Massimo Saretta quando lo scatto è un racconto di viaggio

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In un mondo che va sempre più veloce, in un momento storico dove ogni cosa, è un contenuto, in cui si viaggia per postarlo sui social, fa bene ritornare un po’ indietro, ad un viaggio lento, autentico, in cui uno scatto a volte viene preparato per giorni. Per questo ho intervistato il fotografo Massimo Saretta in concomitanza con l’uscita del suo nuovo libro fotografico Asia.

1.  Nel suo progetto “Asia” racconta luoghi spesso lontani dai circuiti turistici: come fa a capire quando un posto è davvero “da vivere” e non solo “da fotografare”?


ll mio obiettivo è catturare luoghi che rappresentano autenticamente la cultura locale, evitando le mete
turistiche. Cerco posti da vivere, non solo da fotografare, dando priorità a quelli che raccontano storie vive e uniche. Interagisco con le comunità per comprendere le loro tradizioni e usanze, e ogni scatto è pensato per esaltare la bellezza di questi luoghi, mostrando momenti genuini e prospettive uniche. In questo modo, le mie immagini non sono solo visivamente accattivanti, ma trasmettono anche l’essenza e la vitalità di ogni posto. Il mio obiettivo è catturare luoghi che rappresentano autenticamente la cultura locale, evitando le mete turistiche.

2. Lei fotografa spesso persone, spiritualità e momenti di vita quotidiana: quanto tempo serve, secondo lei, per meritarsi davvero uno scatto autentico in viaggio?

Quando fotografo persone, momenti di vita quotidiana e aspetti legati alla spiritualità, credo che il tempo
sia un elemento fondamentale per catturare un’immagine autentica. Non si tratta solo di premere il
pulsante della macchina fotografica, ma di costruire un legame con il soggetto. Spesso, ci vogliono ore, se non giorni, per immergersi realmente in un contesto. Interagire con le persone, ascoltare le loro storie e osservare le loro routine quotidiane permette di cogliere quelle sfumature che rendono uno scatto
veramente significativo. È in questi momenti di connessione che riesco a percepire l’essenza del luogo e
delle persone che lo abitano, trasformando una semplice fotografia in una narrazione profonda e autentica.


3.  Molti dei miei lettori viaggiano da soli: pensa che il viaggio in solitaria renda un fotografo più
ricettivo, più vulnerabile o più libero nel raccontare ciò che incontra?

Viaggiare con il mio staff, insieme a guide locali culturalmente preparate, che sono dei veri e
propri mediatori culturali, mi consente di essere più ricettivo e libero nel raccontare ciò che incontro.
Questa dinamica permette una connessione più profonda con l’ambiente e le persone, come se fossi un
antropologo. Non potrei mai fare un viaggio insieme a gruppi turistici, poiché preferisco immergermi nei
momenti di vita quotidiana, cogliendo sfumature e dettagli che rendono uno scatto autentico.


4. Nelle sue immagini si percepisce molta attenzione al “diverso” e all’incontro con altre culture: qual
è il confine tra curiosità sincera e sguardo occidentale che rischia di semplificare ciò che vede?

Il confine tra curiosità sincera e uno sguardo occidentale che rischia di semplificare è sottile. Nelle mie
immagini, mi impegno a rappresentare il “diverso”, “l’altro”, in modo autentico, immergendomi nelle
culture locali e ascoltando le loro storie. Per evitare la semplificazione, è fondamentale approcciarsi con
umiltà e apertura, riconoscendo che ogni cultura ha una complessità unica. Solo così si possono cogliere le sfumature e le ricchezze che ogni esperienza porta con sé.


5. Dopo più di vent’anni trascorsi a fotografare l’Asia, c’è un insegnamento umano o interiore che
quei viaggi le hanno lasciato e che oggi sente ancora dentro di sé?


Dopo più di vent’anni trascorsi a fotografare l’Asia, ho appreso che la vera bellezza risiede nelle connessioni umane, ma anche in un profondo senso di spiritualità vissuta. I viaggi mi hanno portato a scoprire un’autenticità che si manifesta nei momenti semplici, ma anche nella bellezza dei templi e nelle tradizioni spirituali. Questa esperienza ha arricchito non solo il mio lavoro, ma anche la mia vita, permettendomi di esplorare la spiritualità in tutte le sue forme. Ogni scatto diventa un’opportunità per riflettere su me stesso e sul mondo, mantenendo viva la consapevolezza di ciò che ci unisce come esseri umani.

6.  Oggi molti viaggiatori scattano per condividere subito sui social; lei invece sembra cercare memoria, profondità e tempo di osservazione: che consiglio darebbe a chi vuole fotografare un viaggio senza consumarlo troppo in fretta?

Il consiglio per chi vuole fotografare un viaggio senza consumarlo troppo in fretta è di rallentare e
immergersi nel momento. È importante osservare e ascoltare l’ambiente, permettendo alle storie di
emergere naturalmente. Scattare foto quando si sente che il momento ha qualcosa da raccontare rende
ogni immagine un ricordo significativo. Vivere un viaggio in questo modo può trasformare la fotografia in
un’esperienza profonda e autentica.


7. Cosa troviamo nel suo ultimo lavoro “Asia”, cosa ha significato questa creazione per lei?


Il mio ultimo lavoro, “Asia”, è solo una parte di un progetto più ampio su cui sto ancora lavorando. In
questo volume ho incluso sette paesi: India, Cina, Bangladesh, Giappone, Tibet, Vietnam, Cambogia e
Thailandia. Per me, questa creazione rappresenta una grande soddisfazione e un appagamento spirituale.
Ogni immagine cattura non solo la bellezza dei luoghi, ma anche le storie e le esperienze che ho vissuto
lungo il cammino.

Se anche tu sei appassionato di fotografia di viaggio ti ricordo che puoi comprare il libro di Massimo Saretta in questo shop on line, e seguire il suo progetto fotografico nel sito ProjectAsia.

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Autore

Francesca Di Pietro

Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 75 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo. Ho pubblicato: <a href="https://amzn.to/3d08YIU" rel="”sponsored”">Il Bello di Viaggiare da Soli: guida al travel coaching per ottenere il massimo da noi stessi</a> edito Feltrinelli.