomesticarli e renderli nuove mascotte per attirare turisti.
Ora infatti sono i ghepardi che utilizzano per far passeggiare i turisti e che spacciano per “salvati e recuperati”. Ma no. Io li ho visti strappare letteralmente via dalla madre, quel mattino di marzo del 2015.

Dopo tutti questi segnali e queste strane coincidenze, iniziai ad informarmi, a leggere blog, a leggere articoli scientifici, a parlare con professori, e guardare documentari e anche grazie agli approfondimenti all’Università ho potuto capire di cosa si trattava: ero stata vittima e carnefice di un turismo fatto sulla pelle di animali e di volontari e turisti ingenui.

3. Ne hai parlato con loro o con qualcuno?

Mi ci vollero quasi due anni per capire concretamente cosa avevo fatto e soprattutto per accettare di aver sbagliato. La maggior parte delle volte, davanti ad un errore il primo istinto è quello di rifiutare di aver commesso uno sbaglio e di negare tutto. Così, davanti ai servizi, ai documentari e agli articoli che leggevo io rifiutavo l’idea di poter essere stata parte di questo commercio, di aver dato i miei soldi ad uno delle centinaia di centri che sfrutta gli animali per turismo. Non potevo accettare di aver fatto del male a quegli animali che credevo di accudire con amore. Così, dopo due anni iniziai a fare mea culpa sui social, cercando di raccontare la mia esperienza. Non appena i gestori del santuario vennero a sapere che stavo raccontando la verità, mi inviarono delle mail di intimidazione che tengo ben salvate e spero prima o poi di poter utilizzare contro di loro. Visto che questi sono miliardari e io non ho le possibilità di pagarmi i migliori avvocati del mondo, ad ora non posso fare il nome del santuario, ma continuo la mia sensibilizzazione attraverso interviste, articoli, congressi, video e partecipazione a spettacoli come il TEDx Talk. Il mio obiettivo è che i miei errori servano ad altri turisti ingenui a non fare gli stessi sbagli che feci io. Perché ignorare non può più essere una scusa per continuare a sfruttare migliaia di animali ogni anno.

4. Questo sfruttamento è limitato solo in Africa e solo su ghepardi e babbuini?

Ahimè no! Lo sfruttamento degli animali selvatici per turismo è purtroppo in tutto il mondo. Pensate che solo in Brasile, secondo una recente indagine scientifica, il 75% delle attività turistiche prevede l’interazione con gli animali selvatici. Pensiamo poi in Asia dove tigri vengono sedate per i selfie e gli elefanti dapprima cavalcati ora vengono obbligati ad essere lavati dai turisti.
E per quanto riguarda l’Africa il pericolo più grande e più grave è la CANNED HUNT. Una pratica di caccia di trofeo di leone che inizia con turisti e volontari che allattano i piccoli leoncini. Molte strutture attirano i turisti offrendo infatti la possibilità di “indimenticabili” momenti a stretto contatto con i felini, passeggiate, alimentazione e coccole. Gli animali presenti in questi falsi santuari vengono allevati solamente per scopi ricreativi o, peggio, vengono sottratti alle madri (utilizzate solo come “utero”) poco dopo la loro nascita. I giovani felini vengono umanizzati e abituati fin da subito al contatto umano, venendo utilizzati come attrattiva per turisti e volontari che credono di avere a che fare con cuccioli salvati dal bracconaggio o individui recuperati. Questi cuccioli vengono quindi allevati, strappati alle mamme e dati “in pasto” ai volontari che li coccolano come fossero peluche, con l’obiettivo di renderli docili e adatti alle attività con i visitatori. In età adulta, quando non è più possibile allattarli, vengono poi venduti come trofei nell’ambito della “canned hunt”, in cui ricchi turisti si divertono a sparare in testa ai leoni più belli, che chiaramente, essendo abituati all’Uomo, non fuggono alla vista di uno con un fucile.

5. Pensi sia il caso di denunciare anche solo al WWF?

No! È inutile. Loro sanno. Sanno tutto, ma è più facile fare campagne contro l’estinzione della tigre che esporsi concretamente per combattere uno sfruttamento animale. Il WWF non si è mai esposto nemmeno contro i circhi, figuriamoci contro uno sfruttamento così ben mascherato. L’unica Associazione in Italia che parla del tema è purtroppo solo ETICOSCIENZA e come presidente io mi sento profondamente sola in quest’Italia in cui si nasconde la testa sotto la sabbia e in cui le grandi associazioni animaliste ed ambientaliste sembrano non preoccuparsi di un argomento che vede sfruttati più di 550 mila animali ogni anno, di cui 8000 solo leoni in Sudafrica. Ci sono però tantissime associazioni straniere serie che lottano per combattere questo turismo e questo abuso: la prima in assoluto è bloodlion.org che si occupa di sensibilizzare sul turismo sostenibile e denunciare queste strutture. Hanno fatto un magnifico documentario chiamato appunto Blood Lion in cui viene spiegata la pratica della Canned Hunt e dello sfruttamento degli animali selvatici nei finti santuari. Un’altra seria associazione è Green Girls in Africa che promuove solo turismo etico nel rispetto degli animali.

6. Come pensi che si debba scegliere una struttura prima di fare volontariato?

È abbastanza semplice: state lontani dai santuari in cui si possa in alcun modo interagire con l’animale selvatico. So che la tentazione è forte, so che ci piacerebbe accarezzare un leoncino, prendere in braccio una scimmietta e nuotare con i delfini ma no! Non va fatto. Certo che lo vogliamo, ma dobbiamo chiederci: e l’animale lo vuole? Per l’animale è giusto? Per un mio momento di felicità e una bella foto da mettere come profilo di Facebook, a quale destino sto condannando questo e altre migliaia di animali? È davvero conservazione questo a cui sto prendendo parte? Sto davvero facendo del bene a quell’animale? E la risposta è no! Se si può interagire con l’animale selvatico ospitato in strutture “di recupero”, allora c’è qualcosa che non va. Anche se l’animale è stato ipoteticamente salvato e non potrà mai più essere liberato in Natura o anche se è nato in cattività, rimane un animale selvatico con caratteristiche etologiche, biologiche e fisiologiche identiche a suo “cugino” ancora libero in Natura. Se quindi una struttura vi permette di interagire con animali selvatici, se ha cuccioli e se i turisti possono interagire con questi…state alla larga. È un business mascherato da centro di recupero!
Abbiamo scritto un articolo a proposito sul sito di ETICOSCIENZA per aiutare concretamente nella scelta del giusto progetto di volontariato con animali: https://www.eticoscienza.it/2019/08/14/volontariato-animali-etico-15consigli-pratici/

7. Ci sono siti dove si possono trovare delle recensioni attendibili?

Ahimé non è facile e anzi…quasi impossibile. Ci sono parecchi siti che dicono di avere liste speciali in cui sono indicati i santuari più etici in cui fare volontariato, come “volunteersbeware” e molti altri. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere solo santuari etici e in cui si rispetta il benessere animale, peccato che ancora oggi promuovano santuari in cui è possibile dormire con babbuini, accarezzare rinoceronti, portare a passeggio leoni. Basti pensare che il sito volunteersbeware ancora promuove come “etico” il santuario della Namibia in cui sono andata io! Non so come scelgano le strutture da promuovere…ma evidentemente non con criteri di benessere animale e conservazione. Consiglio quindi: prima di scegliere un progetto di volontariato, spulciate il più possibile i social: Facebook e Instagram ad esempio. Guardate le foto in cui il centro è stato taggato, cercate le foto dei volontari e delle persone che l’hanno visitato. Se vedete foto di persone con animali addosso, sulla spalla, animali alimentati manualmente, animali troppo vicini alle persone…scappate a gambe levate!

8. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho da poco scritto un libro sul turismo green e sostenibile con Christian Lenzi, che dovrebbe essere in uscita a marzo: “Viaggia green nella Natura” e sto finendo di scriverne un altro sulla mia esperienza in Africa.
Attualmente sono infatti in Sudafrica da settembre e rimarrò fino a marzo. Sto completando un percorso formativo per diventare guida safari e walking guide in Africa. Ho ottenuto la certificazione ufficiale riconosciuta dal governo Sudafricano e da FGASA per essere a tutti gli effetti una guida safari e ora sto continuando con il corso per portare i turisti a piedi nella savana (Piccolo consiglio personale: diffidate dalle associazioni Italiane che vi promettono di diventare guida safari: la loro certificazione non è riconosciuta a livello ufficiale e il certificato non serve a nulla). Il corso che sto facendo è interamente in inglese, viviamo dentro la savana, dormiamo spesso fuori sotto le stelle in compagnia di ruggiti di leoni e sto imparando a riconoscere tracce e impronte di animali, a seguire indicatori naturali per trovare l’acqua e vi posso garantire: non ho mai vissuto un’esperienza più bella e arricchente in vita mia. Vedere gli animali liberi, leggere il loro comportamento, conoscere la loro etologia… non c’è Università che mi abbia insegnato tanto.
Quando tornerò a Torino, a marzo, gestirò la mia cascina e il mio centro educativo in mezzo al bosco e inizierò le mie attività di guida naturalistica portando le persone in Natura e chiaramente continuerò a venire in Africa, per far vivere agli italiani la savana africana, attraverso i safari che accompagnerò.

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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3 Commenti

  1. Avatar

    ma questi safari in Africa possono farli ultrasessantenni?

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  2. Avatar

    Senza parole! Grazie sempre per la tua testimonianza

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