Marco Selvaggio

Marco Selvaggio, suonare l’hang in giro per il mondo

[box style=’info’] Sono Marco Selvaggio, un avvocato artista catanese classe ’83, che ama la musica in tutte le sue forme. Vivo a Catania e adoro questa città in cui suono praticamente ogni giorno e notte, componendo sempre nuove melodie e canzoni, ma al tempo stesso mi sposto continuamente in giro per l’Italia e l’Europa suonando i miei hang. Attualmente sto lavorando al mio ultimo album di musica pop e sperimentale per la casa discografica Waterbirds di Virlinzi e Midulla in cui ci saranno tantissime collaborazioni artistiche di cantanti provenienti un po’ da tutto il mondo la cui uscita è prevista a giugno! In passato ho sperimentato il suono dell’hang sulla musica lirica, classica, house, chill out ed elettronica e questo mi ha portato a girare parecchio in giro e conoscere un po’ quello che è poi diventato il mio mondo.[/box]

1. Come ti sei avvicinato a questo strumento così particolare?

Milan Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere afferma che «La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze. Una coincidenza significa che due avvenimenti inattesi avvengono contemporaneamente, si incontrano. La stragrande maggioranza di queste coincidenze passa del tutto inosservata. perché proprio in questo modo sono costruite le vite umane. Sono costruite come una composizione musicale. L’uomo spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata. L’uomo senza saperlo compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento».

Io mi sono avvicinato all’hang per una pura coincidenza. Ero a Roma e avevo sentito un suono stranissimo dal quale sono stato stregato! Seguendolo sono arrivato a capire che era prodotto dal vivo e da uno strumento suonato da un ragazzo dell’est Europa che non avevo mai visto. Da lì la mia sfrenata ricerca. Non avrei mai potuto permettere che questa coincidenza potesse passare inosservata lasciando priva la mia vita di questo senso di bellezza. La prima canzone che ho composto si chiama appunto Serendipity. La serendipità indica, infatti, la sensazione che si prova quando si scopre una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. In poche parole l’hang, la mia musica e tutto ciò che da questa deriva.

marco selvaggio the hang player

2. L’hang è uno strumento un po’ ipnotico, anche tu quando suoni vai in uno “stato alterato”?

Non è semplice descrivere le sensazioni che l’hang riesce a dare al suonatore così come al pubblico! Io non dimenticherò mai ciò che mi ha trasmesso la prima volta che l’ho ascoltato! Son rimasto davvero a bocca aperta ed in trance. E’ qualcosa che va al di là dell’immaginazione! E’ ipnotico… Ma oserei dire quasi surreale. Credo in ogni caso che la sensazione che riesce a dare la musica sia questa quando è vissuta pienamente. Molto spesso dipende anche dal contesto. Adoro suonare a mare ed in posti suggestivi con pochissima gente anche se poi per necessità di cose necessito di fare anche eventi con un vasto pubblico e concerti. Suono spesso ad occhi chiusi e amo farlo durante la notte! Uno dei momenti più creativi della giornata. Parlare di stato alterato non è propriamente esatto, ma di certo posso dire che l’hang mi da serenità. Suonare è la mia catarsi.

3. Quale filosofia racchiude l’hang?

L’hang è di per se una filosofia se così possiamo dire, per molti uno stile di vita. Inizialmente era nato come uno strumento meditativo, o almeno così ho sentito dire, ed è sempre stato e lo è tutt’ora quasi impossibile da reperire. Questo perché è fatto artigianalmente da due svizzeri a Bern. Io credo sia uno strumento da un fascino unico, considerato tra i più rari al mondo, e ho sempre detto che – per me (tutto è sempre relativo) – “se esiste la magia nella musica, è proprio racchiusa dentro quello scrigno magico che è l’hang”. Da quando l’ho avuto ho subito iniziato a sperimentare il suo suono in contesti musicali differenti spingendomi dalla musica strumentale e pop alla musica house ed elettronica. Fortunatamente questi esperimenti sonori e questa caccia di suoni mi ha portato a suonare un po’ ovunque e le idee non capite probabilmente nella mia città, sono state apprezzate all’estero. L’hang, dunque, per me rappresenta anche un cambio radicale del mio modo di vivere! Ho iniziato a comporre le mie canzoni, a scrivere i miei testi e a cercare i luoghi adatti per farlo. Son cambiate tante cose dal giorno in cui ci siamo incontrati. Senza questo strumento non avrei avuto tante possibilità e non sarei mai arrivato a far musica, a viaggiare, a conoscere e ad apprezzare tante cose che sarebbero passate inosservate.
Marco Selvaggio teatro

4. L’essere musicista come ti ha legato al mondo dei viaggi?

L’essere artista mi ha legato particolarmente al mondo dei viaggi sicuramente! Basta considerare che senza la musica non avrei di certo visitato alcuni posti nascosti e alcune città europee minori. Nell’aprile del 2013 ho preso parte al festival delle arti, della musica e del teatro ad Ypres, un paese belga al confine con la Francia davvero stupendo! Un luogo in cui ad esempio non sarei mai andato se non per suonare e che tra l’altro sconoscevo. Al tempo stesso ogni volta che viaggio porto sempre con me uno dei miei hang e anche quando un viaggio nasce come “viaggio di piacere” si trasforma in “viaggio musicale” riuscendo sempre a trovare il modo per fare concerti e collaborare anche con videomaker, fotografi ed altri artisti. Viaggiare per me non è altro che sinonimo di conoscenza, di nuove prospettive e di vita. Molto spesso, durante i miei viaggi, molte occasioni sono nate per caso, così come la notte bianca a Parigi nel 2004 (stavo prendendo lezioni di musica tradizionale africana e mi son trovato a prendere parte suonando a Chatelet per lo spettacolo) o il concerto cui ho preso parte in Australia al Beach Hotel di Byron Bay (ero tra il pubblico ed un amico parigino mi ha fatto salire sul palco perché mi aveva già sentito suonare giorni prima e mancava il percussionista all’ultimo momento). Viaggiare è un po’ ciò che mi piace maggiormente dopo la musica. A differenza di molti però non riesco a slacciarmi e svincolarmi dalla mia terra. Non riuscirei credo a vivere fuori se non per qualche mese. Ho un legame viscerale con la Sicilia e Catania ed è qua che ho le mie radici ed il luogo in cui vorrei vivere nonostante la situazione non sia delle migliori. There’s no place like home…

5. Facendo concerti in posti diversi della terra hai visto una sensibilità differente a seconda dei luoghi?

Sicuramente si! Ho sempre cercato i luoghi più suggestivi anche perché credo si sposino meglio sia con lo strumento che suono sia con la musica che solitamente faccio e amo suonare. Ho suonato in grandi teatri come il Teatro M. Vincenzo Bellini della mia città – che reputo sia uno dei luoghi più belli in cui qualcuno potrebbe suonare – o il Teatro della Tosse di Genova, o il teatro Ghione di Roma così come in strada in diversi festival. Ho suonato in contesti diametralmente opposti e avuto sensazioni sempre diverse. In teatro, la prima volta è stata incredibile! Non avevo fiato e mi tremavano le gambe! Non credevo di riuscire a suonare nel tempio della musica, tanta pressione addosso. Ma questo fa parte del gioco ed è ciò che rende vivi e che non fa mai smettere di suonare e di emozionarsi. Ho preso poi parte, ad esempio, più volte a Vienna ad un festival di artisti di strada (chiamati così solo per il luogo in cui si esibiscono perché hanno un talento straordinario, la loro è una scelta di vita) nel pieno cuore della città a Karlsplatz circondato dalla gente e a vero contatto con la stessa. In quel momento mi son ritrovato a parlare e a dover spiegare cosa è l’hang e a conoscere gente che mi ha offerto – nonostante non ne avessi di bisogno – un luogo in cui dormire, una birra, una chiacchierata, un’esperienza di vita. E la sensazione è stata proprio quella di essere amato, apprezzato e che la mia musica arrivasse a loro veramente. Il fascino della musica è proprio questo in fin dei conti. Teatro, club o strada che sia. Ho tanti amici artisti che suonano in contesti differenti ma ciò che li accomuna è proprio la musica, nonostante le diverse sensazioni che loro riescano a provare… una volta insieme tutti quanti, si suona e basta. Non si pensa, non c’è tempo, non c’è modo! Si prendono gli strumenti e tutto scompare.
Marco Selvaggio Hang player

6. Hai un mentore, qualcuno o qualcosa che ti ha ispirato?

Il mio mentore è la mia vita. Le mie canzoni son state scritte durante gli anni e ho preso spunto da tutto ciò che mi è capitato negli anni, cose belle e cose brutte. Sostanzialmente l’hang è uno strumento così raro che non è possibile avere un maestro! Ho suonato per un periodo di tempo musica tradizionale africana, le mie basi risiedono la, poi ho preso lezioni di percussioni con un maestro per un breve periodo di tempo, ma l’hang esula un po’ dal mondo delle percussioni per quanto ci sia vicino. Ho imparato suonando da solo circa 4-5 ore al giorno e prendendo spunto da vari video trovati online. L’hang è da sempre stato definito “spirito libero”. Un modo per far uscire se stessi e di suonare senza regole e schemi definiti. Chiaramente in gruppo non si può ragionare in questo modo e si inizia a studiare in maniera diversa. Ma più che di studio mi piace pensare al divertimento, allo sforzo e al sudore che ci ho messo nell’imparare e nel comporre le mie canzoni insieme ad i miei amici e musicisti. Considero infatti mentore la mia vita, di cui fa parte tutto ciò. E’ un discorso un po’ contorto, ma la musica per me in fin dei conti è questo… Il mare in cui suono, i miei luoghi, i miei amici, il mio cane che adesso non c’è più… E’ anche per tutto ciò che ho suonato! Solitamente suono nei miei luoghi, quelli che ritengo fonte di ispirazione ed in cui vado anche a scrivere. Organizziamo dei mini concerti o delle suonate molto intime e da la nascono molte melodie, testi e si prendono tanti spunti.

7. La cosa più sorprendente che ti ha portato suonare l’hang fino ad oggi?

Mi piace ricordare un episodio. Sono stato a suonare a Vienna diverse volte e l’ultima in compagnia del mio chitarrista, della mia cantante e del mio violinista, o almeno così speravo. Quest’ultimo, arrivato tra l’altro in ritardo all’aeroporto, si è dimenticato di rinnovare la carta di identità. Praticamente è rimasto a terra. Arrivati a Vienna ed in vista non solo del festival, ma pure del concerto all’Ost Klub, mi son subito preoccupato di trovare un altro violinista. E così è stato per fortuna… Abbiamo trovato una ragazza bravissima e dopo una sola prova ha capito ciò che serviva! Ma c’è stato di più! Sul luogo ho conosciuto due giapponesi, uno di loro suonava il didjeridoo, l’altro faceva beat box, che ho subito coinvolto nella formazione. Alla fine siamo riusciti a fare, con una sola prova, un concerto stupendo unendo sonorità davvero singolari tra loro!

8.  Il tuo sogno è suonare dove e perché?

Il mio sogno è suonare in tutto il mondo! Lo so, magari resterà un’utopia, ma mai dire mai no!? Basta pensare che il mio album si chiamerà The Eternal Dreamer. Mi piacerebbe organizzare dei concerti o delle esibizioni se così vogliamo dire in quelli che sono considerati i luoghi più suggestivi al mondo partendo proprio dalla nostra terra per spostarmi continuamente e cercarne di nuovo! Internet aiuta molto in questo! Diamo tempo al tempo!
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