viaggio in India in solitaria

Dal viaggio in India in solitaria alle RetròCiclette !

[box style=’info’]Ciao sono Gennaro, G per gli amici, e anch’io (spesso) viaggio da solo.

Sono tarantino ma faccio base a Roma da 13 anni, dopo aver vissuto a Torino per l’università, a Birmingham per la lingua, a Milano, Helsinki, Singapore, Rio de Janeiro e Buenos Aires per lavoro e finalmente in India per passione.

Ero un Senior Account Manager di Nokia, dove ho lavorato per quasi 10 anni, e poco più di 4 anni fa ho appeso la cravatta, ringraziato tutti e iniziato una nuova vita. Ora importo biciclette dall’India, le RetròCiclette.[/box]

1. Ti ricordi il momento in cui ha capito che non volevi più essere un manager e volevi iniziare qualcosa di diverso? 

E’ stato proprio durante il mio primo viaggio da solo lungo mese in Brasile che ho capito che nella mia vita, così apparentemente piena, mancava qualcosa. L’incontro con i veri viaggiatori mi ha aperto un mondo. Coetanei, spesso più giovani di me, in giro da mesi e mesi, con tutto quello che serviva in uno zaino, così distanti dai miei livelli di comfort ma decisamente a loro agio, sempre aperti alle possibilità e alle sfide del viaggio, con un approccio rilassato alla vita, e soprattutto carichi di un bagaglio di esperienze che io invidiavo.

Un anno dopo, un grosso successo commerciale mi regalava una promozione e un premio apprezzati da tutti… ma non da me. Li consideravo compensi ridicoli e inadeguati per tutto quello che stavo dando in termini di tempo, di vita. Da quel momento ho tolto energie ai miei intenti carrieristici e iniziato a rivolgerle altrove.

viaggio in India in Solitaria

2. Quale è stata la prima cosa che hai fatto quando ti sei liberato dal lavoro? 

Il giorno in cui hanno accettato le mie dimissioni è stato uno fra i più intensi della mia vita. Furono momenti carichi di ansia, il mio capo che tentava di dissuadermi offrendomi un ruolo più tranquillo, la mia rassicurante caparbietà, quindi la firma di un patto di non concorrenza e la mia gioia mista a euforia quasi mi avessero concesso la grazia: ero finalmente libero!

Passai il pomeriggio seduto sul muretto del Celio davanti al Colosseo a ripercorrere l’avventura di quei dieci anni, messaggiando ai miei amici che mi richiamavano immediatamente increduli. Da quel momento cominciai a pianificare il viaggio in India.

Goa

3. Perché l’India? 

Molti anni prima, quando vivevo a Singapore, mi mandarono a New Delhi per una importante negoziazione. L’impatto con la realtà indiana fu uno shock, ma non impedì a questo paese di entrarmi dentro. Una sera stanco e provato da una trattativa chiesi al mio autista di portarmi a fare un massaggio. Fu in quell’occasione che conobbi l’Ayurveda, la medicina vedica antica, con i suoi olii caldi e le sue piante medicinali. Anni dopo decisi di imparare quella tecnica di massaggio e fu un varco che nel giro di appena 12 mesi mi portò a lasciare il mio lavoro, il mio mondo e trasferirmi nel sud dell’India in una clinica ayurvedica come studente terapeuta.

viaggio in India in Solitaria
Madurai

4. Cosa regala quel paese di così unico? Perché secondo te è così mistico?

L’India, più di ogni altro, è un posto unico al mondo. Andarci per una vacanza non è il modo migliore per conoscerlo. L’India è un’esperienza, è qualcosa che si sperimenta a tutti i livelli. E’ un vero e proprio Viaggio, spesso duro e impegnativo, ma da un viaggio così si torna davvero un po’ cambiati.

In India si è liberi di ‘essere’, non ci sono barriere alle proprie possibilità. E’ una preziosa occasione per conoscere parti di se stessi che sono rimaste sopite forse da sempre e questo può avvenire proprio grazie a una cultura che si è fondata sul millenni di ricerca della libertà, intesa come ‘liberazione’. Lo Yoga, praticamente tutte le tecniche di meditazione, il buddhismo, e tante altre pratiche cosiddette spirituali hanno avuto origine in India. Non c’è posto al mondo in cui si è andati così a fondo in questo campo e per quanto oramai la società indiana si stia orientando verso gli stili di vita occidentali, ci sono luoghi in cui il misticismo è ancora fortissimo.

Vrindavan

5. In che modo è cambiato il tuo concetto di tempo e del corpo dopo l’India? 

Un (veloce) viaggio in India richiede almeno 3 mesi. Quando si è li il tempo perde la sua linearità e ti accorgi che tutti i programmi fatti prima di partire servono a poco e che con le buone o con le cattive occorre imparare a vivere le attese, le ‘pause’… e le sorprese. Si dice che “è l’India a portarti dove ti serve”.
Ci vuole un po’ perchè questo accada e all’inizio si arriva persino a combatte per cercare di ottimizzare i tempi, riempiendo le giornate di cose da fare e da vedere vista l’immensità del paese, ma poi si impara a entrare nel flusso indiano, cominciando ad apprezzare la lentezza.

Tu sei quello che mangi’ è la prima cosa che impari con l’Ayurveda, gli impatti che hanno le scelte alimentari e comportamentali sul piano fisico e mentale. Anche lo Yoga ha aiutato la presa di consapevolezza del mio corpo, rendendolo più flessibile, equilibrato, traslando questi effetti anche sul piano mentale ed energetico.

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Calcutta

6. So che hai fatto l’esperienza del silenzio, ce la racconti, cosa ti ha lasciato anche a distanza di tempo? 

Trascorrere 10 giorni in un posto lontano dalla civiltà, immerso nella natura, senza connessioni tecnologiche, senza musica, libri, in compagnia del silenzio, è un’esperienza che non capita così spesso nella vita. Ovviamente c’è un percorso guidato da seguire che passo dopo passo porta innanzitutto a calmare il costante chiacchierio della mente e poi a osservare i processi mentali che guidano la propria esistenza. Rimanere per così a lungo ‘soli’ con i propri pensieri, senza interferenze e interruzioni, ti costringe all’auto-osservarzione e si comincia a notare come i condizionamenti e gli umori cambiano il nostro punto di vista e di conseguenza le decisioni, addirittura nel corso della stessa giornata. Ci si rende conto che quello che definisci la ‘tua personalità”, i tuoi punti di vista così importanti per l’autodeterminazione alla fine non sono affatto solidi, ma cambiano e anche molto velocemente.

La cosa più difficile per me non è stata il non parlare perchè non conoscevo nessuno, ma domare il corpo e la mente, entrambi alleati con l’obiettivo di farmi fuggire da quel posto. Ma è proprio quando si supera il desiderio della fuga e si va oltre, fino in fondo, che scopri di avere risorse nascoste, capaci di farti superare quei limiti autoimposti, spesso solo mentali.

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ciclofficina india

7. Eri così sereno anche prima di partire o è una dote del tuo post viaggio? 

Credo che la vera serenità e non quella finta del buonismo newage derivi solo da dall’aver accettato le parti di se stessi che ci piacciono di meno, e questo è un processo che a volte può chiede una vita intera.

8. L’India è un continente vero e proprio come si è articolato il tuo viaggio? 

Un viaggio lungo un anno in India deve tener conto non solo dei posti che si vuole conoscere ma anche del periodo giusto in cui andarci. Partire d’inverno ti consente di vivere nel sud dell’India fino all’arrivo dell’estate e poi tenendo i monsoni alle spalle orientarsi verso nord, sino all’Himalaya.

Avevo deciso di concedermi il primo mese di vacanza e arrivato a Mumbai, dopo una breve pausa nel famigerato meditation resort di Osho a Pune ho incontrato degli amici a Goa e poi a Gokarna per il periodo natalizio.

Per i tre mesi successivi ho vissuto in una centro ayurvedico, a studiare e praticare, nel Tamil Nadu. Nel frattempo approfittavo dei weekend per visitare i posti limitrofi, i grandi centri di pellegrinaggio e le coste del Kerala.

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Gange

Poi il grande balzo a nord est nella ex capitale, Calcutta, una delle città più dure e più difficili che abbia visitato. Ormai era piena estate e siccome nella tappa di Bodhgaia, la città dove Siddharta divenne il Buddha, ho toccato temperature intorno ai 47°, mi sono trasferito ai piedi dell’Himalaya, a Rishikesh, la capitale mondiale dello Yoga. 40 giorni dopo scadeva il visto dei 6 mesi ed ero costretto a lasciare il paese varcando la frontiera del Nepal.

Non è possibile rientrare in India se non dopo 2 mesi dall’uscita e quindi ho avuto tutto il tempo per visitare i loro vicini. Coi monsoni alle porte non potevo rimandare il trekking sull’Himalaya e come destinazione ho scelto il ‘santuario dell’Annapurna’, praticamente da solo, scortato da un portatore Sherpa.

Poi l’incontro col buddhismo tibetano, un periodo di studio e pratica in un monastero alle porte di Kathmandu, dove poi ho trascorso il resto della permanenza in Nepal incontrando tanti ‘esuli’ come me in attesa del ritorno.

Finalmente con il nuovo visto rientro in India punto verso nord, obiettivo Kashmir e Ladakh, ma gli eccezionali monsoni di quell’anno provocano un terribile alluvione a Leh e nelle valli circostanti impedendone l’accesso. Intanto anche in Kashmir si risvegliano focolai di guerriglia e sono costretto a cambiare itinerario.

Passo da Amritsar, la città sacra dei Sikh che ospita il Tempio d’Oro, uno di quei luoghi densi di pace e misticismo e arrivo a Dharamsala, la città dove dagli anni 50 vive il Dalai Lama con tutta la comunità tibetana esule.

Fra intensivi di meditazione, escursioni e corsi di yoga attendo che passi il periodo monsonico per approdare finalmente nella città che più di ogni altra rappresenta l’India, cioè Varanasi. Quello fu un periodo molto intenso, a volte difficile più di qualsiasi altro posto che avessi visitato, ma così importante da segnare tutta l’esperienza indiana.

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Rajasthan

Infine l’ultima parte del viaggio, la più facile, da Khajurao coi famosi temple scolpiti con le posizioni del Kamasutra ad Agra, la città del Taj Mahal, e poi Vrindavan la città dove visse Khrisna, capitale mondiale degli Hare Khrisna.

E quindi il Rajasthan, la regione dei Maharaja, con le sue famose città Jaipur, Pushkar, Udaipur, Jodhpur e Jeisalmer.

9. Potremmo dire che hai portato un po’ di India in Italia, ci racconti il tuo progetto con le biciclette? 

Ho riscoperto la bici grazie all’India. Spostarsi sulle due ruote a Delhi è comune quanto usare lo scooter a Roma. Dal sud del Kerala al nord del Kashmir ogni famiglia ne spossiede almeno una e sono sempre bici classiche, modello Railegh anni 50, con ruote grandi e freni a bacchetta.

Un anno dopo al ritorno in Italia decido di portarne una con me e la cosa non passò inosservata. Sono bici dotate di un fascino senza tempo, di un’austera maestosità, con le finiture cromate, il sellone a molla in cuoio, il manubrio con le grandi leve dei freni, capaci di donare eleganza al posto che occupano.

Fu al secondo viaggio in India che sotto l’incanto dalla loro silenziosa presenza cominciai ad immaginarle in giro per Roma, Milano, Taranto e mi misi alla ricerca dei grandi marchi di bici indiane per incontrarli.

La fabbrica che mi piacque di più è la Avon Cycles, nel Punjab, leader nelle esportazioni. Dopo un fitto scambio di email, appena prima del mio ritorno in Italia andai a trovarli per un paio di giorni e dopo una lunga ‘anticamera’ riuscii ad avere l’incontro con il presidente, un anziano signore Sikh con turbante e barba bianca. Non era una vera e propria negoziazione, piuttosto un approvazione del mio progetto che chiedeva la sua sincera collaborazione.

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Gli parlai della mia idea di portare le Roadster in Italia, dove ancora nessun produttore di bici indiano c’era riuscito, e della politica low-cost con dei prezzi così accessibili che anche un indiano in Italia avrebbe potuto comprarsela.
Nonostante non avessi alcuna esperienza in quel campo e mi fossi presentato in abiti veramente poco formali, mi ascoltò e accolse le mie richieste incluse alcune personalizzazioni che rendevano la bici più adatta allo stile del mercato italiano.

E così ordinai il primo container di 370 bici non sapendo nemmeno a chi le avrei vendute. Sei mesi dopo arrivarono in Italia e caricate un paio in macchina sono partito per un giro di presentazione ai rivenditori di ogni città che fosse in pianura padana, incluse le coste adriatiche. Ho imparato molto da quegli incontri. Avevo scelto piccoli rivenditori, biciclettai, ciclofficine e ognuno di loro, spesso con le mani sporche di grasso, aveva una storia da raccontare e una visione del mondo dall’altezza e velocità di una bicicletta.

Devo dire che nonostante gli apprezzamenti per l’iniziativa, un po’ per il ritardo della bella stagione, un po’ per la crisi, ma spesso per i bassi margini che il progetto ci concedeva, alla fine non furono in molti ad ordinarle e questa cosa mi costrinse a cambiare il piano commerciale in corsa.

Dovevo puntare alla vendita diretta al pubblico, ma senza un negozio dove poterle esporre e vivendo in una città poco ciclabile si preannunciava una bella sfida.
Il 10 maggio dello scorso anno, in una pagina intera del settimanale Il Venerdì di Repubblica usciva un articolo che parlava delle bici indiane e del progetto RetròCiclette. Immediatamente cominciarono ad arrivare mail, telefonate, messaggi e soprattutto ordini! E’ stata la svolta mediatica che nemmeno con una pagina pubblicitaria avrei ottenuto e altri giornalisti e blogger cominciarono a contattarmi per altre interviste, fra cui Il Fatto Quotidiano online e GQ.

Quest’anno ho ricevuto il secondo container e quel sogno di conciliare in un’attività due mie grandi passioni quali l’India e le bici va avanti.

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10. Come è la tua al vita adesso, cosa vuoi mantenete e cosa vuoi migliorare?

Quando ho mollato la mia precedente occupazione mi sono ripromesso che avrei seguito un sogno e, se possibile, farlo diventare il mio ‘lavoro’. Inoltre qualsiasi fosse stata l’attività, non mi avrebbe impegnato troppo, sia in termini di tempo ed energie. Certo avrei avuto meno entrate, ma sarebbero state quelle necessarie a vivere degnamente e soprattutto avrei avuto meno ‘esigenze’ da soddisfare, che spesso derivavano proprio dai livelli di stress che lo stile di vita precedente mi portavano.

Adesso oltre alle bici gestisco una piccola casa vacanze a Trastevere ed entrambe le attività non mi occupano quotidianamente molto tempo e mi lasciano ampi spazi per viaggi e altre attività che vanno nella direzione dello sviluppo personale, la mia vera passione.

Vorrei mantenere più a lungo quella sensazione di pace e connessione che vivo ogni qualvolta mi immergo nell’atmosfera di un ashram in India, di un villaggio dell’Amazzonia, di un monastero sull’Himalaya. La vita in città corrode e sfianca e il contatto con la natura e con il proprio centro è l’antidoto e va somministrato con una certa regolarità.

Aree di miglioramento? Sempre tante anche se credo che la chiave di tutto sta nel capire che non c’è nulla di sbagliato in noi, non c’è nulla da cambiare, ma che occorre ‘soltanto’ la consapevolezza della nostra bellezza e unicità, che scioglie le nostre insicurezze, inadeguatezze e ci fa smettere di cercare in continuazione conferme e approvazioni dagli altri.

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