Elisa e i suoi viaggi documentari tra i popoli artici della Siberia

Elisa è una fotografa e una scrittrice di viaggi amante del freddo e di tutto ciò che si trova al di sopra del Circolo Polare Artico o al di sotto del Circolo Polare Antartico. Ama viaggiare, scoprire nuovi scorci di mondo sconosciuti e conoscere culture diverse dalla propria. Ha ideato due progetti legati a questo angolo di mondo così ostile e inospitale:

  • Artico, un Mondo da proteggere oltre il Circolo Polare Artico: un progetto in cui si impegna a sensibilizzare la maggior parte delle persone sul tema del riscaldamento globale e si impegna ad informare e rendere più consapevoli i suoi lettori che intendono visitare questi posti.
  • People of the Arctic: una raccolta di reportage con la quale racconta la dura vita che svolgono gli abitanti dell’Artico, le loro tradizioni e la loro storia.

Potete seguire i suoi viaggi su BlogFacebookInstagram

  1. Cosa ti ha spinto a conoscere meglio il popolo siberiano?

Viaggio da molti anni nell’Artico e conosco alcune zone meglio di casa mia. Ultimamente la voglia di approfondire le mie conoscenze su questa zona mi ha spinta a voler andare oltre i miei limiti, a voler entrare in contatto in maniera più profonda con il cuore dell’Artico, i suoi abitanti. Sono sempre stata affascinata da queste culture millenarie e dal loro stile di vita, tanto da studiarle in maniera approfondita prima di partire e vivere con loro. Ho passato davvero tanto tempo con i Sami, gli abitanti del Sapmi (conosciuta come Lapponia), e ho scoperto in loro una cultura forte, orgogliosa e un forte senso di appartenenza alla loro terra e alla natura. Ho deciso di vivere un po’ di tempo con i Nenets come seconda esperienza per due motivi: è da tanto tempo che desideravo visitare la Siberia e volevo provare sulla mia pelle cosa vuol dire vivere lassù dove le temperature in inverno arrivano facilmente oltre i -50°C. Volevo vedere con i miei occhi come si sono adattati al clima rigido dell’Artico, cosa fanno per vivere, come vivono e soprattutto volevo scoprire in maniera più approfondita la loro cultura e la loro storia.

2. Una volta arrivata lì, come hai fatto a trovare delle popolazioni e stare con loro?

Questa è una spedizione che non si può improvvisare, bisogna organizzarla molto tempo prima di partire e tutto deve essere concordato in anticipo. Mi sono affidata ad una guida locale che si è messa in contatto direttamente con le famiglie Nenets che ci hanno ospitati, ha preso accordi per farci venire a prendere in un rifugio sperduto in mezzo alla tundra e si è occupato di tutti i permessi necessari.

3. Nei giorni hai imparato molte cose sui Nenets, hai potuto comunicare con loro direttamente? Avevi un interprete?

Si, vivendo un po’ di tempo con loro ho avuto modo di imparare davvero molte cose sulla loro cultura e sul loro stile di vita. Loro parlano la lingua Nenet e il russo, che usavano per comunicare con noi. Ho iniziato a studiare russo anni fa, abbandonandolo in seguito, e ho ripreso a studiarlo recentemente, ma per questo viaggio avevo un interprete oltre alla guida locale.

4. Durante il tuo viaggio in Siberia hai dormito con loro nelle tende o hai conservato uno stile di vita europeo?

Si, ho dormito nelle tende insieme a loro. Vivono in mezzo al nulla e la prima città è a molti chilometri di distanza dai loro accampamenti. La loro tenda si chiama chum ed è una tenda conica abbastanza grande, costruita con una quarantina di pali molto lunghi appoggiati e incastrati tra di loro e ricoperta da uno o due strati di pelli di renna. Alcune tende hanno anche una piccola finestra dalla quale entra un po’ di luce, mentre altre sono completamente buie. Al centro della tenda c’è una stufa a legna che serve per cucinare e per riscaldare la tenda durante il giorno, mentre di notte la si lascia spegnere lentamente. Durante il giorno si vive e si mangia tutti insieme e dopo cena si abbassano dei teli che servono per creare le ‘stanze’ dove passare la notte. Alcune famiglie hanno un generatore di corrente che gli regala lo stato ogni 3 anni, altre invece no. All’interno del chum non c’è acqua per lavarsi e tantomeno c’è un bagno. L’acqua ce la si procura al fiume o sciogliendo la neve, mentre il bagno è la prima betulla libera in fondo a destra! Vivere in un chum è stata un’esperienza difficile, che mi ha messa a dura prova, ma che rifarei subito.

5. Cosa ti ha sedotto di questa cultura?

Tutto. È una cultura forte, orgogliosa e difficile da comprendere. Ho passato molto tempo ad osservarli mentre portavano avanti le loro faccende di tutti i giorni, come tagliare la legna, prendere l’acqua, accendere e mantenere il fuoco nella stufa, cucire, lavorare la legna per creare le slitte, andare a controllare la mandria e tante altre attività, ognuno porta avanti il proprio compito con responsabilità e dedizione. Nonostante in un singolo accampamento vivano diverse famiglie, è come se fossero una famiglia sola. Si aiutano tra di loro quando c’è qualcuno in difficoltà e questa è una delle cose che mi è piaciuta di più. Un legame e una fiducia nel prossimo a cui purtroppo noi non siamo più abituati. Abbiamo chiesto diverse volte a loro se lascerebbero il loro stile di vita nomade per andare a vivere in città e la risposta è stata all’unisono che non ci pensano nemmeno lontanamente.

6. Cosa hai imparato su di loro che ignoravi prima di partire?

Tutto. Su internet si possono trovare molte informazioni, ma la verità la si può conoscere solo vivendoci insieme. Prima di partire sapevo come fosse la loro tenda, quando sono arrivata là ho visto come si costruisce e come è realmente al suo interno. Sapevo che i loro vestiti sono realizzati con la pelle di renna, quando sono arrivata la ho visto le donne cucirli e ho avuto modo di toccarli, provarli, studiarli. Sapevo che allevano renne, quando sono arrivata la ho visto con quanta facilità le radunano, come le curano e purtroppo anche come le uccidono. Sapevo che vivono in zone sperdute nella tundra siberiana, quando sono arrivata ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle quanti chilometri devono fare per spostarsi e tutti i rischi e pericoli che corrono nel farlo.

7. Cosa consiglieresti a chi vuole fare un viaggi simile al tuo?

Parto con il dire che questo non è un viaggio per tutti, anzi forse solo per l’1% delle persone. È un viaggio dove ci si deve adattare parecchio, le condizioni meteo non sono il massimo, non ci si lava, non c’è il bagno, si mangia quel poco che hanno e che ti offrono, si dorme nel sacco a pelo per terra nella tenda a temperature che possono scendere anche a -20/-30 di notte e se succede qualcosa si è soli in mezzo al nulla. A chi vuole comunque fare un viaggio del genere consiglio di prepararsi con molto anticipo, di attrezzarsi con abbigliamento termico e tutto il necessario per non patire il freddo e soprattutto consiglio di appoggiarsi ad una guida locale seria e competente.

8. Quali sono state le difficoltà più grandi?

Oltre ai disagi descritti sopra, il ritrovarmi in mezzo ad una forte bufera di neve durante lo spostamento tra un accampamento e l’altro. Eravamo in mezzo al nulla sulle montagne, senza un punto di riferimento e senza la possibilità di vedere ad un centimetro dal naso. Ci siamo dovuti fidare del senso dell’orientamento di Vitali, un membro della famiglia che ci ha ospitati, e per fortuna è andato tutto bene.

9. Pensi che tornerai in quella parte di mondo per conoscerla meglio o andrai oltre?

Si, tornerò sicuramente in Siberia e tornerò tra qualche anno a trovare le famiglie che mi hanno ospitata e fatta sentire a casa. Per il mio progetto People of the Arctic tra l’altro ho intenzione di vivere insieme ad altre popolazioni locali, perciò la Siberia mi vedrà ancora!

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