Cosa ti insegna il servizio civile all’estero

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Riccardo Moi, ragazzo sardo di 28 anni. Sono laureato in filologia moderna, mi piace scrivere, viaggiare e costantemente stimolare la mia curiosità con nuove esperienze e nuovi punti di vista. Da qualche anno ho creato un blog The Casual RM, un salotto di considerazioni di giovani in cerca della propria strada. Ho scelto di dedicare un anno a fare il servizio civile all’estero, e tra tutte le città del mondo ho scelto Buenos Aires [/box]

1. Cosa spinge un ragazzo a dedicarsi alla cooperazione e cosa lo porta all’estero a farlo?

Ciò che mi ha spinto a dedicarmi alla cooperazione e a diventare servizio civilista all’estero è stata la disoccupazione italiana, la voglia di rimettermi in gioco con un’esperienza all’estero in un paese in via di sviluppo che finora non conoscevo minimamente, la voglia di lavorare sul mio carattere, sulla mia capacità di adattamento in un progetto che ha come obiettivo principale il mettersi al servizio di una mission sociale in un contesto delicato come il barrio La Boca di Buenos Aires.

 

2. Come è la Buenos Aires che conosci tu, quella che hai visto in questi mesi?

Buenos Aires è una capitale enorme, dispersiva, affollata, confusa e confusionaria, perennemente in bilico e in cambiamento. Una città che strizza l’occhio alle capitale europee ma che vive di enormi contraddizioni e disuguaglianze sociali che la rendono interessante ma al contempo anomala. Non è una capitale sudamericana nello stereotipo che immaginiamo, anzi spesso dà l’impressione di essere molto europea e poco sudamericana. È una città ricca di iniziative culturali benché giovane di storia e priva di quella ricca base di patrimonio artistico a cui noi europei siamo abituati e diamo per scontato. Una capitale che si erge in equilibrio precario verso un boom economico fittizio o condannata al flagello collettivo. È impenetrabile, ermetica e magnetica. Sempre vitale e autenticamente inafferrabile.

3. Credi che il tuo lavoro gli possa effettivamente insegnare un metodo o quando andrai via saranno persi?

Io lavoro in un centro di formazione professionale che ha l’obiettivo di accompagnare gli alunni nella formazione e invogliare loro, attraverso lo studio e la professione, a migliorare la propria situazione socio economica. Non insegno nessun metodo, e quando andrò via non saranno persi. Dopo tutti questi mesi qui posso solo credere, quando non ci sarò più, di aver dato ad alcuni di loro la possibilità di credere che il mondo è molto più vasto di ciò che si pensa, i confini tanto fisici quanto personali possono essere superati, si possono trovare mille opportunità di migliorare il proprio status quo con l’istruzione, lo studio, la formazione, non dimenticando mai di credere nelle proprie forze e attitudini. Più che insegnare un metodo ho voluto infondere un’energia diversa, un’aria nuova dettata dal semplice intercambio di culture diverse, modi di ragionare diversi e apparenze contrastanti.

 

4. Come gestisci la separazione dal luogo quando finisce un progetto?

Col tempo mi sono abituato ai cambiamenti, e non vivo più la separazione come un evento drammatico. Anzi, è un’energia che continua a sprigionarsi e avere effetti su nuovi traguardi da raggiungere e su nuovi obiettivi da prefiggersi. Il luogo continua a vivere in te come bagaglio personale, attraverso ricordi e steps acquisiti. La separazione dal luogo diventa semplicemente l’inzio di un nuovo cammino.

5. Il punto più difficile della tua esperienza?

Il punto più difficile è stato gestire il senso ultimo del mio essere qui. In altre parole ciò che è difficile è trovare un’armonia che giustifichi la tua presenza come volontario in un contesto che spesso non comprende il volontariato, non conosce il volontariato, non conosce l’ “altro”, non ammette intromissioni di terzi che possano ledere o apportare cambiamenti al contesto di vita. Il punto più difficile non è solo un punto, è una linea che necessita costantemente di ritocchi, manutenzioni e calibrature in corso di esperienza.

 

6. Ora l’Argentina ti piace di più o di meno?

Prima avevo un’idea dell’Argentina ovattata, edulcorata e legata ad un immaginismo letterario e cinematografico. Ora l’Argentina mi piace di più perché l’ho conosciuta dal vivo, ci ho vissuto un anno e ho saputo coglierne i lati positivi e negativi. Mi piace di più perché l’ho vissuta.

7. Cosa dovrebbe avere un ragazzo che vuole fare il tuo lavoro e cosa no?

Dev’essere un ragazzo duttile, disposto al cambiamento, curioso e che mai perde il suo punto di vista critico, la sua libertà intellettuale indispensabile per valutare il contesto ospitante e nello stesso tempo per avvicinarsi alla nuova realtà con umiltà e dedizione disinteressata.

 

8. Come ci si prepara?

Ci si prepara con grinta e voglia di nuovo. Non esistono paure, almeno nel mio caso non ci sono state. È stato un passaggio graduale dalla formazione prepartenza delle mia ONG Amici dei Popoli all’arrivo qui a Buenos Aires. Ci si prepara costantemente, calibrando la distanza, vivendo la lontananza e i momenti di disorientamento che sono comuni e reiterati.

9. I tuoi progetti futuri?

Quest’anno a Buenos Aires mi ha reso ancora di più cittadino del mondo. I miei progetti futuri ora sono legati a un contesto geografico e di possibilità più ampio rispetto a prima. Ho la visione del mondo molto più ridimensionata, il mondo è immenso, ma può essere scoperto, una considerazione che anni fa mi sarebbe parsa impensabile. Fare il servizio civile all’estero mi ha dato il tempo di osservare e raccontare realtà sconosciute, e i miei progetti si legheranno a questo: al viaggio, al racconto, alla condivisione.

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