Mi chiamo Elisa, italiana di Forlì. Come capitato a molti in questo delicato periodo socio-politico-culturale, sono stata licenziata nel 2012 a causa della crisi. Senza lavoro, senza compagno, ho pensato fosse il momento ideale per fare ciò che più mi piace, viaggiare. La meta è presto decisa: il Sud America. Prenoto su internet un volo di sola andata per la città più al sud del mondo, Ushuaia, con l’idea di spostarmi poi in Antartide, un continente che mi affascina fin da bambina, ed il 17 Aprile inizio il mio viaggio alla scoperta delle terre australi. Non riuscirò a visitare Antartide, c’è già pericolo iceberg per le rompighiaccio che devono attraversare lo scorbutico Drake Channel e quindi, piano piano, con uno zaino di 20 chili ed un budget molto limitato, scandaglio la Tierra del Fuego e la Patagonia. Le 3 settimane di vacanza sono diventate 3 anni itineranti di viaggio in Cile, Argentina, Bolivia e Perù, durante i quali me ne son capitate delle belle. La gente non smette di sorprendermi: in questi paesi si tocca con mano e con il cuore la voglia di condividere emozioni e storie. Non è ancora arrivata l’ansia del mondo occidentale e tutti sono disponibili nell’aprire le porte di casa ad una sconosciuta, che si muove facendo autostop, couchsurfing o semplicemente domandando ospitalità. C’è anche il rovescio della medaglia però. Mi son ritrovata ad esempio, a vivere una storia d’amore degna del telefilm Narcos, e son entrata in contatto con una realtà sotterranea, ma molto presente in Sud America, che riguarda lo spaccio di droga ai tanti turisti che affollano i punti nevralgici del narcotraffico del continente.

Il primo sentore l’ho percepito in Bolivia.

Dove c’è più turismo occidentale, c’è richiesta di stupefacenti.
Per la mia esperienza, sono soprattutto i gruppi numerosi di israeliani, statunitensi ed europei a farne richiesta. In Bolivia (ma anche in Cile) ci sono ostelli specifici per gli israeliani, e non per questioni razziali, ma solo per i continui festini notturni, che disturbano gli altri turisti. In Bolivia quindi ho potuto constatare la massiccia richiesta da parte del consumatore finale, ma è stato in Perù, precisamente ad Arequipa e a Mancora, che mi è capitato di entrare nella vita del vero “dealer”.

  1. Mentre vivevi in Perù come ti sei resa conto che intorno a te c’erano persone coinvolte nel narcotraffico?

È molto semplice accorgersene, lavorando in ostelli per occidentali. Quando i clienti, che spesso non sanno nemmeno la lingua, rientrano tutte le sere (ma spesso anche durante il giorno, per giorni interi) in stato alterato da droghe o alcool, dev’esserci uno spacciatore molto vicino.

  1. Quale è stata la tua prima reazione?

Non ho avuto reazioni inizialmente. Vengo da un paese del primo mondo, nel quale è davvero molto semplice entrare a contatto con questo tipo di sostanze. Credo di non esagerare dicendo che, ogni italiano ha almeno un amico o conoscente che faccia uso di sostanze non legali.

Da Arequipa, mi son trasferita a Mancora, un paesino costiero, vicino al confine con l’Ecuador. Qui le cose invece son cambiate e dopo aver visto, giornalmente, di giorno e di notte, giovani rientrare in ostello in stato confusionale, dopo esser stati derubati ed in alcuni casi aggrediti o violentati, la mia reazione ovviamente è cambiata ed ho sentito il bisogno di lasciare l’ostello presso il quale lavoravo, perché non potevo più sopportare ciò che vedevo quotidianamente.

  1. In che modo la tua vita si è adattata a questa condizione?

La storia è questa. Mentre abitavo ad Arequipa, ho conosciuto il più grosso distributore di cocaina della città, che è la seconda città del Perù per ricchezza, popolazione, infrastrutture, turismo e produzione.
Bello, intelligente, colto. Ascoltava jazz, leggeva Baudelaire e mi parlava di voler costruire orfanotrofi, per aiutare bambini sfortunati che, come lui, stavano crescendo “en la calle”. Gli giravano per mano sempre molti soldi, aveva un rapporto morboso col cellulare e capitava spesso, che dovesse andarsene nel mezzo di una cena. Inizialmente non ci facevo caso, poi una sera, in un locale ho, come si dice, mangiato la foglia e capito in cosa consisteva il suo “negocio”.

Mi sono fatta andare bene questa storia per molti mesi. Era rispettato, mi venivano aperte molte porte, perché si era sparsa la voce che ero la sua donna. Avevo sempre un passaggio gratuito a casa di notte, da qualsiasi taxista ci fosse davanti ai locali che frequentavo, quando lui lavorava. Era attento, tenero, simpatico e la prospettiva di utilizzare quel denaro, per una buona causa, un po’ mi rendeva la convivenza con quel mondo più facile. Poi, vivere come la donna del boss…mi sembrava di essere dentro alla serie televisiva e la mia autostima era alle stelle : )

  1. Hai mai avuto paura?

Si, ed è stato il motivo per il quale ho concluso, con molte difficoltà, la relazione.

Un giorno mi disse di dover andare a Lima e fermarsi lì per qualche giorno, per regolare un conto. Sapendo quanto potesse esser rischioso per lui entrare in territori di spaccio di altri, ho immaginato fosse per un motivo importante ed ho fatto qualche domanda. Un suo cugino era stato ucciso e lui doveva andare a regolare i conti. Semplice. In quell’occasione mi fece vedere la pistola che teneva nei calzoni. Per la prima volta in vita mia mi son trovata davanti ad un’arma ed ho realizzato che far parte di una serie tv reale, non faceva davvero al caso mio.

Mentre lui era a Lima ho iniziato ad avere pensieri paranoici ed ossessivi, del tipo “se dovessero far rappresaglia, io potrei esser la prima persona che vengono a cercare” e cose di questo genere. Tutti sapevano dove abitavo e dove lavoravo. Nei giorni a seguire mi guardavo costantemente attorno, nella paura di veder sbucare da un momento all’altro qualcuno che volesse uccidermi.

Quando è tornato, ho concluso la relazione.

  1. Hai mai temuto che non ti lasciassero uscire da questa situazione?

Si. Oltre che ad essere affascinante e tutte le qualità sopra descritte, dovrei aggiungere anche che è un ex pugile, con personalità narcisistica borderline. Scatti di ira e violenza (mai rivolti a me) erano quasi all’ordine del giorno.

  1. Come ti sei comportata dopo?

Quando gli dissi che non volevo più continuare la relazione perché temevo per la mia vita ed era un mondo che non mi apparteneva, non la prese benissimo. Approfittai di un’altra uscita di lavoro, per dare le mie dimissioni, prendere le mie poche cose, cambiare numero di telefono e trasferirmi in un paese molto lontano da Arequipa, a Mancora. Qualche mese dopo mi contattò per telefono. Sapeva dove lavoravo. I toni della telefonata non erano minacciosi, anzi. Erano i toni di un uomo innamorato che sperava di rivedermi.

Non ho mai saputo come abbia trovato numero di telefono. Mi disse che sarebbe venuto a trovarmi. Gli dissi di non farlo, primo perché sapevo quanto potesse esser rischioso per lui, dal momento che nel paese in cui stavo vivendo, il traffico di stupefacenti era anche più massiccio rispetto ad Arequipa.

Per la seconda volta, ho lasciato lavoro e appartamento e mi son trasferita.

Ho saputo qualche mese dopo, che effettivamente è venuto a cercarmi nell’ostello presso il quale lavoravo.

9. Come è questo mondo da vicino e non in una serie televisiva?

È un mondo reale. Non si può girare una scena molte volte se non viene bene alla prima. Lo stress logora, davvero. Le pistole sparano, davvero. Le overdosi uccidono, davvero.

Soprattutto a Mancora ho visto ragazzine di 20 anni tornare in ostello completamente fatte, derubate ed in alcuni (per fortuna pochi) casi violate e non riuscire nemmeno a capire la gravità della situazione. Perché è così, fa parte del nostro mondo agiato occidentale. Si va in vacanza in paesi poveri come il Perù, si spendono l’equivalente di $5 per quello che in Europa si paga 100, tutto per una serata di sballo, che può finire malissimo. Non giudico. Ognuno sceglie di vivere ciò che vuole ed ho fatto anche io le mie esperienze. Bisogna stare davvero davvero attenti.

10. Cosa diresti a qualcuno che si trova senza volerlo in una condizione simile?

Piuttosto di andare al cinema? : ) non saprei. Nulla capita per caso, credo. Tutto insegna. Se proprio si trovasse a vivere una storia simile, mi auguro riesca a capire quand’è il momento di defilarsi e viverne una più sana.

 

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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