Giulia attraversa il Pacifico in barcastop e lo trasforma in un libro

Sono nata e sopravvissuta, a Trapani, studiando e lavorando, troppo spesso contemporaneamente. Ero ambiziosa, ma in silenzio.
La lettura e la scrittura erano rispettivamente i miei maestri e la mia scuola. Le cose che desideravo veramente erano: “crescere”, “imparare”, “andare via da casa”. Meta: Dovunque, ma tendenzialmente il mio Dovunque era l’Australia. Finito il Conservatorio sono andata a vivere a Torino dove con pianti, stridor di denti e pesanti “pene” economiche ho esaudito i miei desideri culturali: studiare, prendere un dottorato e cominciare la mia ascesa verso quello che “credevo” fosse il mio posto preferito: l’Università. Poi mi sono data due schiaffoni per aver permesso che il mondo accademico declinasse e direzionasse la mia curiosità, servendomi costanti umiliazioni e sono andata via… Libri preferiti: tantissimi; i più consultati: Atlante, Atlante delle costellazioni, Papillon.

 

  1. Cosa ti ha spinto a cercare il mare in questo modo così intenso?

 

La verità? È meno poetica di quanto si possa immaginare.

Non avevo abbastanza soldi per poter viaggiare oltre il continente e ritornare in aereo.

Allora la paura di non poter tornare mai più era vera, tangibile ed era snervante.

Il mare era comunque una risorsa per me. Sono in parte di origini isolane, e ho sempre visto il mare come un’opportunità, non come un ostacolo, come spesso lo sentivo additare dai miei compaesani. Inoltre mi affascinava l’idea di fare un viaggio senza “tagliare” le distanze con mezzi ecologicamente dispendiosi. Un giorno, uno dei tanti giorni in cui mi affliggevo per il mio status sempre povero nonostante tutti i lavoretti che mi ritrovavo a fare mi dissi: “non avrò il denaro, ma ho una moneta ben più preziosa”. Ho il tempo, che del resto qui sembra davvero poco valutato (a volte lavoravo anche fino a 12 ore al giorno per soli 20 euro nei ristoranti). Ricordo che la mia agenda fino ad allora era stata sempre pienissima; una settimana dopo la mia discussione di dottorato la gettavo nella pattumiera, assieme alla mia devozione verso un sistema che non mi preferiva mai.

 

  1. Quale era la tua esperienza con la vela prima di iniziare a solcare l’oceano?

 

Nessuna, avevo preso le patenti nautiche più per “amor di nautica” che per la pratica. È molto costoso in Italia praticare e io non ho mai avuto accesso a quei circoli. Le patenti mi sono servite perché eseguivo grandi approfondimenti sulla meteorologia, geografia, cartografia, astronomia, tutti ambiti che da sempre mi facevano impazzire. Ero studiosa, ma avevo direzionato le mie competenze più verso l’ambito umanistico; approfittavo delle patenti per riprendere il filo di una scienza che riscoprivo sempre più connessa a tutto ciò che mi piaceva. Il mare ha regole molto ovvie, molto pratiche, non è come sulla strada in cui alcuni “cartelli” li devi proprio imparare a memoria. In mare c’è poco da memorizzare, bisogna invece interpretare gli eventi, reagire o, se è il caso, aspettare. La scuola può insegnare forse la tecnica e a guardare bene “l’operazione”. In viaggio invece tutto è più disteso e al contempo estremo: impari a guardare gli effetti dell’operazione, più che l’operazione stessa.

  1. Come si cerca un passaggio in un porto?

 

Io ho cominciato con un sito web, però si è rivelato molto più semplice balzare da un passaggio ad un altro dal porto stesso. Basta conoscere le rotte comuni, gli alisei e i periodi in cui si salpa da un certo porto verso una certa area.

Ci sono grandi finestre di occasioni in cui tutte le persone che vivono a bordo (e sono tantissime nel mondo a scegliere questo stile di vita) cercano qualcuno. A volte aspettano mesi prima di partire, proprio perchè non trovano nessuno; ho conosciuto persone che sono rimaste ferme a Panama un sacco di tempo perché non trovavano compagni per affrontare la traversata oceanica, fino poi a partire da soli per non perdere le “finestre” giuste. Basta andare sui moli, passeggiare lentamente e notare le persone che stanno lavorando a qualche “pezzo”, o stanno “sferruzzando” la vela. Molto probabilmente queste persone “si fanno da sè” e non possono che apprezzare un po’ di compagnia a bordo oltre che di una mano nei lavori di manutenzione, pulizia o per le “watches” notturne. Nel Mediterraneo c’è così tanto “charter” ed è un posto così costoso per chi vive a bordo che non penso sia semplice trovare un passaggio. Chi vive e viaggia in barca a vela, tende ad evitare il Mediterraneo. È affollato e per quanto il clima possa sembrare mite, l’inverno può riservare spiacevoli sorprese per chi sceglie la vita di bordo proprio perché si risparmia. Chi naviga in genere non guarda tanto l’esperienza, ma cerca di fatto due braccia e due gambe, cerca qualcuno che possa fare qualcosa o per lo meno, guardare, allertare di pericoli oppure fare da baby sitter ai figlioletti.

La vela nel Mediterraneo per me era complicata e costosa (e ho scoperto di condividere questa opinione con molti). La vela nel mondo è un modo di vivere, semplice, lento, anche faticoso, ma soprattutto è un modo per sfuggire ai costi della società occidentale. Praticamente l’opposto.

 

  1. Con quante barche hai attraversato l’oceano

 

In tutto il Pacifico sono andata con due barche diverse (ma avrei potuto cambiarne molte di più, se non fossi stata così “fedele” al mio equipaggio, perché di richieste ce ne sono state: sì, capita anche questo; che conoscendosi nelle varie baie oppure vedendoti all’opera, siano altri comandanti a volerti a bordo). Con una barca ho fatto la traversata e con l’altra sono andata in giro in Polinesia e poi le isole “successive”, e per successive in termini nautici si intende “dove ti porta l’aliseo” cioé verso ovest a quella latitudine lì: quindi Samoa, Tonga, Fiji.

 

  1. Quale è stato il tempo più lungo in cui sei stata senza toccare terra?

Non ricordo benissimo ma credo fra 32 e 36 giorni.

Inizialmente non prendevo tanti appunti. Ero stremata dall’inizio della traversata e ci ho messo un po’ per abituarmi a scrivere anche a bordo.

  1. Come ti cambia restare settimane senza vedere terra?

 

Impari a dedicare pensieri lunghi alle persone che contano davvero e forse esercitarti anche a non impazzire. Ci vuole un sacco di pazienza, soprattutto se non stai solo (per me la solitudine non è mai stata un problema, al contrario invece lo sono le relazioni).

Decisi di dedicarmi ad una persona al giorno: di fatto noi pensiamo a mille cose contemporaneamente; in oceano hai il tempo di imbambolarti in uno solo di questi mille pensieri e mi intrattenevo pensando intensamente una volta a una amica, un altro giorno a mia nonna. Ed è bellissimo: esplori tutti i sentimenti più profondi, buoni e cattivi che ti legano bene alle persone: come in una bella ricetta, di tanto in tanto ti piace considerare la bontà dei singoli ingredienti e la magia della loro unione (a me viene in mente la caponata quando penso a qualcosa di travagliato, con ingredienti semplici e formidabili e che serve per essere conservata e usata proprio quando c’è più fame, negli inverni della vita). Io in oceano ho fritto separatamente e con grande devozione pure le smorfie delle persone a me care. All’inizio leggevo ma non facevo molto perchè stavo parecchio male. (I primi giorni di una traversata sono sempre i peggiori, poi piano piano ti abitui). Avevo un fortissimo malditesta che passava magicamente quando il sole andava via. Ho costruito turni infallibili di preparazione pasti intorno a questo mio problema. In modo da non dover scendere troppo sotto coperta durante il giorno. Il caldo equatoriale in un tappetto in mezzo al mare è un incubo.

Cosa cambia è: tutto. Dopo aver vissuto tanto tempo in mare la terraferma sembra così comoda e semplice che ti risulterà difficile capire a fondo i problemi e le tematiche che vi si affrontano. Non è che diventi invincibile, semplicemente, vedi e vivi situazioni talmente estreme per i tuoi nervi che sfondi i limiti della tua stessa pazienza; vivi anche situazioni di agghiacciante paura, per questo poi, una volta a terra, risulta difficile sostenere normali conversazioni su cinque minuti di ritardo o su un sifone tappato o una gruccetta mancante o l’abbinamento di una gonna con una maglia. Poi, questa è la mia opinione. Ma da quando sono ritornata a terra non capisco più benissimo il linguaggio complicatissimo che si utilizza per risolvere problemi tutto sommato comodi o dove i rischi sono davvero minimi. Se da un lato la pazienza verso cose che ti spazientivano diventa grande e magnifica, la tolleranza verso gli sprechi odierni si rimpicciolisce: non riesco più a cooperare con un rubinetto aperto “a flusso continuo” per lavare i piatti, oppure con una cassetta per sciacquone incassata a muro che non permette un intervento repentino in caso di rottura, ho paura dei supermercati e mi viene da piangere quando entro in un vano doccia e vedo gli ottomila prodotti per capelli delle mie sorelle, non sopporto più di avere tanti vestiti e ho smesso di comprare cose, così a caso. La mia vita adesso è davvero minimal, mi piace perché viaggio leggera, non possedendo praticamente più nulla. Quello che non mi piace è non capire più bene cosa mi aveva spinto per circa 27 anni, prima del viaggio, a desiderare tanti vestiti, dei trucchi oppure comfort di cui non capivo il senso o il “peso specifico”. Forse navigare per giorni in un isola di pattume galleggiante mi ha procurato uno shock talmente forte da non essere più capace di vivere comprando un giubottino nuovo al comparire dei primi segni di sfondamento. Prima lo riparavo mentre raccoglievo i soldi per il nuovo. Ora lo riparo finchè morte non ci separi. Tranquilli non si diventa rompiscatole, anzi, a me piace che le persone facciano diversamente da me; e mi piace infatti stare da sola così che nessuno attorno soffra nel vedere di quante cose io faccia a meno, pensando erroneamente che io mi stia “trascurando”.

 

  1. Cosa si fa a bordo in traversata?

 

Si fa tantissimo e pochissimo. Il tempo passa sonnecchiando, e a me viene un gran sonno in mare. Poi dipende anche da che tipo di strumenti ci sono a bordo. In traversata io timonavo perchè l’ho fatta tutta senza autopilot. Ma ho scoperto solo dopo che era una cosa davvero in disuso e che ci vuole un bel coraggio a mettersi in oceano senza autopilot configurato per bene. Poi una cosa che a terra non mi succede mai è l’attivazione dello spirito di sopravvivenza: sembra proprio una leva on-off che ti fa scattare immediatamente anche se dormi; in mare si dorme con un occhio chiuso e l’altro aperto. Ho conosciuto persone a bordo che erano molto più rilassate di me, tuttavia io ho sempre notato questa differenza nella me a bordo rispetto alla me di terra: a terra un filo di pigrizia ogni tanto persino ad una persona “mani in pasta” come me può venire, a bordo mai! A bordo diventa chiaro fin da subito che la barca sia la cosa più importante, più importante persino di te, dei tuoi compagni, e di tutti i nostri vizi o lamentele messi insieme.

Si aggiustano un sacco di cose: se il meteo è stabile e qualcuno può stare di guardia l’altro può riposare oppure fare manutenzione. Io cucivo spesso le vele, ma per farlo dovevo stare sul ponte e non sotto la cappottina. C’è troppo sole e rischi di stare male per un sacco di tempo con una scottatura “da equatore”. Infatti sconsiglio di fare qualsiasi cosa oltre il pozzetto. Puoi fare molto all’alba e al tramonto, oppure se piove. Invece la notte, categoricamente, non si abbandona il pozzetto, mai. Perchè fai la watch e sei solo, se hai bisogno di andare sul ponte per qualsiasi ragione devi svegliare qualcun altro. Io mi legavo sempre. Una volta ebbi una pesante lite col comandante perchè mi accorsi nella notte che era andato a verificare una cosa sul ponte mentre io ero in cabina. Me ne accorsi dalla luce della torcia. Da allora stabilimmo che la notte l’avrei fatta io da sola sempre, e lui avrebbe fatto le guardie di giorno. Così io avrei avuto tutto il firmamento da studiare e lui avrebbe potuto riposare ben bene. Ho sempre molto a cuore la salute dei comandanti. Penso di essere un marinaio molto fedele e all’occorrenza anche un bravo secondo che tira gli schiaffoni al comandante proprio perchè si rende conto di averne grande rispetto e di non potersi permettere di “perderlo” in mare perchè ha avuto un momento di assonnata ingenuità. Io sono fatta così: frequento solo persone che ammiro tanto, e per fare in modo che questa ammirazione perduri, ogni tanto mi capita di fare a pugni coi miei legittimi superiori. In mare c’è gente completamente fuori di testa e con incredibili abilità, tutte guadagnate piano, sbagliando e soprattutto a colpi di tragedie, non di esami e broglietti arrivisti come si suol vedere spesso nei paesi dove la gente si svena per questa cosa  chiamata “carriera”. In mare, donne e uomini sembrano balzare fuori direttamente da pagine di mitologia greca.

  1. Come sono stati i rapporti con i tuoi compagni di viaggi?

 

Non bellissimi per me. Perché le persone tendono a vivere di ossessioni e fissazioni quando passano tanto tempo sole o a fare azioni ripetitive.

Io ho avuto tante difficoltà perché spesso le persone mi usano come un “televisore”. Si divertono ad osservarmi vivere e mi “pizzicano” perchè si annoiano. Sanno da subito che non mi annoio mai, e che ascolto e sviscero tanto alcune questioni, ma solo se interpellata. Io invece volevo tanto stare zitta e passare del tempo da sola o imparare ad aggiustare un po’ di tutto. I comandanti con cui ho viaggiato impazzivano per questa qualità e ho sempre trovato persone generose, che visto anche il loro bisogno di aiutanti, mi hanno insegnato pazientemente come smontare e aggiustare…. Ho cambiato barca poche volte proprio perché spesso mi è stato reso impossibile saltare da una all’altra da comandanti che non accettavano di perdermi. Mi è dispiaciuto spesso lasciare. Ma quando le persone vanno tanto veloci o verso direzioni che fuorviano dai miei sogni non sono una che si convince facilmente. Sono una persona molto poco manipolabile, mi dispiace se ho ferito qualcuno e se qualcuno ha pensato che solo perché svolgo le mie mansioni di bordo col massimo impegno, debba vivere con loro per sempre.

Una cosa bella è che nelle baie d’approdo se sei con comandanti che han voglia di mettersi a disposizione e di chiedere consigli, conosci tante persone e poi alla fine si diventa tanto uniti, perché il problema che hai avuto tu possono averlo avuto altri prima e viceversa. È raro trovare qualcuno che volti le spalle. Si è così soli in Oceano che quando finalmente approdi e vedi qualcuno a bordo sai che si è fratelli di avventure e sventure e vuoi sentire le storie dell’altro perché se non sono successe a te, succederanno presto. Poi ci sono i canali radio “spontanei” dove ci si incontra per fare una check list, sapere il meteo, o di ancoraggi, di qualche tragedia in corso. Questi gruppi sono tanto utili… spesso è così che ci si accorge se “qualcuno manca all’appello”. Alcuni sono molto gelosi della strumentazione di bordo o delle loro competenze. Ai Caraibi mi era successo di viaggiare con certi “esemplari” che pur di non dirmi di avere un disperato bisogno del mio inglese si sarebbero inventati qualsiasi scusa per mortificarmi in altri lavori e cercare di farmi fare operazioni sperando nella mia volontà di “recuperare” a quegli altri (quali, non ho mai capito). È triste quando accade. Di solito sono persone molto insicure, magari sanno anche tante cose, ma non vogliono condividerle per tenerti a bada. Io ho avuto molta sfortuna con gli italiani per questa ragione. A parte in italia stessa dove conobbi un istruttore formidabile, tutti gli incontri all’estero sono stati nefasti e ho imparato davvero poco dai miei connazionali, purtroppo.

 

  1. Come è vedere quello che per molti è il paradiso dal mare?

 

Io non ho mai avuto un rapporto molto “poetico” col mare. L’ho sempre visto in modo logico, come la grande casa di milioni di specie che rispetto profondamente anche quando feroci. La Polinesia Francese se conosciuta così è meravigliosa, perchè puoi scegliere di collocarti in certe zone piuttosto che altre: una libertà che chi va e sta nei costosissimi alberghi non ha. Certo in barca fa un caldo pazzesco e non hai molti comfort, inoltre devi lavorare tanto se non vuoi passarti traversate infernali per aver posticipato lavoretti che nel giro di pochi giorni la salsedine, il vento, la pioggia hanno trasformato in lavoroni.

Alcuni lavori sono talmente lunghi e complicati che resta poco spazio per il “paradiso” e possono tenerti fermo in una baia per secoli. Poi dipende davvero tutto da cosa vuole il capitano e da quanto tu sia d’accordo con lui. A me è sempre piaciuto aggiustare “cose”, un po’ meno in una barca che fa su giù, destra e sinistra. Ero proprio io a spingere perchè le cose si facessero dentro gli atolli, nel paradiso, quando la barca era più stabile, perchè temevo che mi capitasse il daffare proprio all’inferno. Durante una traversata “stridente” è pesante aggiustare cose di fretta, sottosopra, in spazi angusti e con la nausea.

Alla fine succede sempre qualcosa e questo per me è stato quel che mi ha fatto smettere di viaggiare così; ci sono un sacco di imprevisti: tutto rotola, tutto cade, si rompe o se ne va. Dopo un anno di vita così a gestire imprevisti quotidiani, neanche le barriere coralline potevano più consolare persino una persona come me che si tuffa nei problemi con uno spirito a metà fra il problem solving e il fanciullesco domandare “perchè” per ogni cosa.

Il tempo giusto a mio avviso per imparare, vedere, apprezzare senza diventare isterici è dai tre ai sei mesi. Allora sì, che il Paradiso lo vedi come tale. Ma è una domanda à cui forse non so rispondere bene. Vengo da posti di acqua turchina dove il mare che gli altri chiamano ‘bello’ non manca mai. Ero in Polynesia più per apprezzarne significati geologici e antropologici che comportassero e/o motivassero quella natura. La natura non mi delude mai, neanche quando approdo in una nuvola di zanzare, neppure se mi ritrovo in mezzo metro di fango o in una baia con spaventosi coralli affioranti.

  1. Il tuo viaggio si è trasformato in progetto importante, come possiamo supportarti?

 

Il mio viaggio si è trasformato in un libro: sono i miei diari di bordo leggermente romanzati. In questo libro, in ogni capitolo interfaccio il mio vivere in Australia, sogno di tutta una vita, con cosa sono stata disposta a fare pur di arrivarci. È un viaggio interiore in cui metto anche a nudo, e questo mi è costato tantissimo, un passato di indigenze e negazioni, e porgo anche la mia personale visione e critica di una società che con le persone studiose, appassionate, volenterose, non ci vuole proprio avere a che fare. Analizzo anche in modo diverso alcune vicende della scena accademica italiana e di quanto quello che volevo in termini di “successo” mi avesse anche portato ad allontanarmi dai miei sogni “primordiali”.

Prima di affrontare questo viaggio sapevo ciò che volevo. Adesso credo di aver imparato anche ciò che non volevo. Volevo imparare, conoscere il diverso, occuparmi di antropologia ed ecologia, volevo scrivere e raccontare. Cosa non volevo? Che un’accademia o una rivista decidesse il mio valore. E penso adesso di aver raggiunto quel tipo di libertà: così come il tempo dedicato alle passioni mi ha regalato la libertà, lascio ancora una volta al tempo l’ardua sentenza sulle mie scritture, e mai più a una istituzione.

Il mio libro è in prevendita adesso in crowdfunding e si intitola “Diari dai giardini del mondo”. Per aiutarmi a raggiungere la pubblicazione cliccate qui https://bookabook.it/libri/diari-dai-giardini-del-mondo/ e acquistate la vostra copia. Le bozze integrali sono disponibili al momento dell’acquisto.

Vi ringrazio immensamente!

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