Anna Chiara: fotografa cantastorie che ha mollato tutto per ascoltare se stessa

Anna Chiara Rubino, 27 anni, fotografa professionista pugliese, formatasi con tanta passione e sacrificio a Milano. Un anno fa sono partita alla volta del mondo e ho creato iopartosola. Il progetto dedicato alle donne a cui dedico ogni giorno tutta me stessa. Sono una cantastorie. Vago libera alla ricerca di immagini e di parole con cui raccontare me stessa e la meraviglia che mi circonda. 

  1. Te lo ricordi il giorno in cui hai detto “chiudo tutto e parto”?

Me lo ricordo molto bene. Sono momenti che raramente passano inosservati. Se devo essere sincera negli otto anni precedenti avevo tenuto spesso gli occhi chiusi e no, non per limitarmi a dormire. Chiudevo gli occhi per non vedere con quanta energia le priorità dell’epoca spingessero sempre più lontano i miei desideri, i miei sogni.

Funziona così. O almeno così sono stata educata. Così sono cresciuta. È tutta una questione di priorità. Ci sono cose che vengono prima. Dalla fine del liceo fino alla fine dei miei studi universitari, io ho fatto tutto come doveva essere fatto.

Ho messo al primo posto le priorità che in quel momento io e la mia famiglia consideravamo tali. E che anche la società considera tali. Ho dato tanto, privandomi di così tanto che una mattina a 26 anni, mi sono svegliata stanca. Mi guardavo attorno ed era tutto cambiato. Toccavo con mano cosa avevo raggiunto, vedevo a dove i miei sacrifici mi avevano portato. Giravo per la casa che giovanissima avevo costruito consapevole di aver fatto tutto, di aver ottenuto tutto quello che dalla mia età ci si potesse aspettare.

Eppure non era abbastanza. Mancava qualcosa. Qualcosa che non potevo comprare e per cui altri dieci anni di quella vita frenetica non sarebbero bastati. L’ho capito quella mattina, quel giorno in cui mi sono svegliata e la sentivo chiaramente, la stanchezza, la frustrazione. Ero seduta a bere il caffè in vestaglia e mancavano due giorni appena al mio diploma in fotografia. È stato quello il momento in cui ho deciso di prendermi ciò mi mancava. Tempo. Gioia. Pace.

Mi sono alzata in piedi e ho fatto un biglietto di sola andata per l’Asia. Ero stanca si, stanca di starmene seduta. Sei mesi dopo, come dici tu, ho chiuso tutto e sono partita. Oggi sorrido se penso alla differenza che può fare un giorno, un giorno come quello. Il giorno in cui ho scelto di essere libera.

  1. So che il tuo inizio non è stato semplicissimo, ci racconti della tua prima volta in India?

In realtà sono partita dall’Indonesia. L’India l’ho raggiunta lentamente dopo un anno sulla strada col mio zaino in spalla e la mi macchina fotografica al collo. Era il sogno della mia vita ma non mi sentivo pronta. Pensavo che farmi le ossa nel sud est dell’Asia prima di raggiungerla mi avrebbe aiutato ad affrontarla meglio. Da tanti punti di vista, oggi che in India mi ci trovo immersa fino al collo, posso dire di aver avuto ragione.

Indubbiamente l’esperienza precedente mi ha dato degli strumenti che all’inizio non possedevo. Un istinto più affinato ad esempio. Forza. Coraggio. E soprattutto consapevolezza.

Ecco io sono arrivata in India da viaggiatrice consapevole. Consapevole di ciò che avevo vissuto prima di lei. Consapevole che sarebbe stata difficile ugualmente. Consapevole che mi avrebbe cambiato la vita. Oggi, come faccio sempre da quando sono partita, affronto un giorno alla volta.

L’india è una nazione poliedrica. Ha mille volti e mille sfumature, ed artisticamente mi diverto e mi emoziono tanto a cercare di coglierle tutte. Umanamente invece è spesso una batosta. Mi spinge al limite delle mie possibilità, mette a dura prova la mia pazienza e la mia dedizione al lavoro, alla vita e al mondo. Si prende tutto, anche più di ciò che possiedo e che ogni giorno, dal momento in cui mi sveglio, sono pronta a darle. Mi schiaffeggia e mi sculaccia. Non ha peli sulla lingua. Mi offende. Mi sfida. Si fa odiare, detestare, insultare.

Poi quando hai esaurito tutto ciò che di negativo ti ha suscitato e che di terribile ti ha trasmesso, è come se lo capisse e solo allora ti ricompensa. E ti dà. Ti dà fino a non avere più niente per se. Ti dà tutto ciò di cui hai più bisogno. Ti accarezza. Ti abbraccia. Ti bacia. Ti ama. E si fa amare.

Ed è quell’amore lì, quello che nasce dall’odio e dall’avversione più totale, quello che ti tiene incatenata a lei. Quello che non te la farà mai dimenticare. Quello che ti spinge ad amarla incondizionatamente anche quando la odi, anche quando non ne puoi più. Ed è pazzesco perché, ci ho messo un bel po’ a capirlo ma, è la stessa cosa che accade, con me stessa.

  1. Quale è stata per te la differenza tra il viaggio/paese immaginato e il reale?

La mia immaginazione lavorava parecchio su come sarebbe stato, su cosa avrei fatto, su come mi sarei trovata. Oggi non è come quando ho cominciato a viaggiare da sola, dieci anni fa. Tutto è così incredibilmente fruibile. Ogni bisogno, necessità, ogni richiesta, informazione. Trovi tutto on-line. Trovi chi l’ha fatto prima di te. Trovi le risposte a tutte le tue domande. Le esperienze altrui sono come un tesoro, e le informazioni che da esse ricavi, gemme rare dall’inestimabile valore. Tuttavia se da un lato questa fruibilità, questa condivisione dettagliata, porta a degli inconfutabili vantaggi, dall’altro invece innesca un meccanismo che nella mia esperienza di viaggiatrice full-time ho trovato piuttosto insidioso.

Ciò che in automatico accade basando le nostre esperienze su quelle altrui è che dentro di noi si creino , nascano, fioriscano, una quantità non indifferente di aspettative. E questo a mio avviso è un male. Ogni persona è diversa. Ogni viaggio è diverso.

E partire carichi di aspettative basandosi su ciò che si è letto e che si ha immagazzinato su una certa destinazione o anche su un certo modo di viaggiare, è sbagliato. I castelli in aria vengono spazzati via dalla prima folata di vento. E tutti i piani che facciamo, i progetti che intavoliamo beh, anche quelli si dissolvono perché la vita ne ha spesso di suoi. E tu puoi pianificare e progettare quanto vuoi ma se non coincidono c’è poco da fare.

E alla fine sei sempre tu che devi cambiare, sei sempre tu ti devi adattare, sei sempre tu che devi ridimensionare le tue aspettative. La differenza tra immaginazione e realtà è immensa. E la percezione di questa linea, che è tutt’altro che sottile, oggi è molto limitata. Soprattutto a causa dei social. Si perché i social mostrano prevalentemente ciò che è bello. La cima perfetta e scintillante senza accennare alla fatica, al sudore e alle “madonne” della salita.

Il resto poi lo facciamo noi. L’ossessione di condividere e di dire “sono stato lì” nonostante tutto, ci porta a trascurare spesso quei piccoli dettagli che rendono un’esperienza vera e più vicina ad un immaginifico reale e non ideale. Sono rimasta spesso delusa durante questo anno nel mondo. Posti descritti come un paradiso si sono rivelati attrazioni costruite per i turismo più becero ed irrispettoso di sempre. Nazioni che la gente ha amato alla follia, mi si sono presentate come trappole mortali per i sentimenti ed il benessere interiore. Tant’è che oggi io mi sento di dire che tutto è relativo. E che tutto dipende come ho già detto da come siamo e da come viaggiamo. Credo che la cosa più importante da fare, e che possiamo fare, sia quella di tenersi sempre aperto uno spiraglio.

Una via di fuga, un piano b. Penso che dovremmo concederci al libertà di formulare una nostra opinione personale. E si, penso che dovremmo partire per viaggiare ed esplorare con meno aspettative. Personalmente da quando ho cominciato, da quando le ho lasciate lungo la strada, questo modo di fare mi ha salvato. Non sono mai delusa o esaltata alla follia, tutto ciò che arriva, arriva veramente e mi fa sentire immensamente grata oltre che capace.

Sì, questo modo di fare mi rende capace di godere di ogni aspetto del mio percorso anche di quello più complicato perché tanto so che è giunto a me per un motivo, anche se apparentemente quel motivo non c’è.

Credo che sia così che si dovrebbe viaggiare. Credo che sia così che ci si immerge nel reale.

  1. Quale è stato a grandi linee il tuo sviluppo personale in questo percorso?

Se penso alla persona che un anno fa è scesa da quell’aereo a Bali non mi riconosco. Cioè sono sempre io ma sono cambiata tutta. Ogni centimetro di me. Del mio corpo, della mia mente e del mio calderone interiore, è mutato.Si è evoluto.

È diventato qualcosa di differente. Quando mi sono lasciata alle spalle una vita di agi e soddisfazioni che tuttavia non mi facevano sentire a mio agio né tantomeno soddisfatta. Io non cercavo questo.Non sapevo se sarebbe accaduto. Sono partita grande. Pensavo che la mia evoluzione fisica ed emotiva fosse già arrivata al capolinea. Che la mia trasformazione in giovane donna fosse già compiuta. E su questo mi sbagliavo di grosso.

Il mondo ti cambia. Le culture ti cambiano. Ogni singola persona che incontri contribuisce ad innescare dentro di te quel processo inarrestabile che chiamiamo cambiamento. Credo di essere cresciuta di più in questo anno che in una vita intera. E che il panorama sul quadro generale della mia esistenza sia molto più chiaro oggi.

Molto più nitido. A fuoco. Si perché io nella mia vita ci vivo. Ci vivo davvero. E da quando ci sono così dentro, da quando ho imparato a gestirla dall’interno sono anche capace di guardarla da fuori.

Mi spiego. Io vivo nel dopo della mia vita di prima. Sono due persone. Anche se quella che sono è l’evoluzione di quella che ero siamo comunque in due. Oggi che nella mia vita ci vivo, oggi che sono in questo dopo, io vedo senza ostacoli ciò che c’era prima. Mi vedo vivere senza vivere davvero. Mi vedo camminare con un piede dentro ed uno fuori.Vedo la ragazza incompleta che ero. L’incertezza. La paura. E sono capace di rapportare tutto all’oggi. Alla donna che sono ora. Alle mie nuove certezze e alle mie nuove verità. Alla persona che sono diventata da quando ho smesso, di avere paura.

  1. Sei una bravissima fotografa il viaggio ha influenzato il tuo modo di scattare?

Assolutamente si.

Quando fai fotografia passi anni a cercare un linguaggio tuo, un modo visivo di comunicare che porti la tua firma, che possegga la tua essenza. In gergo la chiamiamo poetica fotografica. E ci sono tantissime cose che contribuiscono alla sua formazione. Persone, avvenimenti, esperienze, incontri, colleghi, corsi, viaggi, tentativi, esperimenti, errori. Se prima ho affermato di essere una donna diversa beh adesso affermo che sono anche una fotografa diversa. E più il tempo passa più vedo come la mia evoluzione personale influenza e quasi contagia la mia poetica, vedo come imprescindibilmente trasforma la mia arte. Ed è bellissimo farmi contagiare.

È meraviglioso abbandonarmi a questa trasformazione spesso inconsapevole. È arrivato il momento in cui guardare le mie fotografie è come guardarmi allo specchio. Le guado, mi guardo e penso: “Cazzo quanto sono cresciuta”

  1. Questa esperienza sta cambiando anche la tua visione lavorativa?

Ancora una volta assolutamente si. E non mi vergogno di dire che questo aspetto era stato già considerato precedentemente alla mia partenza. Quest’anno trascorso a non viaggiare e basta mi serviva anche per porre delle basi. Le basi di una carriera. Le basi di vita fatta su misura per me. Ho avuto la conferma non solo di amare ciò che faccio, ma di farlo anche bene. Molte di quelle che all’inizio mi si presentavano come semplici opportunità di risparmio, alla fine si sono trasformate in proficue collaborazioni professionali. E mi hanno dato slancio. Mi hanno dato speranza. Mi hanno aiutato a dare forza ai miei sogni e alle mie capacità e soprattutto mi hanno aiutato a non smettere di credere che tutto sia possibile, se lo vogliamo davvero.

  1. Come si sta evolvendo il tuo rapporto con chi è a casa?

Amo questa domanda. E amo formulare una risposta. Questo perché so di essere incredibilmente fortunata. Ho una famiglia che crede in me e mi supporta e degli amici meravigliosi che fanno il tifo da lontano, con costanza. Sento la loro mancanza. Di tutti loro. Quando scegli di vivere così scegli anche di rinunciare a tante cose. E scopri presto che le cose più difficili da lasciarti alle spalle tutto sono fuorché cose. Il difficile è lasciarsi dietro le persone. Mettersi alle spalle i momenti e i rapporti. Ma come dice sempre mio padre “Ci manchi fisicamente, ma sei sempre con noi” ed ha ragione.

Io sono sempre con chi amo e chi mi ama è sempre con me. Però ecco riabbracciare la mia mamma è un desiderio che si fa sempre più ardente. E so che quando arriverà il momento sarà bellissimo. E che quell’abbraccio come l’ultimo che ci siamo date in aeroporto durerà per anni. Durerà per sempre.

Io parto sola, ma non lo sono mai davvero.

Ci sono sempre io con me. Ci sono le persone che incontro. E ci sono le persone che mi aspettano a casa.

  1. Per un periodo hai viaggiato con tuo fratello, è stato come te lo immaginavi?

Sni. Si ? No?

Che domanda difficile

Io e Carmine siamo due persone incredibilmente diverse che si sono scontrate innumerevoli volte durante il percorso che ci ha portati a diventare due persone adulte. Averlo con me per un po’ è stata una grande gioia e allo stesso tempo un grande dramma.

Ho amato sentirlo vicino a me, il primo mese, nonostante per lui l’adattamento non sia stato semplicissimo, è stato un periodo stupendo. In cui le avventure che abbiamo vissuto hanno fatto molto bene a noi, al nostro rapporto. Poi però siamo arrivati in India, e qualcosa dentro di lui si è rotto. Interiormente prima che fisicamente. Quando mi ha detto “non ce la faccio più” io l’ho capito. Non ho insistito. Sentivo che era giusto per entrambi.“Ma come fai?” mi chiedeva spesso. E la mia risposta è sempre la stessa.

Tutti possono girare il mondo, ma non è cosa per tutti.

Sono grata a Carmine per aver condiviso un pezzetto della mia strada con me. Mi ha portato tanto amore, tanti profumi e sensazioni familiari. Mi ha fatto sentire completa. Però quando è andato via sapevo che era il momento. Ho versato le lacrime che sentivo arrivare, le ho piante tutte. Gli ho detto di abbracciare mamma, papà, il cane. E poi sono andata avanti. Per me non era affatto finita. C’era ancora troppo da fare, da vedere. Per me, non era ancora il momento.

  1. In quali aspetti, per il momento, pensi sia stato un vantaggio viaggiare da sola?

Per me viaggiare da sola è una scelta.

Sinceramente ci sono pochissime persone con cui immagino di poter fare una cosa del genere e forse nemmeno con queste, così a lungo termine. Io amo avere la libertà di essere libera. La libertà di poter aspettare 5 ore che la luce cambi, o che qualcosa accada, per una mia fotografia. La libertà di fare quello che voglio quando voglio. La libertà di dover tenere conto soltanto di me stessa.

Ammetto che l’unico ambito in cui mi manca un supporto è quello lavorativo. Non perché io non sia in grado di fare tutto da sola. Io sono un “uragano” faccio tre cose assieme, non sto mai ferma. Fotografo, filmo, edito, monto. Scrivo pubblico. Cancello. Riscrivo.

Ma invidio un pochino le coppie che si dividono il lavoro. Che portano insieme il carico. Mi chiedo spesso se si godano il viaggio in maniera differente, se abbiano ancora più tempo di quanto già uno stile di vita del genere ti conceda, per se stessi.

Voglio essere chiara non mi sto lamentando di niente. Dico che viaggiare e lavorare. Viaggiare e progettare. Viaggiare e costruire è diverso da viaggiare e basta. E con questo non voglio assolutamente sembrare supponente o pormi in una condizione di superiorità rispetto a quelli che non hanno fatto del viaggio anche il proprio lavoro. Dico solo che è diverso. Dico solo che è tosta. Ma dico anche che amo ogni minuto di questo stress di questo impegno, dei sacrifici che nonostante la libertà questo comporta e che anche inconsapevolmente continuo a fare.

La mia speranza è che un giorno voltandomi, guardandomi indietro, cercando di ripercorrere tutti i passi che ho fatto, le esperienze che ho vissuto e i problemi che ho affrontato e superato, io possa sentirmi fiera e orgogliosa. Voglio avere il privilegio di poter dire anzi di urlare al mondo intero: “L’ho fatto io, e l’ho fatto tutto da sola.”

  1. I 3 oggetti più importanti nel tuo zaino, escludendo passaporto e carte di credito.

Ammazza quando mi fate ste domande mi mettete sempre in difficoltà.

Allora ci provo:

  1. La pinzetta per le sopracciglia. Si lo so che frivolezza, ma per me è un ossessione. Siccome in un viaggio come il mio restare femmina è spesso una sfida, amo quelle cose su cui riesco a non perdere il controllo.

Insomma amo i peli che sono facili e sicuramente più alla portata, da strappare.

  1. Volevo dire la spazzola ma spesso non mi pettino per settimane quindi sarebbe una bugia, dico il mio hard-disk per non sembrare banale dicendo computer.

La memoria esterna mi ha permesso di non dover mai pormi il problema di dove mettere gli enormi materiali che produco. Fotografo e lavoro senza stress. È una cosa essenziale a mio parere anche per un fotografo amatoriale che però resta a lungo, in viaggio.

  1. La mia cosa preferita. E sono già un paio di volte che la cito ma solo perché nel mio caso è stata davvero essenziale: la mosquito net. Una tenda che appendo ovunque e che mi ha permesso di dormire ovunque, tenendomi al sicuro dalle zanzare e dalle mille possibili malattie che da esse si possono contrarre, specialmente in Asia. Per farvi capire, io ho rinunciato al sacco a pelo per lei, e non me ne sono pentita neanche per un momento.
Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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