Viaggio da Solo negli gli Stati Uniti d’America

Gianluigi Longar di Pra, (Genova) autore del blog Longar.wordpress.com  e del libro La Mia Meta, ci racconta il suo viaggio in solitaria lungo il grande continente americano, un percorso che riprende la beat generation, ma con un occhio totalmente nostrano.

“Nella mia vita ho sempre voluto immaginare il viaggio solitario come un’estensione del mio io. non viaggi per il tuo ego ma per la paura di non essere in grado di fare una cosa, essere solo contro il fato, raggiungere un tua meta. io nel mio primo viaggio importante l’ho raggiunto provando i miei limiti non fisici ma mentali, amando ciò che la vita all’estero mi riservava ogni giorno. sarei bugiardo se asserissi di aver trovato difficoltà infatti non è così. ho solo trovato persone “local” che mi hanno sempre aiutato, che hanno reso fluido il mio viaggiare. questo non solo negli stati Uniti e in Canada ma anche in Europa. Non conta quanti soli hai, la tua cultura e la tua posizione sociale, quando sei fuori casa, fuori patria, se sempre solo e combatti da solo più le tue paure che ciò che credi ti venga incontro. la realtà é che viaggiare ti facilità la comunicazione anche con il tuo più grande amico che non conoscevi così profondamente finchè non hai vissuto altre culture e altri modi di vivere e di pensare”

1. Gianluigi, hai detto che tra i tuoi avi vi erano naviganti e boscaioli,ma quando effettivamente hai capito che la tua vita era “in avventura”?

Fin da bambino ho capito che amavo  stare da  solo,  senza misurarmi con nessuno ma solo con la natura. Solitamente in tenera età tutto è confuso, ma l’ignoto è sempre stato il mio chiodo fisso;  sia per il mare dove  vivevo tutto l’anno sia per la montagna, che frequentavo d’estate e d’inverno con i miei.

Le mie  vacanze non erano quelle  solitamente immaginate, piene di agi e comfort;  erano molto spartane. In inverno a sciare al paese dei  miei nonni paterni, su piste non battute sempre in compagnia di mio padre, che mi faceva “racchettare” senza usare skilift (non c’era). In estate in campeggio con la tenda canadese, in luoghi  solitari fuori dal caos dei centri di villeggiatura. Lì  ho maturato il desiderio  del viaggio verso l’ignoto  che un giorno  imprecisato avrei realizzato, come è avvenuto.

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2. Ho visto che è stato un viaggio completamente autofinanziato: raccontaci di qualche aneddoto di lavoro. Era la tua prima esperienza di lavoro fuori dall’Italia?

Non era la mia prima esperienza. Provengo da una famiglia di operai, con la certezza che i miei genitori hanno sempre avuto grandi doti nell’insegnarmi ogni tipo di lavoro che potesse essermi  utile una volta diventato grande. La prima volta che ho lavorato fuori casa è stato in Francia. Per pagarmi i miei primi viaggi e arrampicate ho tagliato fieno e vangato terra. Gli aneddoti potrebbero essere molteplici, ma io amo sempre dire che se un uomo sa usare la testa può usare anche le mani. In ogni situazione in cui ti trovi devi essere tu a prendere l’iniziativa; se sei accanto a casa o a 1000 km di distanza e hai bisogno di soldi non devi parlare devi agire! Mi spiego meglio, il lavoro lo devi prendere, non è lui che prende te. In un frangente mi trovavo a Edimburgo nel  ’91 e con due ragazze avevamo deciso di fare il giro della Scozia. Ci siamo trovati una mattina vicino alla periferia, non sapevamo come passare la notte perché avevamo finito i soldi. Sulla strada una ditta stava facendo uno scavo “a pala e picco”; ho visto che erano solo in due , ho preso un piccone e ho iniziato a lavorare dall’altra parte della strada. Questi subito non hanno capito, pensando  mi avesse mandato qualcuno; in breve tempo  si sono resi conto che stavo solo lavorando per aiutarli. Quando venne il loro capo mi portarono a bere e mi diedero 15 sterline; mi dissero che se volevo tornare la mattina seguente avrei potuto farlo! Io credo che prima di tutto ci vuole sempre la  volontà, il resto viene da solo.

3. Perché proprio la scelta del continente nord americano negli anni ‘80, ed in particolare unire agli Stati Uniti anche il Canada???

Sono sempre stato affascinato dai racconti di mio zio Franco,  fratello di mia madre  e del suo amore per le due ruote. Mi spiegava come è diverso guidare una due ruote su una strada americana, dove  per centinaia di km non incontri case nè persone, ma  solo spazi immensi.  Per quel che riguarda il Canada, l’elemento scatenante  era  stato un vecchio comandante di bordo che veniva in vacanza dai nonni paterni: da  bambino mi raccontava sempre della bellezza delle isole della Nuova Scozia, in particolare S.Pierre e Michelons. Per anni, durante i miei spostamenti mentre mi spostavo dovuti al calcio e alle arrampicate, ho incontrato saldatori, carpentieri, che mi parlavano del mondo esterno, stimolando la mia sete di conoscenza. Ho scelto questi due obiettivi (USA e Canada) perché sentivo  avrebbero potuto darmi quella libertà che io cercavo. Non ero pronto per visitare l’Italia, così ricca di siti, monumenti ed opere il cui valore,  la mia mente troppo inesperta non avrebbe capito. Avevo bisogno di un qualcosa di più semplice  ma affascinante,  dove potermi  sentire piccolo in mezzo a spazi sconfinati.

4. La California è parte importante del viaggio, qual è la cosa che più ti ha affascinato della West Coast???

Anche qui  c’è lo zampino di mio zio Franco. Essendo lui negli anni ’70, motociclista, navigante, pittore e “testa matta”,  aveva l’abitudine di organizzare piccoli party nella nostra cantina di Pra’ , ricavata da una vecchia fabbrica della lavorazione del pesce dei miei avi. All’epoca ero ancora  figlio unico (mio fratello Paolo è arrivato nel ’78). Qui mi divertivo spesso  girare tra divani e camere oscure trovandovi ovviamente oggetti  di ogni genere:  dagli spinelli ai profilattici,  ma soprattutto alle cassette audio “stereo 8”. Le  ascoltavo in continuazione,  quasi alla nausea: Doors, Led Zeppelin, Iron Butterfly, Beach Boys ecc. Il ricordo di quei momenti , unito alla lettura di un libro su Jim D. Morrison mi ha  spinto a voler visitare a fondo  questa regione sulla costa del Pacifico. Cosa mi ha affascinato? Sentire il rumore dei “Cable Cars”  a San Francisco e la sua umidità, sentire ancora l’eco delle rivolte di Berckley , la seventy Mile Drive di sera, la discesa della strada lungo il fianco del lago Tahoe, superare i passi dei parchi di Yosemite, pernottare a Venice e scoprire la parte meno conosciuta di Los Angeles….Anche per questo  sono ritornato anni dopo in California , così come in altri Stati.

5. Anche io ho letto il libro di Stephen King:  “Le notti di Salem”….. la cittadina rispecchia l’atmosfera  noir e spiritista del libro del grande autore??? 

Sono passati molti anni da allora, ed io non sono mai più tornato da quelle parti. In  verità, anche dopo tanto tempo, l’unico luogo dove ho davvero respirato quell’atmosfera è la casa dove  ho pernottato.  Era una bella costruzione dei primi del  ‘900,  un po’ sinistra e questo ha giocato a favore del narratore. Anche la signor che la gestiva , dietro la sua verve vittoriana mi dava idea di nascondere qualche segreto. In realtà durante il giorno, alla luce del sole, tutto cambiava aspetto e la città riacquistava i connotati della normalità, convincendomi  che forse  era solo suggestione. Una città di periferia. 07042013933

6. Dopo la California, ti sei spostato nel South USA: davvero li si respirava l’America più profonda, più tradizionalista, bigotta, rispetto alle grandi metropoli della East e West coast???

Prima ho percorso  un po’ dell’interno: Nevada, Utah, Wyoming, poi a Cheyenne ho preso il treno per il New Mexico. Ad Albuquerque , quando ho  sceso la moto per rimettermi “in strada”, ho percepito  ancora un po’ del mio mondo. Mi  spiego meglio, il mondo che piace a me. Devo confessarti  che attraversare parte degli Stati del Sud è stato interessante, ma forse più per la gente che ho conosciuto che per i luoghi. Molta umidità, molta felicità, a volte estremizzata. In certe occasioni trovi gente che balla, canta, ogni angolo è un piccolo concerto dal vivo. Ma nel contempo ho conosciuto anche  molta tristezza.  Forse ora qualcosa è cambiato,  forse ritornerei lì per rivivere alcuni dei momenti trascorsi, in particolare qualche festa creola oppure  per ascoltare il Soul,  la vera anima della musica di colore. Solo gli abitanti di quei luoghi ti possono trasmettere questo feeling. Noi “stranieri” possiamo  comprendere solo in parte  questo mondo fatto di sofferenze, di diritti umani  conquistati con immani battaglie sociali. Solo l’uomo di colore ha avuto la forza, negli anni, di ottenere ciò che ha a costo di impensabili sacrifici ai nostri occhi. Io credo che i popoli originari dell’Africa,  portati lì con la forza,  abbiano avuto il grande merito di  trasformare una zona degli Stati Uniti inospitale , umida e priva di leggi a tutela delle più elementari libertà  rendendola unica al mondo; forse questo non  è riuscito nemmeno al vero popolo americano,  i Pellerossa…

7. Seattle,una delle città ai tempi più innovativa degli Stati Uniti: esiste una Seattle italiana secondo te?

Quando l’ho visitata Seattle era  la città delle “api industriose”, ma al tempo stesso una città cosmopolita carica di verve e di voglia di trasmettere emozioni. Il clima non troppo felice porta i ragazzi a cercare nella musica una via d’uscita dalla periferia che ti porta un po’ a deprimerti.  Se dovessi paragonare una città italiana a Seattle direi Padova,  sia per l’operosità della gente  che per gli la moltitudine di studenti, sempre pronti a riversarsi in piazza per comunicare, cosa rara in Italia.

8. Sei stato anche a New Orleans,la città del Jazz,del blues,della contaminazione musicale culturale:  che rapporto hai con la musica,ha orientato la scelta di un luogo piuttosto che un altro?

Come ho detto in precedenza  non amavo tanto stare in quei luoghi come non amo la musica Jazz, non sono l’uomo da “locali fumosi” e non lo ero neanche da ragazzo. Blues e soul hanno un buon effetto perché mi rilassano; in alcuni frangenti mi riportano alla mente i films anni ’60 e questo è bene. In quei luoghi si vive la vera anima africana dove tutto sembra essersi fermato all’inizio del ‘900. Lo sguardo dell’uomo di colore è austero ed allo stesso tempo buono ed affascinante. Ha la storia che scorre nelle vene e lo sa trasmettere non solo con la musica. La nostra vita è un film,  ma a volte non lo sappiamo!

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9. La Route 666: nel percorrerla hai sentito quel senso di libertà,descritto molto bene dagli autori della beat generation, di Jack Kerouac?

La “strada del diavolo” attraversa  6 stati che come sai sono Nevada,  Arizona, New Mexico, Colorado, Utah e Idaho chiudendoli nell’anello di fuoco. L’ho incrociata più volte, prima fuori Las Vegas, poi di nuovo nello Utah mentre andavo verso il Wyoming e poi sceso dal treno ad Albuquerque. In Arizona, nei bar lungo la strada si sentivano sempre gli Iron Maiden e molti ragazzi e camionisti portavano la faccia di Lovencraft con il simbolo della 666 che come sai è il numero di Satana. Anche se mi piace il mondo satanico (ascoltavo i Merciful Faite che quasi nessuno conosce) in quel periodo avevo una visione diversa della strada da percorrere ; la mia meta non era solo seguire strade poi entrate nella storia. Il mio percorso ideale era  una linea che vedevo solo nella mia mente, sempre nuova e diversa come il vivere la vita giorno per giorno.

10. Quali consigli daresti a una persona  che intende intraprendere un viaggio nel  vasto continente americano, tra i suoi diversi luoghi, culture, popolazioni?

Prima di tutto  chi decide di viaggiare in spazi così grandi deve avere la consapevolezza di dover percorrere anche centinaia di km senza vedere anima viva. Chi intraprende un viaggio alla ricerca della natura deve cercare anche se stesso: non è solo una sfida contro la natura come attraversare un deserto, scalare una montagna impervia, remare sui frangenti di un oceano. Viaggiare in quegli spazi  immensi  significa soprattutto saper gestire le situazioni, cercando di “arrangiarsi” in ogni momento.  Penso innanzitutto alle conoscenze di base per organizzare un bivacco sicuro, cercare di dosare i beni  che si hanno a disposizione, (soldi, vettovagliamento, alimenti, vestiario, carburante).

Ma penso anche che sia necessario salvaguardare in ogni momento la propria dignità di persona, cambiando gli abiti con regolarità (non si va in giro a fare i barboni…..). Occorre gestire al meglio l’alimentazione e prevenire la sete, capire quando si può bere dell’acqua oppure no, oltre che a fare “provviste” quando è il momento opportuno (ci sono oramai sistemi di filtraggio dell’acqua che occupano poco posto). Il cibo è fondamentale, così come il riposo. Il viaggio deve essere un piacere non una sofferenza, anche se i momenti di difficoltà sono sempre dietro l’angolo. In questi momenti  è facile cadere nella rassegnazione e nel pensiero di “dover mollare tutto”. Bisogna partire con un obiettivo pianificato e se poi vuoi cambiarlo lo fai in corsa, ma nella tua testa tutto deve essere chiaro. Non è necessario conoscere la lingua alla perfezione; anzi un leggero disagio di comunicazione ti rende ancora più “straniero” in quella terra e quindi pienamente te stesso in quella realtà dove ti sei calato consapevolmente. Se tu vuoi far vedere “che sai” ti dicono “arrangiati!”;  se il Local ti vede in difficoltà ti aiuta, per mia esperienza  è sempre stato così. Viaggiando si imparano tante cose ma se tu parti e noi sai fare nulla soffri  e il viaggio diventa un’odissea, quindi prima impara ciò che ti serve per vivere, per mangiare, per dormire, per essere autosufficiente.  In parole povere  devi avere una preparazione di base: nel mio caso l’insegnamento fondamentale dei miei genitori e della strada.

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