Marco: fare volontariato con i rifugiati siriani in un campo profughi

Mi chiamo Marco Pappadà. Sono un’odontoiatra che vive e lavora a Sava, un piccolo paese in provincia di Taranto, presso due cliniche dentali a conduzione familiare. Nella mia vita poi è arrivato un momento in cui ho deciso d’andare ad aiutare i più deboli e mi sono avvicinato ai rifugiati siriani.

1. Come ti sei avvicinato al volontariato?

Fare del volontariato è da sempre stato un mio grande desiderio. Finalmente, dopo aver trovato la giusta occasione e il tempo, sono riuscito a fare questa fantastica esperienza.

2. Hai dovuto fare dei corsi particolari?

Non ho dovuto fare corsi particolari, mi è bastato fare una piccola ricerca su internet per trovare qualche associazione attinente al mio lavoro e sono partito. 

3. Come hai scelto la struttura da supportare?

Parlando con mio fratello ci siamo interessati a questa associazione e, dopo aver visto le date, abbiamo scelto la destinzione e abbiamo deciso di aderire all’iniziativa.

4. Quale è l’errore che secondo te si fa più spesso quando si sceglie di fare volontariato?

In realtà non ci pensi più di tanto a quale errore si possa commettere, preso dalla voglia e dall’entusiasmo non immagini nemmeno che potrebbero insorgere problemi. Una volta fatto, logicamente, ti rendi conto che uno degli errori più grandi può essere quello di mettere a rischio la tua salute; essendo lì, sei a contatto con ambienti poco puliti o con persone che portatrici di malattie contagiose. Questo è un pericolo che in realtà, se non si usano le dovute precauzioni, corriamo tutti i giorni.

 

5. Dove l’hai fatto e di cosa ti occupavi?

Ad Atene, in un campo di rifugiati di guerra siriani e palestinesi e svolgevo il mio lavoro. È stata una buona occasione per crescere anche a livello professionale dovendo lavorare in condizioni estreme e senza tutti i comfort che ho nella mia clinica privata.

6. Quale è la cosa che ti ha colpito di più?

Inizialmente sono rimasto colpito in maniera positiva nel vedere felici tanti bambini che giocavano e ridevano quasi estranei alla vicenda catastrofica che ha colpito il loro paese. La cosa più triste invece è stata il dover ascoltare le storie di ragazzi con sogni e aspettative di vita come tutti i giovani, aspettative azzerate dalla guerra. Ho avuto modo di cenare con alcuni di loro, sono state le cene più brutte e che ricorderò per sempre nella mia vita. Non è semplice restare indifferente di fronte a ingegneri, medici o altri professionisti che hanno dedicato tanto tempo della loro vita a studiare, a fare tanti sacrifici e che ora si ritrovano senza alcuna speranza.

7. Cosa consigli a qualcuno che vorrebbe iniziare questa esperienza per la prima volta?

Consiglio di armarsi di coraggio e di forza e di partire, e di farlo assolutamente. Non è una cosa facile da sopportare me ne rendo contom ma che siate deboli o forti, almeno una volta nella vostra vita bisogna farla. Fa parte di un percorso di vita anche il volontariato a mio avviso.

8. Come è cambiata la tua idea sui rifugiati dopo questa esperienza?

In realtà la mia idea sui rifugiati è sempre rimasta la stessa, cioè che hanno bisogno di un aiuto, loro amano la loro terra e la realtà in cui vivono e non la abbandonerebbero mai. Lo scoppio di una guerra però porta a tutto questo, si scappa cercando riparo arrivando persino a viaggiare in barconi chiusi dentro delle valigie. Non si può provare odio per questa gente, non possiamo immaginare cosa si prova finché una cosa simile non ci accade personalmente e loro cercano di fare il possibile per sopravvivere, la stessa identica cosa che faremmo tutti noi se nel nostro paese dovesse scoppiare una guerra dall’oggi al domani.

 

9. In cosa il volontariato ti ha cambiato?

Un’esperienza simile ti aiuta a vedere le cose in maniera diversa, a farti riflettere su quanto ognuno di noi possa essere fortunato. Sarà la solita frase che avrete sentito miliardi di volte “Sono fortunato” ma credetemi quando vedi in prima persona cosa significa lo pensi sul serio. Tante volte alcune persone preferiscono non sapere e non informarsi sulle cose ma non è così che si cresce. Per studiare e documentarsi c’è un prezzo emotivo ed economico da pagare, l’ignoranza invece è gratis.

 

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