Alice Pomiato

Alice: biglietto di sola andata per l’Australia- non voglio accontentarmi

Sono Alice. Sono un’osservatrice. Amo trovare il bello in ogni cosa, le poesie e la gentilezza gratuita.

1. Cosa ti ha spinto a lasciare casa per viaggiare e lavorare?

Dopo l’erasmus a Bruxelles, nel lontano 2013, mi ero promessa un’esperienza di vita all’estero. Nel frattempo il tempo è volato. Ho lavorato duro, mi sono innamorata e mi sono auto-sabotata. Sognavo una carriera, ma sognavo anche il Costa Rica.
Come persona, ho sempre sentito la necessità di sperimentare nuove situazioni e diversità culturali, per avere più comprensione e consapevolezza del mondo. Pensavo che il mio futuro dovesse essere migliore rispetto al presente che vivevo, che non dovevo accontentarmi. Così, all’alba dei miei 27 anni, ho deciso che era arrivata l’ora. Ora o mai più, mi sono detta. Ho richiesto un visto Working Holiday Visa in Australia e preso un biglietto di sola andata.

2. Hai fatto un’esperienza di WHV in Australia e la rifarai in NZ. Che cosa ti è piaciuto di questo tipo di esperienza?

Il lavoro in farm, in primis. Appena arrivata ho cercato subito una farm dove poter fare gli 88 giorni di “rural work in remote area” necessari per estendere il visto un secondo anno. Ero stanca di passare le mie giornate di fronte a pc e iPhone, dentro una stanza. Avevo bisogno di digital detox e natura. Sono finita in un’organic farm di mele e frutti rossi, ci ho passato tre mesi e mezzo. Fatti quelli, sono stata libera di muovermi per il paese per i 9 mesi successivi.

Quando chiedi ai backpackers: “Come sono le farm?” ti rispondono tutti: “Ti cambiano la vita”. In bene, in male. Ecco, la mia vita, prima, era incastrata in un tetris d’impegni. Nella routine, testa e corpo erano sempre impegnati in mille attività e quando non avevo niente da fare mi preoccupavo di trovarmi qualcosa con cui tenermi impegnata. Per me, quello, era “crescere”. Mi sentivo in colpa a non fare niente, mi sembrava che il tempo mi stesse scivolando dalle mani. Correvo sempre, chissà dove poi. Quando mi sono ritrovata da sola, nel silenzio della campagna, ho finalmente avuto il tempo di guardarmi dentro ed essere onesta con me stessa. Molta introspezione, in quegli spazi confinati. La mente vaga ovunque. È spaventoso, destabilizzante e allo stesso tempo illuminante. Ci vuole coraggio ad ascoltarsi, e io ho maturato nuove consapevolezze.

Al secondo posto, direi che ciò che ho amato di più della vita Down Under è stata l’eterna estate. Ho nel cuore Darwin e il Northen Territory, o come lo definisco io: “Il posto dove il Diavolo ha messo i suoi animali domestici”.

3. Come ti sei organizzata per partire verso l’Australia? Parlavi già bene inglese, sapevi che lavori avresti fatto?

Ci ho messo 20 minuti a compilare il form sul sito del governo australiano e 10 minuti dopo, ecco la mail dell’Immigration Department. È stata un’emozione grandissima. Era marzo. Mi sono organizzata con calma. Ho dato dimissioni dai miei due lavori (Social Media Strategist durante la settimana, lavoravo in discoteca nei weekend), chiuso il contratto d’affitto, venduto la mia vecchia Polo. A Settembre 2018 sono partita senza sapere cosa mi aspettava, ma con la certezza sfrontata che sarebbe andato tutto bene.

Il mio inglese era buono. Ho sempre viaggiato molto e nel mio blog di viaggi go-downtown.com scrivo in inglese. L’inglese australiano, però, è tutta un’altra storia. L’accento è diverso in ogni stato, usano tanto slang e accorciano qualsiasi cosa dicano. Per non parlare di alcune parole del loro dizionario che io non avevo mai sentito nominare prima, come ad esempio “Servo” = Petrol Station, “Arvo” = Afternoon, “S’Arvo” = This Afternoon. Ci è voluto un po’.

Quando sono atterrata a Melbourne, la prima cosa che ho fatto è stata andare al bar dell’aeroporto e ordinarmi un Cappuccino. La barista mi ha chiesto per ben tre volte una cosa che mi suonava incomprensibile. Il ragazzo in fila dietro di me, mi ha battuto l’indice sulla spalla e mi ha detto: “She’s asking what’s your name”. La barista mi stava chiedendo il mio nome, per scriverlo sulla tazza. “What’s your name?” la prima cosa che ti insegnano alle scuola elementare. Volevo sprofondare, lo giuro. Iniziare l’esperienza nella farm mi ha certamente aiutata ad allenare subito l’orecchio alla loro parlata. Una volta finiti i tre mesi necessari, ho lavorato come hostess in ristorante. Mi occupavo di gestire le prenotazioni dei tavoli (telefonate, e-mail, walk-in) e poi ho lavorato come receptionist. Lavori mai fatti prima, che mi hanno permesso di avere a che fare con diversi accenti. Una bella sfida e poi una bella soddisfazione (ma gli irlandesi ancora mi danno da fare).

4. Come è andata poi la realtà, come la immaginavi?

Non posso lamentarmi di nulla, è andato tutto (troppo) bene. Ho lavorato sodo, e mi sono anche divertita molto. Mi sono concessa due mesi in Asia, ho visitato tutte le città principali dell’Australia (tranne Brisbane e Hobart). La immaginavo proprio così: un paese dei balocchi. Mi piace perché anche a chi un lavoro umile, non manca proprio niente. I ritmi di lavoro sono molto più rilassati e il tempo libero è sacro. Si percepisce che è un paese che non è mai passato attraverso una crisi economica, il mercato del lavoro è fluido e ti da regala l’impressione di poter essere forever young. Ho un grande rimpianto: non aver fatto un Road Trip, ma rimedierò!

5. Come fanno molte persone, con i soldi messi da parte in Australia ora stai viaggiando in Asia, che giro stai facendo?

Esatto. Ho lavorato sodo, ho risparmiato e sono tornata a Treviso per un mese e mezzo, concedendomi un paio di viaggi anche in Europa (Helsinki e Lampedusa). Ora sono in Vietnam e il prossimo mese sarò in Cambogia. Due mesi in Asia prima di trasferirmi a Auckland a Gennaio 2019.

6. Come cambia nei mesi il rapporto con la gente che incontri in viaggio?

Bella domanda. In Australia è tutto un via-vai. Capisci presto che tutte le persone che conoscerai, prima o poi usciranno dal paese. Tutti gli amici conosciuti in Australia sono lì con un visto temporaneo: Working Holiday Visa o uno Student Visa. Avere una sponsorship o applicare per un Permanent Visa è il sogno di molti, ma la strada è tortuosa. Questo continuo conoscere e salutare le persone che incontri nel tuo percorso, ti insegna a prendere il meglio da ognuna di loro e a godersi insieme tutti i bei momenti che quest’esperienza pazzesca può regalare. Forse con il tempo mi stancherà, ma al momento è così. Gli australiani non si impegnano granché a costruire solide amicizie con chi sanno essere di passaggio, per loro è tempo perso. Li posso capire, ma io riesco solo a vederci il lato positivo: ora ho tanti amici da tutto il mondo. Se domani andassi in Francia, Argentina o Brasile avrei un posto dove stare (e non vedo l’ora di farlo!).

7. Come sei cambiata tu in questi anni?

Sento che sto diventando la persona che voglio vedere riflessa nello specchio. È cambiato il mio rapporto con le cose materiali. Ho imparato a lasciare andare ciò di cui non ho realmente bisogno. Ad essere essenziale, sia nella vita di tutti i giorni, che nel mio zaino.

Ho imparato che le vere decisioni sono quelle che si prendono con sè stessi, senza far nessun rumore. Che il tempo è poco e preziosissimo, non va sprecato. Che devo essere riconoscente ogni giorno, per l’immensa fortuna di essere una donna libera, amata e in salute.

Le persone continuano a ripetermi: “Sei coraggiosa”. Io non mi sento coraggiosa. Ognuno di noi ha dei desideri, io ho solo seguito i miei. Quando si fa quello che ci rende felici, si è profondamente tranquilli. Io sentivo di avere nulla di insostituibile da perdere. Tutto si rifà: soldi, tempo, case, cose. Ma il tempo, quello non lo ridà indietro nessuno. L’ego è il nostro peggiore nemico. L’unica ambizione a cui voglio aspirare e che mi renderà ricchissima ogni giorno, è essere padrona dei miei desideri e delle mie azioni.

Chi era stato in Australia prima di me mi aveva avvisata: “Quando tornerai, non avrai più paura di niente”. È vero. Non avevo grosse paure quando sono partita, ma ora mi sento più leggera e intrepida che mai. Quando sono tornata a casa ho avuto la sensazione di essere partita solo due mesi prima, il tempo è volato. Ma dentro, dentro mi sono sentita come arricchita di tre anni di viaggi. Interiori ed esteriori.

8. Come mai hai scelto di fare un altro WHV in NZ?

Ora ho 28 anni, e posso richiedere un WHV solo fino ai 31 anni. I prossimi 3 anni vorrei giocarmeli bene e trascorrerli tra Nuova Zelanda e Australia. Voglio tornare nella terra dei canguri e sfruttare gli altri 2 anni di Working Holiday Visa che posso fare (dal 1 Luglio 2019 se durante il secondo WHV si fanno 6 mesi di “lavoro rurale in area remota” si può estendere il visto per il terzo anno) magari in Tasmania e in Queensland, che non ho ancora visto. Prima di questo, sarei curiosa di sperimentare come si vive in Nuova Zelanda. Letteralmente, dall’altra parte del mondo. A livello naturalistico dev’essere pazzesca. Quando il mio visto scadrà vorrei vedere tutte le isole del Pacifico: Melanesia, Micronesia e Polinesia. Insomma, tutte quelle destinazioni da Honeymoon che dall’Italia sarebbe troppo lungo e costoso raggiungere. Nella mia bucket list ci sono sicuramente: Nuova Guinea, Nuova Caledonia, Isole Cook, Tonga, Fiji, Samoa e Polinesia Francese.

9. Hai un blog di viaggio, perché è importante per te scrivere ed in che modo lo colleghi con queste tue esperienze di lavoro?

È iniziato tutto nel 2014. Mi sono chiesta: “Cosa ti piace fare?” “Scrivere e viaggiare”. Così è nato Go Downtown, dove racconto di viaggi “Downtown” nel cuore dei luoghi e delle città. Cerco esperienze genuine, reali e low-cost. Lontane dal turismo di massa. Mi piace viaggiare con Couchsurfing e Airbnb, condividere tavole e storie di vita vera. Quello che sto facendo ora è un continuo work in progress. Vorrei avere solo una certezza in tasca: qualsiasi cosa farò nella vita, i viaggi dovranno farne parte.

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