Mi chiamo Filippo, sono nato a Torino 31 anni fa e cresciuto tra i vigneti dell’astigiano. Da sempre amante dell’aria pura della vetta delle montagne. Mi hanno insegnato molto. Tra le tante cose, che non si smette mai di imparare. Ho deciso così di frequentare un’altra scuola, poco convenzionale. L’Africa in bicicletta! Son salito in sella il 2 gennaio 2018, ho attraversato Francia, Spagna e sono sbarcato in Marocco a marzo. Da qui ho attraversato tutti gli stati della costa occidentale, fino al Cameroon, dove mi trovo ora. La linea naturale conduce a Città del Capo, ma chissà…

1. Torino/ Cape Town in bicicletta, una sfida da non poco, cosa ti ha spinto?

Per quanto possa sembrare paradossale, non ho mai pensato a Cape Town realmente come un obiettivo. Chiaramente, la sua posizione ne fa una meta ambita. Laggiù, dove le acque dell’Atlantico e dell’Indiano si incontrano. Ma sin dall’inizio, e oggi ancora, non è mai stata una vera meta. Questo è il mio primo viaggio di lunga durata, e son partito consapevole delle difficoltà, per cui ho quindi stabilito piccole tappe intermedie da raggiungere. Ma il focus è sempre stato sulla giornata, talvolta un paio di giorni quando so che sarò lontano dalla “civiltà”. Credo sia ciò che mi permette di proseguire, ossia non pensando al Grande Viaggio, ma cerco di cogliere il meglio (e imparare dal peggio) di ogni giorno. Una delle molte cose che il viaggio mi sta insegnando è proprio questa! Son partito con la consapevolezza che sarei tornato sui banchi di scuola, per apprendere quello che la grande Maestra, la Vita, ha da insegnarci!

2. Ti trovi sulla costa atlantica dell’Africa, questo vuol dire che hai attraversato il Sahara. Come si fa in bicicletta?

Si, tra maggio e giugno dello scorso anno ho affrontato il grande deserto! Alte temperature e durante il mese di Ramadan. Ma il Sahara è stato benevolo con me. Quasi sempre ho avuto un forte vento a favore che ha facilitato di non poco il percorso. Ricordo ancora un giorno, quasi nei pressi di Cape Boujdour, soffiava talmente forte che, in piedi sui pedali, mi sospingeva senza bisogno di pedalare. Ho avuto tanto tempo per ammirare quella meraviglia naturale che è il Sahara. I popoli del deserto, proprio per via della difficoltà della vita in questo ambiente, sono straordinari, gentili ed accoglienti tra loro e con noi viaggiatori. Più volte sulla strada mi hanno offerto acqua, pane e soprattutto qualche buon thè caldo! È curioso sapere che ne avevo timore prima di attraversarlo, ma alla fine è risultato una delle tratte più incredibili del viaggio. E non è mai lo stesso deserto. Ogni chilometro sotto le ruote mi ha condotto verso panorami diversi. Ora sogno di tornarci, magari lungo piste di sabbia e in compagnia (ma sarà per quando le acque nel Sahel si saranno calmate)

3. Come organizzi le distanze e il territorio per non pedalare sotto il sole cocente?

Spesso non organizzo. Così son sicuro di non andare fuori dalle pianificazioni. In media pedalo 80/100 km al giorno, distribuite su tutta la giornata. Tranne il giugno sahariano e pochi altri giorni, non ho mai sentito la necessità di interrompere la pedalata per il caldo. Importantissimo in questo senso è l’idratazione. Tanta acqua e una buona birra fresca quando ne trovo lungo la strada. È stato invece durante la stagione delle piogge che ho pazientemente aspettato parecchie ore sotto palme o tettoie di lamiera osservando l’acqua cadere con intensità incredibile. Chi dei lettori è stato in regioni tropicali, avrà ben presente cosa intendo!

4. Cosa porti con te in questo viaggio?

Son partito da casa con poco materiale. Mesi di preparazione, comparazione di pesi e recensioni tramite internet, e il giorno della partenza ero contento del risultato. Un anno dopo ho imparato che il 50% di ciò che pensavo indispensabile, è in realtà superfluo. Di quante cose non ho bisogno! Lo sto sperimentando tutti i giorni lungo il cammino. Pochi oggetti si traduce in meno possibilità di rompere oppure di perdere qualcosa e soprattutto di pedalare meglio in salita! L’unica cosa davvero importante è avere con me un minimo di ricambi per la bici; eccezion fatta per il Burkina Faso e alcuni stati limitrofi, è molto difficile trovare pezzi di riserva.

5. Non hai paura di animali o aggressori?

No. Viaggiando con la paura, intaccherei le sensazioni che provo nell’attraversare alcune regioni. Sono ora nella foresta equatoriale. Gorilla, elefanti e bufali sono nascosti da qualche parte tra gli alberi. Talvolta ci penso, ma non posso farci nulla. Per quanto riguarda i malviventi, ci sono, ne sono ben conscio e ho parecchie storie di aggressioni in mente; è ciò che mi spinge sempre ad informarmi sulle regioni che sto per attraversare. Ci sono ottime risorse in tal senso su internet, ma soprattutto è parlando con i locali che vengo a conoscenza di eventuali pericoli.

6. Come ti accolgono le popolazioni?

A braccia aperte. Il mondo è buono e curioso. Non ho MAI ricevuto un rifiuto quando a fine giornata arrivo stanco e impolverato a chiedere ospitalità ad un capo villaggio. È un momento importante della giornata, un momento di scambio. Io porto me stesso, spoglio di ogni pregiudizio e con piena fiducia in loro, e loro mi offrono tutto ciò che possono. Impariamo tanto, ogni giorno, a vicenda.

7. Il viaggio si sta mostrando molto più lungo del previsto, avevi fatto male i conti o vuoi goderti la lentezza?

Avevo in mente come prima tappa lo stretto di Gibilterra, non sicuro se l’avrei mai raggiunto. Pensare a tremila chilometri in sella mi pareva un obiettivo ambizioso. Quando con grande gioia ho toccato il mare, il Marocco mi ha accolto a braccia spalancate e l’ho girato in lungo e in largo per quasi tre mesi. La bellezza sta nel perdersi nelle piccole cose, una conversazione con un pastore in tenda, oppure seduto al tavolino di un cafè in una polverosa cittadina maghrebina mentre osservo la vita che scorre nel mercato quotidiano. È stato sufficiente poco tempo per capire che passare davanti a queste cose a tutta velocità per raggiungere la nazione successiva non era per me. Ecco come i tempi si son dilatati. Ma non importa. Il tempo è la mia ricchezza più grande, e ora non bado più di tanto all’orologio.

8. Come gestisci la razione dell’acqua?

Anche per me era uno dei dubbi più importanti all’inizio. Acqua ne trovo ovunque. Ogni villaggio ha una pompa, un pozzo dove la gente attinge. Una signora con un recipiente sulla testa o ragazzini che spingono un carrello stracolmo di taniche sono due buoni indizi per trovarne. Importantissimo è chiedere sempre se anche loro bevono quell’acqua. Siamo tutti della stessa razza, ciò che è buono per chi vive qui, lo sarà anche per me.

9. Cosa ti sta piacendo più di tutto?

Domanda difficile. E probabilmente senza una risposta unica. L’aspetto umano, di accoglienza in Africa occidentale, è uno degli elementi che più mi hanno colpito. Prima di lasciare un villaggio la mattina, spesso abbraccio con emozione una persona che so essere divenuta un nuovo amico.

10. Stai lavorando mentre viaggi o hai preso un anno sabbatico?

Per ora non lavoro, i miei studi e gli ultimi cinque anni di attività mi hanno permesso di accumulare i fondi per questo viaggio. Non so se durerà un anno, o due…o tre… ma in tal caso dovrò però dedicarmi a racimolare quel poco necessario per continuare a mantenermi. Faccio parte di un collettivo di cicloviaggiatori @0039adventure (ci trovate su Instagram), loro mi stanno insegnando molto, tra cui anche come gestire il finanziamento del viaggio. E li ammiro molto, perché hanno saputo trasformare una passione, nella loro vita, a 360 gradi. Per chi fosse interessato ad alcuni aneddoti del viaggio, o anche per semplici curiosità da domandare, mi trovate su Instagram e Facebook: @aroundabout2018.

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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