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Downshifting: vivere con meno per vivere meglio, una vita da nomade.

[box style=’info’]Claudio Secci, sono nato a Milano il 3 settembre 1971, poche ore dopo che John Lennon lasciasse l’Inghilterra per non ritornarci mai più, e poche ore prima che anche il Qatar dichiarasse la sua indipendenza dalla Regina. Il giorno del mio 2° compleanno ho concepito Ameliè Poulain . A 3 anni ho fatto fagotto e ho lasciato casa (link). Fino a quando mia madre ha riaperto la porta, dopo avermi lasciato piangere per la mezzora più lunga della mia vita. A 17 anni ho girato un mese per l’Europa da solo . A 32 ho iniziato a vivere nomade  e 10 anni dopo non riesco a fermarmi, come una trottola impazzita.[/box]

 

1. Cosa è scattato dentro di te quando hai deciso di lasciare il lavoro e viaggiare?

Non è proprio andata così. Ho iniziato a viaggiare perché avevo un lavoro che potevo gestire dovunque fossi, e un giorno di dicembre, mentre facevo il bagno alle Canarie, ho trovato fosse molto meglio gestirlo mentre conoscevo il mondo, che sul divano di casa. Una volta che ho cominciato e il travel bug si è completamente impossessato di me, non ho più smesso anche dopo che quel lavoro è venuto meno. E non smetto nemmeno adesso, che sono disoccupato e i miei risparmi di anni di duro lavoro si stanno assottigliando sempre più.

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2. Quale era la tua più grande paura quando l’hai fatto e come l’hai gestita?

Non so se possiamo definirla paura, comunque sono più di dieci anni che vivo con l’incertezza del non sapere dove sarò tra un paio di mesi e come mi guadagnerò da vivere l’anno prossimo. Non è sempre facile, e infatti più viaggio e più cerco di farlo lentamente, e trovare una costante alla quale aggrapparmi nei momenti di tempesta. Nei momenti di sereno invece mi godo una vita vissuta pienamente e molto più intensamente delle persone che vedo intorno a me.

3. Come si è svolta la tua vita da quel momento in poi, dove sei stato?

Sono stato qui:http://clach.wordpress.com/places-luoghi/ , ho fatto cose, visto gente. Come sono stato? A volte bene, altre male, altre molto bene, non c’è male, grazie. Ad ogni giro di giostra ho cercato di non ripetermi, senza dimenticare quel che avevo imparato.

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4. Cosa hai guadagnato da questa scelta?

Una decina di figli sparsi per il globo. Centinaia di fratelli… e sorelle, migliaia di emozioni, odori, sapori, colori irripetibili. Ammetto che ho anche sviluppato una forma di dipendenza dalle sensazioni che ti dà il mettere piede in un nuovo paese, e ormai non riesco a stare fermo per qualche settimana prima che debba rimettermi in viaggio. 

5. Ora scrivi sul tuo blog sia in inglese che in italiano, come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto a quando eri un giornalista tradizionale?

Devo dirti la verità: purtroppo il cambiamento principale è che scrivo con molta meno frequenza, cura e attenzione sul blog. Scrivo quando posso, quando voglio e perché voglio, ma da viaggiatrice sai che mentre viaggi hai poco tempo e voglia di scrivere, ancora meno di instragrammare. L’inglese lo uso perché il traduttore di google dall’italiano non è un granché e la maggior parte dei miei amici e conoscenti che leggono il blog non parla la nostra lingua.

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6. Che lavoro fai adesso?

Da quando ho cominciato la mia via nomade, per un po’ mi sono mantenuto con il mio lavoro di giornalista, o meglio il community manager del sito di quel giornale color rosa che ogni maschio italiano venera al bar. Quando quel lavoro da sogno se n’è andato ho fatto il massaggiatore, ho insegnato yoga, e l’ultimo contratto l’ho avuto come Spa manager in un resort alle Seychelles. Da cui sono scappato dopo due mesi, non tanto perché le Seychelles sono il posto turisticamente più sopravvalutato al mondo, ma soprattutto perché quel resort, probabilmente tutti i resort, è tutto ciò che non sono e non voglio. Oltre a questo ho fatto un po’ di volontariato, ho fatto la guida spirituale e travel coaching di salsa addicts che preferiscono rifiutare contratti di consulenti informatici a 500 dollari al giorno in Arabia Saudita per correre dietro ai loro sogni e studiato e sperimentato il modo migliore per vivere senza soldi, riducendo i consumi al minimo senza togliere il divertimento.

7. Cosa cerchi nei paesi che visiti ?

Che domande: prima di tutto un po’ di figa, e quando non la trovo, oppure la trovo e mi stufo, me stesso. Cerco le risposte dentro di me, pur sapendo chepperò sono sbagliate… anche perché non è facile farsi le domande giuste. L’America Latina per la gente, l’Asia per le esperienze culturali e l’Europa per ricordarmi che prima o poi gli altri siamo noi, sono poli direzionali che sono rimasti costanti in questi anni di vagabondaggi, il cui senso è ignoto ai più. Figuriamoci a me stesso.

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8. In base a cosa scegli la destinazione ?

Ho sviluppato un algoritmo proprietario in cui calcolo il fattoriale del logaritmo del costo, qualità della vita, distribuzione gaussiana de.. no davvero ci sono troppi fattori che entrano dentro le mie scelte, ma alla fine vado dove mi porta il cuore, possibilmente il più lontano possibile da Susanna Tamarro. Comunque mi piace elaborare piani abbastanza dettagliati e anticipare il viaggio. Quasi quanto cambiare, se non rivoluzionare, i miei piani in corsa.

9. Ci racconti un incontro che ti ha insegnato a osservare le cose da un altra prospettiva?

A Leon in Nicaragua, ho volontariamente insegnato a un gruppo di massaggiatori ciechi alcune tecniche del massaggio thai. Quando mi hanno chiesto di parlarmi del mio paese, ho detto che l’Italia è a forma di stivale. Quando mi hanno chiesto di descrivere la forma dello stivale, ne ho preso uno che passava casualmente per la stanza e glielo ho fatto toccare. Il primo ha sentito la punta e ha detto: pucha l’Italia non ti lascia spazio per muoverti. Il secondo ha palpato il tacco e ha esclamato: huevon, l’Italia è lunga, stretta, appuntita e dannatamente sexy. Il terzo ha infilato una mano dentro la suola umida e ha capito che, una chimba, l’Italia non è messa molto bene al momento, ma continua a respirare e traspirare nonostante tutto.

Non credo di essere riuscito a rendere loro l’idea di cosa sia l’Italia, ma pochi giorni dopo, per compensazione karmica e non ho dubbi al riguardo, appena arrivato a Granada mi è stato offerto il mio primo lavoro in una Spa.

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10. Con quanti kg viaggi?

Troppi. Alla partenza del mio ultimo viaggio ero oltre i 69, perché l’ultimo anno ho passato troppo tempo mangiando male, non esercitandomi abbastanza, e soprattutto viaggiando troppo poco. Il mio peso ideale al momento è sui 66, ma credo che non ho speranze di avvicinarmici fino a quando non ritorno in Sud Est Asiatico il prossimo 18 marzo (data confermata fino al prossimo cambio di programma). Se ti riferisci al mio bagaglio, invece, allora, ti dico, decisamente troppi. Sono partito con quasi 20 nella valigia, più altri 7-8 per il bagaglio a mano e il mio materassino da yoga. Mi sono già liberato di un paio di kg, ma sono ancora troppi. In Passato ho viaggiato con meno, ma non credo di essere mai sceso sotto i 20 e sopra i 30 in totale.

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