Andrea Cabassi – Non so se mi spiego – da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica

Nato a Parma nel 1975. Dal 1998 soffro di rettocolite ulcerosa, malattia autoimmune cronica intestinale catalogata tra le cosiddette “invalidità invisibili”. Nel 2015, a 40 anni, con una carriera ben avviata e una vita che rientrava nei parametri di una felice normalità, non mi sentivo sereno, così ho mollato tutto per salire su un aereo e seguire “quel che mi diceva la pancia”.

La prima tappa della mia nuova vita è stata un impiego a Dubai, dove mi sono trasferito nel 2015. Dopo quel cambiamento c’è stata una grande presa di coscienza, che mi ha dato il coraggio di licenziarmi e utilizzare i miei risparmi per realizzare il mio grande sogno: partire con un biglietto di sola andata e lasciarmi lentamente trasportare da eventi, incontri, curiosità e istinto.

Il risultato è stato un viaggio di 299 giorni in Sudamerica.

Ad avventura conclusa ho scelto di giocarmela tutta, ovvero di non tornare al mondo corporate e ho quindi trascorso 4 mesi tra Parma e Palermo per scrivere e frequentare una scuola di coaching.

Tra il 2019 e il 2020 sono andato alla scoperta del Sudest asiatico per 8 mesi e mezzo, fino a quando l’emergenza Covid-19 mi ha costretto a rientrare in Europa. Nell’autunno del 2020 ho percorso i 930 km del cammino di Santiago (lungo la via francese) partendo da Lourdes.

Adesso faccio base a Porto, in Portogallo. Domani, non so.

 

  1. Andrea per te il periodo sabbatico ti ha cambiato la vita, ci racconti perché?

Perché per la prima volta in 42 anni sono stato davvero padrone del mio tempo e ho aperto gli occhi alla realtà. Lascia che ti spieghi.

In viaggio ogni mattina al risveglio potevo decidere cosa fare e dove andare, senza un cartellino da timbrare o un luogo fisico nel quale recarmi. Ciò mi ha permesso, dopo qualche settimana di assestamento in cui ancora “correvo” seguendo i ritmi tipici delle ferie dal lavoro, di rallentare per muovermi secondo nuovi tempi. Grazie a ciò, poco alla volta si è affievolito quel “rumore di fondo” che caratterizza la nostra società e che mi impediva di ascoltarmi, guardarmi dentro e vedere la realtà delle cose.

Ho capito che fino ad allora avevo fatto solo scelte guidate dal sistema: in primis la facoltà universitaria, selezionata sulla base delle mie predilezioni e sui potenziali sbocchi professionali come dipendente, senza la necessaria consapevolezza dell’impatto pluridecennale che tale scelta ha sull’esistenza di una persona, senza cioè sapere che stavo mettendo la mia vita in una strada sulla quale, piaccia o no, è normale rimanere finché “pension non ci separi”. Di conseguenza, in secundis, la scelta di un mestiere “a caso”, il primo interessante che era capitato sparpagliando curriculum ad aziende random, considerandolo peraltro normale. In tertiis, l’implicita accettazione che qualcun altro disponesse del mio tempo, il bene più prezioso, stabilendo in quali giorni e orari dovevo lavorare e in quali potevo far ciò che mi pareva, oltre alle mansioni da svolgere nei giorni lavorativi.

Senti qua: seppur non mi ammazzassi di straordinari e considerando i trasferimenti casa-ufficio, il lavoro mi occupava cinquanta ore a settimana. Aggiungendo una media giornaliera di sette ore e mezza di sonno e cinque per altri doveri (spesa, pasti, cura personale, incombenze varie, ecc.), considerando ventidue giorni di ferie (nei quali comunque ci si aspettava che a qualche telefonata o e-mail lavorativa rispondessi) e tredici di festività annue, il mio tempo libero era attorno al 6% delle giornate lavorative e al 20% di quello disponibile in un anno. Solamente in un quinto del mio tempo ero sveglio e libero di scegliere cosa fare. Pochissimo!

  1. Ti ricordi il giorno il cui hai detto “basta io mollo”

Benissimo, e lo racconto in “Non so se mi spiego”, il mio nuovo libro uscito lo scorso 1° giugno, quindi accenno alla cosa senza spoilerare troppo. 🙂

Era il 2017, vivevo a Dubai ma mi trovavo in trasferta di lavoro per visitare un cliente ad Al Kharj, nel cuore dell’Arabia Saudita. M mi trovai a partecipare a una riunione nella quale, in quanto project manager, mi toccava l’ingrato compito di motivare un significativo ritardo nel progetto e quindi travestirmi da parafulmine per incassare, a nome dell’azienda che rappresentavo, le scatenate ire del cliente.

In quindici anni d’esperienza avevo gestito analoghi siparietti, quindi nulla di nuovo, ma sempre associati a picchi di stress e senso di umiliazione professionale. “Fanno parte del mestiere”, mi dicevo. “Sto cazzo!”, aggiunsi quel giorno, pensando a chi, come un mio familiare, si trovava la libertà ancora limitata dalla riabilitazione da un grave incidente mentre io, che potevo scegliere, trascorrevo ore e ore in quel contesto.

Per i dettagli di quel giorno, ti rimando al libro.

  1. Secondo te come mai viaggiando da soli molte persone capiscono nuovi aspetti di loro stesse?

Da un lato perché, come detto in precedenza, la solitudine combinata al viaggio abbassa il rumore di fondo portando le persone ad ascoltarsi più profondamente. Questo credo valga soprattutto se si viaggia a lungo termine, per cui la lentezza amplifica ancora di più tale fenomeno.

Poi perché in un viaggio in solitaria, nel bene e nel male, tutto dipende esclusivamente da te. Sei tu che devi decidere cosa fare e cosa no, cosa visitare e cosa no, come risolvere i problemi che fisiologicamente ti si presentano dinanzi, sei solo tu che puoi scegliere di trasformare gli imprevisti in opportunità. In un contesto simile, è frequente scoprire in se stessi delle capacità che talvolta non si sospettava di possedere.

Infine, viaggiare in solitaria ti espone a un arcobaleno di incontri meravigliosi sia con persone del luogo che esplori, magari dalla grande diversità socio-culturale, sia con altri viaggiatori che condividono la curiosità di scoprire il mondo. Mescolarsi a persone di quel genere spesso ti porta a sentirti più libero di esprimere la tua essenza, lontano dal giudizio della cerchia che frequenti regolarmente, e quindi contribuendo a farti scoprire nuovi aspetti di te stesso.

  1. Tu cosa hai scoperto nel tuo rapporto con l’altro?

Che ovunque l’obiettivo primario di uomini e donne è uno: vivere una vita felice. Che mi trovassi in Paesi occidentali od orientali; in Paesi cattolici, induisti, musulmani, ebraici, laici o altro; insomma ovunque ho trovato qualcuno disposto ad allungarmi una mano in caso di bisogno. Ho imparato a fidarmi delle persone più di quanto la società mi aveva insegnato, a riscoprire il valore di una stretta di mano. Davvero rassicurante.

Il dubbio che ne è poi derivato, al quale non sono ancora riuscito a trovare una risposta soddisfacente, è il seguente: se il 99% delle persone che ho incrociato nella mia vita desiderano perlopiù essere felici, sono solidali e hanno l’aiuto per il prossimo sempre in canna, perché esistono le guerre?

  1. Hai scritto un nuovo libro ce ne parli?

 

S’intitola “Non so se mi spiego – Da manager a Dubai a viaggiatore in Sudamerica”.

Ti spiego di cosa parla.

Ho scelto di diventare padrone del mio tempo, a 42 anni, stanco della stressante vita da manager. Vivevo a Dubai facendo quella che in Italia consideriamo “la bella vita”, ero nel pieno della carriera, con ottime prospettive professionali e un biglietto da visita in inglese e arabo a gonfiarmi l’ego. Ma anche alle prese con budget, riunioni, conti economici, teleconferenze, fogli di calcolo, scadenze, report, cantieri e clienti pressanti.

Risvegliato da un gravissimo incidente a un famigliare, mi sono preso un anno sabbatico per partire con un biglietto di sola andata. Il risultato è stato un viaggio insieme alla mia malattia – rettocolite ulcerosa – via terra, in Sudamerica, che ho interamente attraversato da sud a nord in 299 giorni, a piedi, in autostop e coi mezzi pubblici. Lo racconto con grande intimità in questo testo scritto sotto forma di un invito a cena, un mix di letteratura di viaggio e coaching, rivelando anche gli stratagemmi che hanno reso la mia scelta fattibile.

Ad avventura conclusa mi sono trovato davanti a un bivio: scegliere se tornare al sicuro mondo aziendale o generare una diversa fonte di reddito a sostegno del mio nuovo stile di vita.

  1. Questa è la tua seconda esperienza d’autore, in cosa si differenzia questo libro dal precedente?

Nel primo libro (“Permettimi d’insistere – Ho cambiato vita a 40 anni”) ho raccontato l’anno e mezzo a cavallo della decisione di lasciare la mia vita “ordinaria” italiana per trasferirmi a Dubai, da dove avevo ricevuto una proposta di lavoro. Quell’esperienza, vissuta a un’età nella quale ci si aspetta che un uomo metta su famiglia, mi ha dato una nuova consapevolezza e soprattutto la possibilità di accumulare in due anni sufficiente denaro per prendermi un sobrio anno sabbatico.

“Non so se mi spiego” è in pratica il continuo di “Permettimi d’insistere”.

Sono due libri che si reggono da sé, NON è quindi necessario aver letto il primo per capire il secondo. Sono però l’uno la conseguenza dell’altro e testimoniano l’evoluzione della mia “rivoluzione personale”.

  1. Perché secondo te i nostri lettori dovrebbero leggere il tuo libro

Nel mio percorso di cambiamento ho acquisito una visione più moderna della vita, in linea con le mie nuove, stravolte, priorità e incentrata sulla vera ricchezza del terzo millennio: il mio tempo. È stato difficile ed entusiasmante. Pura vida!

Lungo il percorso mi sono sempre sentito sulla strada giusta e ora lo voglio condividere perché, per il mio modo di essere, ciò che ho vissuto è stato strepitoso. Mi piace pensare che, farlo, possa spingere altri a mettere in discussione loro stessi e il sistema che controlla le nostre vite.

Ti invito di nuovo a cena per raccontarti anche questa storia. Come in “Permettimi d’insistere”, anche in “Non so se mi spiego” l’indice è sotto forma di menu, del quale ogni portata rappresenta una fase della mia storia.

Cosa si scopre leggendolo:

Come ho smesso di procrastinare.

Perché può essere giusto fottersene della vita da copione.

I miracoli che accadono quando decidi di stravolgere la tua vita.

Come ho trovato il coraggio di lasciare il posto fisso.

Le valutazioni finanziarie (e non) che ho fatto per prendermi un anno sabbatico.

La magia di viaggiare in solitaria.

Avventure, aneddoti, incontri e contrattempi del mio viaggio.

Quant’è meraviglioso il Sudamerica.

In che modo un viaggio sabbatico ti cambia per sempre.

Come ho gestito la paura del “dopo”.

Come sono riuscito a evitare di tornare in azienda.

 

Infine, la prefazione è opera di Claudio Pelizzeni, c’è una colonna sonora abbinata a ogni capitolo e un bonus speciale per le prime 200 copie vendute entro il 30 giugno: il video-corso “Superare le paure di prendersi un periodo sabbatico”.

 

Per saperne di più: https://andreacabassi.com/non-so-se-mi-spiego/

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