Ciao! Sono Chiara e nella vita, tra le varie cose, canto. Questo impiego, che è anche passione mi permette di viaggiare molto, cosa fantastica visto che lo scopo della mia vita è proprio quello di vedere tutto il mondo! Dunque viaggio per lavoro e vedo posti molto accoglienti, ma soprattutto quando viaggio per passione mi piace immergermi nelle culture locali e provare anche esperienze più “vive”. Per cui posso raccontare diversi mondi, dal resort più bello del mondo, all’hotel in un sobborgo di Delhi pagato 4€ a notte; dal relax sulla spiaggia bianca persa nelle baie di Punta Cana al trekking in Nepal fino al Campo Base dell’Everest. Tutto condotto dalla mia curiosità di vivere più esperienze possibili!

 

1. Come hai deciso di arrivare al Campo Base?

La verità è che il pensiero è stato “perché no?”. Motivazione strana, posso immaginare la faccia di chi legge questa spiegazione 😉 Ma la cosa che accomuna tutti i miei viaggi è la volontà di vedere, fare, provare il più possibile in questa breve vita che ci è data. Un viaggio impegnativo come questo andava fatto, e in Nepal prima o poi ci dovevo andare, quindi ho unito le due cose quando ho sentito che una persona vicina si stava organizzando e mi sono aggregata! Bucket list: aggiornata!


2. Che preparazione serve per fare trekking in Nepal?

La preparazione deve essere costante e mirata: gambe e fiato sono il principale aspetto da sviluppare, visto che si cammina dalle 6 alle 8 ore al giorno per 15 giorni in condizioni di ossigeno ben diverse da quelle a cui siamo abituati. Resistenza fisica e psicologica sono necessarie per affrontare un percorso del genere. Se possibile sarebbe consigliato anche affrontare qualche altra cima in preparazione. Io non son riuscita, ma con allenamento costante (tutti i giorni per i 3 mesi precedenti, ma inizio allenamenti 9 mesi prima) e calibrato (ho seguito i consigli di un personal trainer e mi sono aggregata a comitive per weekend in montagna) mi hanno aiutato ad arrivare alla fine affaticata, ma lucida. Il raggiungimento dell’obbiettivo sia fisico che psicologico ha ripagato ogni sforzo e mi ha donato energia e sprone che ancora mi porto dietro!


3. Cosa ti sei portata dietro?

Materialmente, lo zaino aveva un peso massimo consentito per cui abbiamo portato l’essenziale. Dunque materiale tecnico e termico, merendine e frutta secca, farmaci, attrezzatura sportiva anche d’emergenza (per esempio fogli isolanti termici, ramponcini, scaldamani d’emergenza, ecc).

Spritualmente, mi son portata dietro molta paura. Più si avvicinava il giorno della partenza più mi chiedevo se sarei stata in grado di affrontare tutto. Non ci sono mezze misure lì, non puoi mancare la meta della giornata, rischi di non trovare da dormire, di prendere troppo freddo se cammini con il buio, insomma non era piacevole il pensiero di non poter reggere il ritmo. In realtà dal momento in cui ho fatto il primo passo del trek tutto è sparito, la paura ha lasciato il posto alla meraviglia e alla voglia di conquistare la meta. É stato un viaggio potente.

4. Cosa pensavi nei momenti più duri?

Cantavo. Oppure mi spronavo da sola. Una specie di training autogeno. 3 sono stati i momenti più duri, che andavano oltre la “semplice” fatica. Il terzo giorno devo aver mangiato qualcosa di strano, ho provato fitte allo stomaco per mezza giornata, ma non potevamo fermarci e la salita era una delle più ripide. Eravamo ancora bassi di quota, dunque faceva caldo, ma io sentivo brividi di freddo per il malessere. Fortunatamente la mia amica Angela mi ha salvato portandomi ogni tanto lo zaino ed aspettandomi nei momenti di maggiore difficoltà. Appena arrivata alla tappa di quella sera sono crollata a piangere per lo scarico di stress psicofisico a cui mi ero sottoposta. Il secondo momento è stato proprio in dirittura d’arrivo al Campo Base. Avevo finito la benzina. Non volevo prendere nessun tipo di aiuto chimico (integratori alimentari specifici, nulla di che, ma a me non piaceva l’idea). Errore che non ripeterei ora. A ciò è da aggiungere la condizione psicofisica alterata da notti insonni, ossigeno al 50%, allucinazioni da freddo, respiro affaticato dalla sabbia che entrava nel naso (si, non è un bel quadro, riconosco). Ero sola in quel momento perché era il punto di maggiore difficoltà fisica (5300m di quota) e il gruppo si era diviso perché ognuno andava alla propria andatura migliore. In quel momento ho temuto di non arrivare. Mi sono seduta. Mi sono guardata intorno. Ho avuto 5 minuti di orrore/terrore/panico/incredulità. Poi si è fatta strada dalle viscere una potenza interna mai sentita prima. Chiara, alzati e vai. Sei arrivata fino a qui, vuoi non raggiungere il campo base dopo tutta questa fatica? Mi sono alzata, ho stretto i denti, e ce l’ho fatta. L’esplosione di gioia provata all’arrivo è indescrivibile. Il terzo momento di difficoltà, avvenuto proprio in conseguenza al secondo (mancanza di integrazione di sali) l’ho avuto negli ultimi 8 km di cammino, al ritorno: la gamba destra si è bloccata totalmente, paralizzata, il quadricipite non rispondeva più agli stimoli. Uno sherpa, un compagno di viaggio e ancora Angela (nomen omen) mi hanno aiutato ad arrivare alla fine, ma senza di loro probabilmente avrei chiamato un elicottero per farmi venire a prendere (seriamente). 8 km finali, dopo i 150 percorsi in salita con dislivello di 20.000 metri totali, con una gamba totalmente inchiodata, sembrano infiniti.

Ma ce l’ho fatta, e rifarei tutto daccapo. Con gli integratori giusti, però 😉

5. Ci sono dei pensieri o dei punti di vista che potrai adoperare anche nella vita di tutti i giorni?

Sicuro: ho imparato la costanza, sia nel periodo di preparazione che nella spinta quotidiana per raggiungere la meta. Ho imparato a liberare la mente: lì devi pensare solo a salire, le altre preoccupazioni svaniscono per forza, la concentrazione è obbligatoria e quasi naturale. Ho imparato a convogliare le energie. Ho ricevuto in dono il ricordo di posti bellissimi e dell’esperienza più viva, completa, e forte della mia vita, ed è anche il mio luogo dove vado a rifugiarmi quando ho bisogno di uno sprone per le attività quotidiane.


6. Cosa non ti aspettavi da questa esperienza?

Mi aspettavo di fare fatica, non mi aspettavo il tipo di sforzo che ho fatto. Ho provato un bel range di malesseri, come dicevo ho avuto crampi, freddo vero (abbiamo dormito a -9°), allucinazioni, blocco muscolare, più tutto il range di emozioni relative allo sforzo e alla paura. È stato veramente “challenging” come direbbero gli inglesi. Ma mamma mia, lo rifarei 100 volte! È il succo della vita! Provare tutto quello che il fisico e la mente possono fare e conquistare la meta!

Non mi aspettavo di non annoiarmi: pensavo che in 6-8 ore al giorno di cammino mi sarei rotta discretamente le scatole. Cavoli, passavano come un fulmine, e stare soli con se stessi non era un problema: non veniva nemmeno in mente di accendere la musica, ci si godeva il paesaggio e si ascoltava il corpo. Non c’ero mai riuscita prima.

7. Quali sfide hai ora davanti a te?

Dopo un’esperienza del genere è difficile fermarsi e pensare a programmare i prossimi viaggi in maniera tranquilla… credo che vorrò fare un viaggio “estremo” o comunque particolare ogni anno. Quest’anno infatti mi preparo per la maratona di New York, ma non ho mai corso prima 😉 Ma se non viviamo per queste esperienze, che ci stiamo a fare al mondo? 🙂

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