40esimo anniversario del disastro delle Ande, La Sociedad de la Nieve. - Viaggiare da Soli | partire da soli | viaggio da solo | donne in viaggio da sole | viaggiare nel mondo

Oggi è il 13 ottobre, il 40 esimo anniversario del disastro delle Ande, e questo è il mio modo per ricordarli, per celebrarli e per ringraziarli di avermi cambiato nel profondo.

diastro sulle Ande

Fuori dall aereo, foto scattata dai sopravvissuti.

Chiunque abbia mai letto il mio blog personale (www.chetiporto.it )sa che sono molto legata alle Ande, per motivi familiari, magari per la lingua, la luce, le facce delle persone, ma le Ande hanno diverse sfaccettature e non solo per me. Mentre ero in Uruguay una mia cara amica, mi ha portato nel Museo i Carlos Paez Vilarò a Punta dell’Este e ad un certo punto, al tramonto, in filodiffusione si sentiva una voce profonda di un uomo che parlava, parlava alla luna. Maira mi ha spiegato, era Carlos Paez Vilarò, il Padre di Carlitos uno dei sopravvissuti delle Ande, un suo amico di famiglia. Il libro che l’autore leggeva mentre su Punta Ballena cadeva il tramonto era Entre mi hijo y yo la Luna, un racconto di tutte le imprese disperate di questo padre, per cercare suo figlio sulle Ande. Lo chiamavano el loco de la montaña, ma alla fine aveva ragione: lassù qualcuno era vivo!

Maira ha chiamato Carlitros, mi ha detto che dovevo conoscerlo perché nessuno è come lui, ma purtroppo era a Buenos Aires, così ci siamo riproposti di vederci la prossima volta che fossi tornata in Uruguay e lei mi ha regalato La Sociedad della Nieveil giorno della mia partenza, dicendomi: “leggilo, tu puoi capire!” e così 14 h di volo aereo sono volate e ho passato una settimana a non togliere gli occhi da quelle pagine, centellinando ogni capitolo perché non volevo che finisse. Io non sono una che si commuove facilmente, anzi sono decisamente un po’ troppo algida, ma vi assicuro che durante quelle letture le mie lacrime non smettevano di scendere, non per la storia triste, ma per la speranza e l’amore nelle loro parole.

Pablo Vierci

La Sociedad de la Nieve di Pablo Vierci

La sociedad de la nieve è stato il primo “luogo “ dove tutti i sopravivientes si sono ritrovati, alcuni di loro hanno voluto soffocare quei ricordi, ma Pablo Vierci, l’autore, è riuscito a riunirli un ultima volta. Il libro non racconta solo dell’incidente, non racconta dei 72 giorni sulle Ande, a 4000 metri a -30° senza ne cibo, ne acqua , vestiti con magliette a mezze maniche, il libro racconta delle esperienze individuali, di quanto un unico evento possa essere affrontato in maniera così diversa da 16 persone. Ma soprattutto racconta del ritorno. Essere segregati in una prigione di ghiaccio per 72 giorni non ti rende più umano, ti fa tornare indietro di 4000 anni in un istante, i tuoi bisogni , le tue priorità, i tuoi valori cambiano in uno schianto, in una valanga e dopo 72 giorni cosa si prova a ritornare a casa? A ritornare in un luogo dove non è cambiato niente, dove la gente ha il coraggio di giudicarti ed etichettarti perché hai dovuto mangiare un altro corpo, dove la chiesa di dichiara pubblicamente peccatore! Ma cosa ne è stato dell’istinto di sopravvivenza? Non è sempre stato quello il valore primario dell’essere umano! Molti di loro al ritorno dormivano con l’aria condizionata perché erano abituati al gelo, altri per terra perché sul materasso non prendevano sonno. Nel momento del “rescate” i giornalisti, gli infermieri, i medici li hanno guardati come bestie perché avevano gli stessi vistiti per 72 giorni, perché intorno a loro c’erano solo ossa e non erano quelle di animali selvatici erano quelli della loro famiglia! La lettura più commovente dell’atto di cannibalismo è che i sopravivientes hanno visto questo gesto come un dono da parte dei loro amici morti, come non rendere la loro morte vana.

la sociedad de la nieve

Tre sopravvissuti fuori dalla fusoliera

Questi giorni nei quali vivimmo alimntandoci dei nostri amici e compagni che erano morti, loro ci stavano dando la possibilità di vivere. Per questo sento che la mia vita mi appartienne, pero sento anche che appartiene a loro. Che quello che io faccio o smetta di fare, obbedisce anche alla loro volontà. Per questo io cerco di comportarmi come se me lo avessero chiesto loro, in quello che ho fatto, faccio o farò nella vita, cercherò con tutte le mie forze di non deluderli. Come vorrei poter dire a Marcelo che quello che lui tanto temeva alla fine non è successo! Che sulle Ande  abbiamo dimostrato che quando si rompono le norme tradizionali non significa che si degrata la integrità, né l’onor, ne quei prinicipi che per lui tanto erano importanti, Al contrario, si affinano, Marcelo. E la prova sono i nostri discendenti. Da 16 che siamo sopravvissuti, ora siamo più di 100.  Adolfo Strauch

Dopo aver letto questo libro ho cercato in tutti i modi di farlo pubblicare in Italia anche proponendomi di tradurlo io stessa, non per una visione commerciale, ma perché volevo dal più profondo del cuore che altri miei connazionali potessero apprezzare e fermarsi a riflettere nella lettura di questo libro. Ovviamente i grandi editori hanno detto che non avrebbe venduto! Siamo ridotti proprio male se il libro di cucina della Parodi è primo in classifica per un inverno intero e il disastro delle Ande non è commerciale.

Per quanto il mio tempo mi ha concesso, vi ho tradotto alcuni pezzi che mi sono piaciuti tanto.

Vi consiglio di visitare il loro sito e la loro associazione www.viven.com.uy se vi va scrivetegli una lettera loro rispondo sempre e sono delle persone fantastiche.

Gli americani negli anni ‘80 hanno fatto il film Alive sulla loro storia, oltre a non avermi fatto dormire per settimane quando ero piccola è davvero una ricostruzione sterile e hollywoodiana, anche loro lo odiano. Vi consiglio di vedervi il documentario Stranded, che ripercorre le fasi del libro, semplicemente pelle d’oca!

Vi chiedo personalmente di  far girare il più possibile questo post, per condividere un’esperienza così forte, e perché da inguaribile romantica spero ancora che qualche cada editrice possa essere interessata a pubblicare questo libro in Italia, e per tutti coloro che hanno la fortuna di leggere in spagnolo vi consiglio di comprare questo libro.

 

disastro nelle ande

L’abbraccio di Carlitos con il padre

Per molto tempo non ho potuto pensare a questo processo che abbiamo vissuto nella montagna, passare da essere normali, a uomini primitivi, precipitando gradualmente. Penso che alla fine eravamo più vicini alla scimmia che all’uomo, con l’unica differenza che eravamo esseri pensanti e fondamentalmente con una spiritualità acutizzata che diventata sempre più sottile con il passare dei giorni. Pero come funzionamento del gruppo, per chi ci osservava da fuori, era come se fossimo un branco di scimmie. Settanta due giorni senza lavarci, senza cambiarci i vestiti, mangiando carne umana, che all’inizio era un pezzettino piccolo però dopo si è trasformata in una razione di cibo vera e propria, e quando rimaneva solo l’osso buttato per terra, arrivava uno lo prendeva se lo metteva nella tasca della giacca e dopo poco lo iniziava a succhiare davanti agli altri. Persino le conversazioni avvenivano come nelle caverne, parole ad un volume flebile, molte pause, quasi sussurrato. Forse era solo un adattamento del corpo per risparmiare energia, o forse eravamo entrati in stadi tanto primitivi che da uomo sapiens ci siamo trasformati in scimmie pensanti. Daniel Fernandez

 

Nessuno sa cosa significa davvero vivere 72 giorni in un tunnel gelato. Gli unici che lo sanno davvero siamo noi e questa sensazione morirà con noi. Con tutti i libri che possano scrivere o film che possano filmare, è difficile trasmettere tutte le dimensione della esperienza. Soprattutto è stato troppo tempo. Una cosa che ho fatto per molti anni  ogni volta che arrivava il 13 di ottobre era segnarlo sul calendario e ricordare giorno per giorno per avere la percezione chiara del tempo, per comprendere davvero quanto è stato lungo vedere arrivare quel 23 dicembre. Quando pensavo ad un girono dopo il 13 di ottobre mi dicevo : oggi sarebbe stato un giorno in più nella montagna, e il 14 ripetevo: oggi sarebbe un giorno in più, e il 15 un altro ancora. E’ un’enormità di tempo da vivere in una costante incertezza, che fu peggiore della sete, peggiore della fame, peggiore della paura. A volte mi domando in cosa mi cambiò la Cordigliera, e sempre arrivo ad una conclusione molto elementare: ho imparato ad apprezzare la vita, specialmente le cose semplici, la famiglia, gli amici. Ridere, essere grato, senza necessariamente vivere in un paradiso o con tanti soldi in tasca. E’ semplice, ma questo è quello che ho imparato. Mi ha dato sicurezza e fiducia in me stesso. Mi ha permesso di affrontare in un modo differente la vita. Se cammini per settanta due giorni su un parapetto, ti abitui a vivere sul cornicione. Roy Harley

Bobby François corre dalla madre

La notte che arrivai a Montevideo, mia madre chiese a mio fratello, con il quale dividevo la stanza, di cambiare letto e si sdraiò lei nel letto al mio fianco. Di notte io non riuscivo a dormire, perché ero abituato a non addormentarmi, ma a sonnecchiare appena nella fusoliera, per non congelarmi e per la insopportabile scomodità. Perdevo tempo fumando tabacco, mentre mia madre mi osservava nell’oscurità. Al buio, illuminato appena dalla luce della sigaretta, disegnavo con il carboncino su un foglio di carta che mi ero messo di fianco. Non sapevo esattamente cosa volessi disegnare, però non smettevo di farlo. Quello che apparivano erano tute scene della montagna. Fino a che quattro giorni dopo il 1 di gennaio, in una sola notte di lavoro frenetico ed insonne, feci tutta la sequenza della montagna, disegni che conservo ancora, che culmina con l’arrivo degli elicotteri.Quando restammo sepolti sotto la neve per tre giorni, dopo la valanga, si creò un prima e d un dopo, dividendo due storie distinte. Quando finalmente uscimmo dalla neve, il paesaggio era un altro, le gente era un’altra. Uscimmo in otto di meno, però usci uno in più e questo “uno in più” immateriale ci avvertì che finivano definitivamente le meschinità della società “civilizzata”, tra virgolette. Fu li quando entrai in un contatto molto più stretto con una forza superiore. Non sono diventato più cristiano né meno cristiano, semplicemente molto più credente in uno stesso Dio di tutti, che si esprimeva attraverso l’uomo, nell’altare della natura. E’ facile non credere quando sei giù a valle, è impossibile non credere quando sei solo con la montagna. Coche Incharte

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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3 Commenti

  1. Avatar

    ciao viaggiatrice,
    ho letto con molto interesse tutto quello che scrivi sul disastro delle Ande, e sai perché? molti anni fa, forse una ventina, stavo leggendo un libro che raccontava questa storia, senza però poterlo finire perché mia sorella prestò il libro a non so chi! Non sono riuscita a trovare il libro nelle librerie, nessun riferimento da nessuna parte, finché mi sono dimenticata. Ma oggi leggendo queste tue parole desidero più che mai quel libro, cosa possiamo fare?
    Un caro saluto da una sedentaria!
    Ornella

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    • Francesca Di Pietro

      Che bello Ornella, io amo questo libro e la loro storia, mi ha cambiato la visione delle Ande. Ci sono stata 5 mesi e ogni volta che guardo le cime bianche e il vento penso a loro e all’improvviso non ho più freddo. Ho cercato in tutti i modi di farlo pubblicare in italiano, ma sembra che queste storie da noi non si vendano, meglio la fantapsicologia o la fantacucina! Per comprarlo basta che vai su Amazon e in 2 gg è a casa, io l’ho appena regalato ad un mio amico che stimo tanto.

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  2. Avatar

    per quanto tragica e drammatica è stata la loro esperienza chi di noi non avrebbe voluto viverla personalmente?. ogni notte che mi addormentavo il mio spirito andava sulla montagna con loro.come sarebbe stato bello stare insieme a carlitos e fito strauss e bobby francois.penso e credo che una parte di loro,quella dei sopravvissuti sia rimasta per sempre sulla montagna.ancora oggi non passa un solo minuto in cui loro non pensino a quei giorni.

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