Dall’Adriatico al Tirreno 410KM a piedi per l’Italia

Mi chiamo Matteo Sala sono nato a Monza 41 anni fa, vivo da sempre in Brianza, con qualche breve – e poco riuscito – trapianto milanese. Ho maturato una significativa esperienza nella selezione del personale, sia come “cacciatore di teste”, sia all’interno di società internazionali. Camminare, leggere e ascoltare jazz sono le attività che preferisco; ad esse si affianca da un anno lo yoga, dopo alcuni anni di tennis. Nel 2010 ho percorso da solo e per intero i Cammini Francese e del Nord per Santiago (il primo dei quali sino a Finisterre) e nel 2014 il Westweg (cammino di 285 km nella Foresta nera, da Pforzheim a Basilea).

1. Cosa spinge una persona a viaggiare a piedi?

Adoro camminare come forma di viaggio lento, letteralmente a passo d’uomo, dove all’intensa soddisfazione del raggiungimento della meta a fine tappa si unisce il piacere del percorso stesso e dei possibili incontri strada facendo. Si tratta dell’idea espressa da Fabrizio De Andrè: “Per la stessa ragione del viaggio viaggiare” (in “Khorakhanè”, dall’album “Anime salve”).

2. Di che tipo di allenamento si ha bisogno?

Questo non è un cammino per principianti: è necessario essere allenati a camminare per alcune ore al giorno, giacché ci si troverà a farlo per 6/8 ore, per diciotto giorni consecutivi, con uno zaino del peso di 8/10 kg. e in condizioni atmosferiche variabili. Soprattutto nei primi giorni, possono emergere stanchezza e dolori che vengono poi assorbiti rapidamente, se ci si trova in buone condizioni generali, si riposa e ci si alimenta correttamente. Per l’intero percorso, con rare eccezioni, è indispensabile avere con sé acqua e cibo, giacché non si attraversano centri abitati. Esistono alcuni lunghi tratti esposti al sole, che rendono fondamentale curare l’idratazione e la protezione del capo e della pelle.

dalla adriatico al tirreno

3. Quanto è importante il bagaglio e come si impara a farlo?

La preparazione dello zaino è fondamentale, giacché conterrà tutto quanto necessario e sufficiente per vivere quasi venti giorni: abbigliamento e necessario per igiene personale, acqua e cibo per la giornata. In rete esistono già alcuni elenchi ben scritti e dettagliati. È bene ricordare di non portare cose inutili, ma non possono mancare macchina fotografica e libri: ne avevo con me alcuni, che ho poi donato strada facendo, una volta terminata la lettura, per alleggerire lo zaino.

Importante: questo percorso non ha una segnaletica dedicata: nello zaino non può quindi mancare la guida cartacea scritta da Simone Frignani – Italia Coast to Coast, ed. Terre di Mezzo:  (su http://www.italiacoast2coast.it sono disponibili gratuitamente anche tracce GPS, non indispensabili).

4. Come hai scelto l’itinerario?

Tra alcune opzioni in Italia e all’estero, questo mi ha attratto per il collegamento tra i due mari Adriatico e Tirreno e l’attraversamento di quattro regioni a me ancora poco conosciute.

Desideravo raggiungere alcune “sorprese” che il paesaggio riserva: le vie cave in Toscana (percorsi scavati nel tufo risalenti a epoca etrusca, tra Sorano, Sovana e Pitigliano, di fatto utilizzate nel trasporto locale con asini fino agli anni Cinquanta) e il Tombolo della Feniglia, riserva forestale di Stato, una meravigliosa pineta a forma di mezzaluna di 6 km che unisce Ansedonia all’Argentario e che rappresenta la fine del cammino, appena prima dell’arrivo ad Orbetello.

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5. Dall’Adriatico al Tirreno in 410 km: qual è stato il punto più difficile?

Senza dubbio le tre tappe tra San Severino Marche e Assisi, che presentano dislivelli decisamente impegnativi.

6. Come è stato il tuo rapporto con la gente del posto?

Strada facendo, mi è venuto naturale dialogare con gli abitanti locali, spesso contadini o allevatori al lavoro: ovunque ho incontrato sorrisi e accoglienza calda, ma non invadente e sempre rispettosa della mia ricerca di solitudine.

Ogni tanto, la sera, ho potuto fare conversazione con con alcuni proprietari di bed & breakfast o agriturismo particolarmente curiosi ed attratti dalla mia esperienza.

In un caso, mi è stata offerta la cena in cambio di racconti sul cammino di Santiago…

Segnalo che sono numerosi i cani, posti a guardia del bestiame o delle fattorie, ma in nessun caso rappresentano un pericolo.

Leggo in rete che molte donne esitano a mettersi in cammino da sole: su questo percorso non ho intravisto il minimo rischio.

7. Come hai imparato a gestire la solitudine?

Mi riconosco senza dubbio in ciò che Pasolini scrisse ne “L’odore dell’India”: “Io avevo voglia di stare da solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose”.

Avendo percorso il cammino in maggio, momento non “vacanziero” in Italia, ho vissuto le diciotto tappe in completa solitudine per le sei/otto ore di cammino quotidiano: questo porta a confrontarsi con i propri pensieri, oltre che con i propri limiti fisici, senza possibilità di fuga o distrazione; dopo quasi venti giorni di un esercizio di questo tipo, si arriva trasformati.

In cammini di lunga distanza come questo, partire soli è la dimensione ideale: permette di assorbire al massimo l’impatto del paesaggio, si trascorrono lunghe ore a confronto con i propri pensieri, i cui spigoli si smussano strada facendo (parafrasando Enrico Brizzi); da soli si catalizzano più facilmente incontri con persone del luogo e si ha modo di raccogliere le idee per scrivere.

Soltanto nella tappa che da Bolsena porta in Toscana, che si sovrappone – in parte e in direzione opposta – alla Via Francigena, ho incontrato una mezza dozzina di pellegrini diretti a Roma.

A Todi, è stato piacevole conversare con alcuni cicloturisti tedeschi, durante una cena nello splendido refettorio dell’antico Monastero della SS.ma Annunziata.

dalla adriatico al tirreno.

8. Eri totalmente autosufficiente?

Sì, è necessario esserlo per l’intera giornata per acqua e cibo, dal momento che il percorso non attraversa quasi mai, con rarissime eccezioni, centri abitati: in quasi tutte le tappe, non s’incontra nemmeno un bar per una sosta.

Ogni giorno, all’arrivo, si lavano i capi indossati in maniera che possano asciugare entro il giorno successivo.

9. Hai dormito in tenda o hai chiesto ospitalità?

Mi sono affidato alle strutture presenti lungo il percorso: questo cammino è stato composto da circa due anni e la sua conoscenza si sta diffondendo, ma l’ospitalità è orientata ad un turismo tradizionale: non è sempre agevole, in alta stagione, trovare un alloggio per una persona, per una sola notte, a un costo che corrisponda alle esigenze “essenziali” del viandante, che viaggia con tutto il necessario nello zaino e non ha pretese di charme.

Bisogna riconoscere che al momento alcune strutture praticano prezzi di leggero favore per i viandanti. In alcuni luoghi (Osimo, Assisi, Todi) si può scegliere di alloggiare presso conventi e monasteri, comunque secondo prezzi di mercato. Per ora, non esistono ostelli simili agli albergues spagnoli, che stanno nascendo ora sulla Via Francigena, in risposta alla crescente domanda d’ospitalità.

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10. La cosa più importante che hai imparato

Ho scoperto un’Italia nascosta, ricca di meravigliosi e sconosciuti borghi “da presepe” con centri storici perfettamente conservati nell’assenza di flussi turistici che hanno lasciato il segno in città più note. Sono regioni dove pressoché ogni famiglia mantiene l’orgoglio di possedere la terra e dove la produzione casalinga di olio, vino, confetture, formaggi è un’attività ancora diffusa.

Ho assistito ad uno stile di vita davvero lontano dalla frenesia che accompagna l’esistenza personale e professionale di Milano, purtroppo più vicino alla mia storia.

Ho realizzato, infine, che amo molto mettere insieme cammino e racconto, come nel caso di questa intervista e di un piccolo diario in cui ho raccolto le emozioni quotidiane regalate da luoghi e incontri.

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