Giuditta: un anno in missione in Antartide isolata dal mondo
Giuditta 28 anni, originaria di una vallata composta da tanti piccoli paesini, il Casentino, della provincia di Arezzo. Nata e cresciuta, immersa nella natura ed in un contesto abitativo isolato, cosa che probabilmente ha aiutato l’ isolamento in Antartide e l’ha spinta ad intraprendere questa grande avventura. Laureata in chimica, e sta intraprendendo la strada per il settore ambientale del cambiamento climatico.

1. Da cosa nasce la tua forte voglia di andare in Antartide?

Il mio viaggio per l Antartide é nato quasi per caso. Ero in un momento non facile della mia vita, in cui stavo organizzando il mio trasferimento in Inghilterra per trovare lavoro e stare meglio. A maggio però, arrivò l’email dell’Università di Firenze, che cercavano un laureato magistrale abbastanza folle per passare un anno in Antartide. Mi sono candidata, nonostante non credessi molto in me stessa, e nonostante ciò, ho passato tutte le fasi della selezione e sono partita.

2. Quale è l’iter di studio e preparazione per partire per una missione antartica?

L’iter di studio è molto vario. In quanto scientifico vengono svolte diverse ricerche. Quindi il chimico per gli studi di chimica e fisica ambientale, figura che può a volte essere ricoperta anche da altre lauree scientifiche. Ci sono poi astronomi, informatici, elettronici della scienza, geologi, biologici. Ma oltre al reparto scientifico, sono presenti medici, cuochi, e tecnici come elettricisti, meccanici ed idraulici.
Quello che accomuna tutti è il corso di preparazione in Italia, molto ben strutturato. Dura due settimane, durante le quali si è addestrati per il primo soccorso, l’antincendio e come sopravvivere in un luogo isolato ed ostile alla vita. Inoltre, è fondamentale essere in ottima salute.

3. Ti ha mai spaventato l’idea di restare 12 mesi nella terra estrema?

Si, devo essere sincera. Sono 12 mesi nella stazione Concordia, italo-francese, situata a 3233 m di altitudine e 1200 km dalla costa, 9 mesi dei quali in totale isolamento fisico e nessuna possibilità di recupero esterno. Quello che spaventa è soprattutto l’impossibilità di tornare dalla famiglia se dovesse succedere qualcosa, più che l’idea di potersi fare male o sentire male, e di avere risorse mediche limitate a cui affidarsi e non poter essere evacuati.

Il penultimo aereo di febbraio prima che iniziasse l inverno.

4. Come era la tua giornata tipo?

Nella mia giornata tipo avevo dei piccoli rituali per mantenere una routine che fosse paragonabile alla vita di prima, cosi da non sentirmi del tutto fuori dal mondo e mantenere un poco di quella che possiamo definire normalità.
Sveglia e colazione con saluti del buongiorno al cuoco della stazione, uscita all’esterno per lavoro nel laboratorio situato a circa 700m dalla stazione e lavoro al pc. A questo seguiva il pranzo in compagnia ad orari prestabiliti, cosi da non perdere il senso delle giornate viste le situazioni di h24 di luce o buio. Nel pomeriggio finivo di lavorare, leggevo il giornale on line, riuscivo ad avere notizie della mia famiglia e poi passavo il tempo libero a leggere, guardare film, imparare piccole cose dai tecnici o aiutare il cuoco in cucina per la pasticceria. Dopo cena spesso guardavo film con gli altri o rimanevamo a parlare per ore.

5. Come gestivi i tuoi spazi di solitudine?

La solitudine è una cosa che spaventa di solito, e soprattutto in situazioni come quella in cui non puoi nemmeno uscire per fare una passeggiata e sei confinato a vivere per 9 mesi con sole altre 12 persone. Personalmente non ho avuto molti problemi a riguardo, nei momenti più difficili trovavo un grande sostegno in alcuni dei miei compagni di avventura. Mi recavo in cucina a far compagnia al cuoco ed a parlare, o nei locali tecnici con i ragazzi francesi dai quali ho anche imparato il francese.
I momenti peggiori sono quelli in cui ti manca casa, e per quelli tenti di fare una video chiamata e di parlarci o piangi un poco per sentirti meglio.

Su la torre americana, alla cima a 45 metri di altezza

6. Dove vivevi esattamente?

Ho vissuto nella stazione italo-francese Concordia gestita dal PNRA italiano e IPEV francese, situata nel plateau antartico a 3323 m di altitudine e 1200 km dalla costa. I nostri vicini erano i russi nella stazione Vostock a 700 km. Sono arrivata a novembre 2018 con glaciologa, in carico di progetti sulla chimica della neve e dell’atmosfera per il cambiamento climatico. Fino a febbraio 2019, periodo della spedizione estiva, eravamo circa 70 persone, per poi rimanere solamente in 13 fino a novembre 2019, il periodo definito Inverno o Winter Over. In questo luogo eravamo gli unici esseri viventi presenti, un poco come essere sulla luna o in un deserto, con temperature estive attorno ai -35 ed invernali ai -70 con picchi a -80 gradi celsius.

7. Come si è strutturato nei mesi il rapporto con gli altri studiosi in missione?

I rapporti inter personali sono complicati in ogni situazione. Nel primo periodo in cui non ci conosciamo tendiamo sempre a mostrare il meglio di noi, ma con il tempo mostriamo chi siamo veramente. Questo succede nella vita normale, ma in essa riusciamo a mascherarci e a nasconderci. In una situazione di isolamento e convivenza forzata come quella, dopo i primi 3 mesi sono cadute tutte le maschere e le persone si sono rivelate nel loro meglio e peggio. Ovviamente è impossibile piacere a tutti e che tutti ti piacciano. Di conseguenza ci sono persone con cui ho stretto dei legami forti ed avuto dei bellissimi rapporti, e persone con cui sono rimasta moto in superficialità e con i quali posso dire di non aver condiviso niente veramente.

La stazione concordia

8. Cosa ti ha mostrato questa terra di speciale?

Questa terra ti lascia senza parole già dal primo avvistamento in aereo mentre ti avvicini dalla Nuova Zelanda. Potrebbe essere definita come una vasta landa desolata di deserto di ghiaccio, ma per me è descrivibile in una sola parola Casa. È un luogo magico, in cui ti senti re di te stesso, le regole di tutti i giorni vengono annullate, si torna alle regole di sopravvivenza basilari. Ti senti libero dallo stress di tutti i giorni, dalla vita frenetica e fatta solo di consumi inutili ed eccessivi. Comprendi che puoi vivere bene con poco, impari ad arrangiarti in molte situazioni ed a dare un valore differente ai rapporti interpersonali ed alla comunicazione diretta senza tecnologia.
Mi ha inoltre mostrato tutta la grandezza e la potenza della natura. È vero che non è presente niente oltre al ghiaccio, ma la sua vastità, il silenzio assordante in cui senti solo il battito del tuo cuore ed il rumore della neve che si rompe sotto gli stivali, come vetro in frammenti, il cielo stellato mozzafiato della notte polare, i boati del ghiaccio che si rompe, ti ricordano che la natura è padrona e noi siamo niente in confronto.

9. Cosa hai scoperto in questi mesi di isolamento?

A livello lavorativo le scoperte fatte non sono ancora disponibili, i risultati si hanno nel corso degli anni e con confronto con i dati degli anni precedenti.
A livello personale invece, sono cambiate molte cose. Ho riscoperto la bellezza del contatto diretto con le persone, scoprirle viso a viso, passando ore a parlare. La bellezza di aiutare gli altri come ci è possibile, e di chiedere aiuto in caso di necessità. La forza di condividere momenti difficili, e quanto ciò solidifichi i legami. Ho capito a pieno l’importanza della mia famiglia e delle persone a cui voglio bene, che troppo spesso diamo per scontate. Cosi come diamo troppo per scontate le cose quotidiane, ad esempio la frutta e la verdura fresca che io non ho avuto da marzo a novembre, o la possibilità di fare una telefonata o videochiamata, che potevo fare ma in tempi brevi a causa della scarsa connessione.
Ho imparato a dare la giusta rilevanza alle cose che succedono, affrontandole con calma e razionalità, senza dare troppa importanza a quelle cose frivole della vota come facevo prima, e lasciandomi scorrere addosso molte cose che prima mi avrebbero offesa, come commenti ingiustificati.

10. È cambiata in qualche modo la tua vita a casa?

Questo mi ha aiutata ad essere una persona più calma, in grado di viaggiare da sola senza considerare i giudizi altrui, sentendomi libera ed apprezzando ogni piccolo momento ed ogni persona incontrata. Cosi ho trascorso tre settimane in solitaria in Nuova Zelanda e tre alle Canarie (che adesso si stanno prolungando perché sono rimasta qua causa cancellazione voli 🙂 ).
Una volta tornata a casa devi imparare a stare di nuovo in compagnia, a parlare con persone diverse da quelle 12, e scopri di aver dimenticato come si guida o si fa la spesa, e che pagare o pensare a cosa cucinare non sono cose che ti divertono come avere sempre un pasto pronto fatto dal cuoco.
Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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