Itinerario di 3 giorni sul Matese Molisano: per chi ama camminare

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Lo so, ora sto per dire una cosa per la quale mi giudicherete! E forse fate anche bene! Ho 45 anni, ho viaggiato in 80 paesi, sono nata a Napoli e non ero mai stata sul Matese Molisano, o meglio c’ero andata negli anni 80, ma poi mai più tornata! Però a mia discolpa posso dire che ho sempre creduto fortemente che fosse bellissimo, solo non mi sono mai organizzata per farlo. Quindi se stai leggendo questo articolo e hai questo dubbio! Non fare il mio errore! Vacci quanto prima!

Il motivo principale per cui mi è piaciuto così tanto è perché è davvero selvaggio, è il luogo in Italia meno antropizzato che abbiamo! Qui letteralmente non incontri nessuno! … magari in estate qualcuno lo incontri, ma davvero pochi rispetto al resto della penisola. Io ci sono stata a fine marzo, c’era ancora la neve, ma non faceva troppo freddo, per camminare è stato perfetto. Solo il vento. Solo il rumore dei tuoi passi sulla neve. Solo tu.

Questo articolo è per chi ama camminare. Non per chi cerca la spa, non per chi vuole fare selfie in un posto “instagrammabile”, ma per chi vuole mettere le scarpe buone, respirare aria fredda e pulita, e tornare a casa con qualcosa dentro — qualcosa che è difficile da descrivere ma che riconosci benissimo. Quella sensazione di essere stati davvero in un posto, non solo passati.

Prima di tutto: dove si trova il Molise Matese?

Partiamo dalle basi, perché il Molise in generale è quella regione d’Italia di cui si sa poco — e il Matese è la parte di cui si sa ancora meno. Quindi facciamo un po’ di geografia, che non fa mai male.

Il Massiccio del Matese è un imponente sistema montuoso appenninico che si estende tra il Molise e la Campania. La parte molisana del Matese ricade principalmente nella provincia di Campobasso e in parte in quella di Isernia, e comprende un territorio di rara bellezza: boschi di faggi centenari, altipiani carsici, gole profonde, cascate, borghi medievali quasi intatti e una fauna selvatica che include il lupo, il capriolo, il gatto selvatico e, se siete fortunate, l’aquila reale.

Il massiccio raggiunge la sua vetta più alta con il Monte Miletto (2.050 m), ed è circondato da borghi che sembrano fermi nel tempo: Bojano, Campitello Matese, Guardiaregia, Campochiaro, Roccamandolfi, Frosolone. Tutti a meno di un’ora di macchina l’uno dall’altro, tutti con qualcosa di straordinario da offrire.

La cosa bella — e per me determinante — è che il Matese molisano è ancora lontano dai grandi flussi turistici. Non ci troverete code, non ci troverete calca, non ci troverete quel senso di “sono in un parco a tema” che a volte si avverte nelle mete più famose. Qui si respira ancora autenticità, quella vera, non quella confezionata per i turisti.

Dove alloggiare per visitare il Matese Molisano

Prima di entrare nel vivo dell’itinerario, parliamo di logistica — perché scegliere la base giusta cambia tutto. Avete fondamentalmente due opzioni, e dipende tutto da cosa cercate.

Campobasso, il capoluogo di regione, è la scelta più comoda e pratica se non volete rinunciare a qualche comodità in più. È una città viva, con ristoranti, bar, qualche negozio e tutta la vita quotidiana di un centro urbano di dimensioni contenute. Io ho dormito qui, e devo dire che è stato molto comodo: tutti i luoghi che vi descriverò in questo itinerario si trovano a circa mezz’ora di macchina da Campobasso, quindi potete tranquillamente usarla come base di partenza ogni mattina senza stressarvi troppo con la logistica. La mattina fate colazione con calma, caricate lo zaino in macchina e via — il Matese è lì ad aspettarvi. La sera rientrate, fate una doccia calda, mangiate qualcosa di buono e andate a letto. Funziona benissimo.

Campitello Matese, invece, è per i viaggiatori che vogliono essere davvero immersi nella natura fin dal momento in cui aprono gli occhi. È la principale stazione montana del Matese molisano, con strutture ricettive direttamente sul massiccio. La mattina aprite la finestra e avete i faggi davanti. Il silenzio è totale. L’aria è quella dell’alta quota. Se cercate un’esperienza più “selvaggia” e non vi dispiace essere lontani da tutto, Campitello è la vostra scelta.

Quando andare sul Matese

Se mi chiedete qual è il periodo migliore per questo tipo di itinerario, vi direi che dipende da cosa volete fare. Ma poiché l’articolo è per chi ama camminare, vi do qualche coordinata utile.

Primavera (da metà marzo ad aprile) è, a mio avviso, uno dei periodi più magici. I boschi si risvegliano, ma ci sono ancora chiazze di neve sulle quote più alte, i ruscelli sono gonfi per lo scioglimento, le cascate stagionali sono al loro massimo splendore. I colori sono vivissimi — quel verde tenero dei faggi che ricomincia a germogliare contro il bianco della neve che resiste è una cosa che non ha prezzo. E poi c’è pochissima gente. Pochissima davvero.

Io sono andata a marzo — e sì, c’era ancora la neve. Ma non era neve abbondante: i sentieri erano percorribili, il paesaggio era imbiancato quel tanto che basta per essere incredibilmente suggestivo, e la temperatura — sì, faceva fresco — era perfetta per camminare senza sudare come in agosto. Se avete un abbigliamento a strati decente, marzo è meraviglioso. Davvero.

Estate (giugno-agosto) è ottima per l’escursionismo puro: le temperature sono più miti rispetto alle coste e alle città, i sentieri sono tutti percorribili, la fauna è attiva. Ovviamente potrete trovare più persone, specialmente nei weekend e nelle settimane centrali d’agosto, ma ci sono anche più iniziative, eventi, tante sagre, concerti popolari, è certamente un periodo piacevole.

Autunno (settembre-ottobre) è semplicemente stupendo, con il foliage delle faggete che diventa uno spettacolo di rossi, arancioni e gialli.

Inverno è per le sciatrici o per le amanti delle ciaspolate: Campitello Matese ha impianti sciistici (piccoli) e vari percorsi innevati.

La mia raccomandazione? Se siete liberi di scegliere il mese, provate marzo o il secondo weekend di aprile. È la finestra magica.

Che tipologia di trekking ci sono?

La cosa bella di questa zona è che c’è molta varietà di percorsi, quelli che ho fatto io erano tutti molto facili, proprio di un livello diciamo principianti, ma ci sono tantissimi sentieri, sia nelle forre che nelle vette, di crescente difficoltà. Ovviamente se scegliete di dilettarvi in questi ultimi fatevi accompagnare da una guida certificata.

Itinerario di 3 giorni sul Molise Matese se ami camminare:

🥾 Primo Giorno

La mattina: escursione nel cuore selvaggio del Matese

Prima tappa Roccamandolfi, oltre ad essere un paesino molto particolare, tutto arroccato sulla montanga come un presepe, io vi consiglio di fare una tappa al bar del paese. È davvero un microcosmo parallelo, è come fare un tuffo nel tempo, chiacchierare con le persone è davvero piacevole, sono tutti molto orgogliosi di parlarvi del loro paese e soprattutto della loro Montagna!

Il primo giorno lo dedicate al lato più selvatico del Matese molisano, con un’escursione in 4×4! Io mi sono affidata a persone espertissime che conoscono davvero ogni sentiero del matese, ovviamente molto prudenti, quindi state tranquilli non sarà pericoloso. Se volete effetturare nella pratica qualsiasi attività che ho fatto io contattate sui social i ragazzi di Una Terra Chiamata Molise e loro vi aiuteranno (FB e IG). È un territorio che sembra pensato apposta per chi ama sentirsi piccolo di fronte alla natura, ti ridimensiona e ti fa respirare più profondamente.

Il percorso mattutino vi porterà attraverso boschi fitti, radure aperte, rocce calcaree scolpite dall’acqua e dal vento, ruscelli che scorrono veloci e quei laghetti temporanei che si formano nelle conche naturali grazie all’acqua di fusione — uno spettacolo che esiste solo in certi momenti dell’anno, uno di quei regali che la stagione fa a chi si trova nel posto giusto al momento giusto.

Il posto che mi ha emozionato di più è certamente Valle Piana, anche se i ragazzi delle jeep la chiamavano la valle incantata e avevano ragione. È una radura dove scorre l’acqua che sgorga dalla roccia facendo piccole e grandi pozze, ci sono animali che si abbeverano e poi salendo a piedi un colle si arriva ad una spianata dove si guarda il Lago di Gallo.

Lungo questo percorso non ci sono rifugi, è davvero natura selvaggia, se fate quest’escursione d’estate io vi suggerisco un pranzo al sacco e scegliere di percorrere tutta la giornata la montagna con il 4×4 perché i paesaggi sono incredibili, altrimenti fate come me e scendete a valle verso le 14:30.

Quello che più mi ha colpita di questa parte del Matese è il senso di rispetto silenzioso che ti impone. Non è un paesaggio che urla la sua bellezza — è un paesaggio che la sussurra, e per sentirla devi stare zitta e stare ferma ogni tanto. Questi erano, tra l’altro, i territori in cui si rifugiavano i briganti nel XIX secolo — e camminando tra le rocce e i boschi capisci perfettamente perché. Luoghi che nascondono, che proteggono, che appartengono a chi li conosce davvero.

Ore 14:30 — Pranzo al Rifugio dei Briganti, Campitello di Roccamandolfi

Dopo la mattinata sali e scendi, è il momento di mettere qualcosa di caldo nello stomaco. E non di qualsiasi cosa: pranzerete al “Rifugio dei Briganti”, situato a Campitello di Roccamandolfi, uno degli altipiani più vasti e affascinanti di tutto il Molise.

Già il nome la dice lunga. Questo rifugio si trova in un pianoro aperto, con la vista sui rilievi del Matese tutt’intorno, e la cucina è quella tipica molisana — quella che non ha bisogno di fronzoli per essere buona. Pasta fatta in casa, formaggi locali, salumi di produzione artigianale, carni che sanno di carni vere. Il cibo e ottimo, grande qualità e grande scelta, è un rifugio a gestione familiare e sono tutti gentilissimi e super disponibili.

Il pomeriggio: Ponte Tibetano, Castello Maginulfo e Cascata Rio

Dopo il pranzo, senza fretta, scendete verso il borgo di Roccamandolfi. Il pomeriggio è dedicato a tre soste che valgono da sole il viaggio.

Il Ponte Tibetano. Sì, avete capito bene. In pieno Molise, c’è un ponte tibetano — uno di quei ponti sospesi che fanno venire le gambe molli a chi soffre di vertigini. Se siete amanti dell’adrenalina moderata, questa è la vostra fermata. Se invece le altezze non sono la vostra cosa, ammiratelo da sotto — è bello comunque. Per completezza dell’informazione: la passerella sulla quale camminerete è molto ampia, più di un metro, quindi non avrete la sensazione di odeggiare come un caciocavallo!

Il Castello Maginulfo. Poco distante, i ruderi di questo castello medievale si stagliano in modo imponente sul paesaggio. La sua storia è quella di molti castelli normanni del Mezzogiorno: fondato intorno all’XI-XII secolo, passato attraverso secoli di guerre, assedi e abbandoni, oggi è un fantasma magnifico che si lascia fotografare da ogni angolazione.

La Cascata Rio. Infine, la ciliegina sulla torta: una cascata stagionale che esiste solo grazie allo scioglimento delle nevi. È un salto d’acqua irruento, impetuoso, che precipita in mezzo a un contesto naturalistico di boschi e radure. In marzo, con la neve ancora presente sulle quote alte, è al massimo della sua potenza. E il fatto che esista solo in certi periodi la rende ancora più speciale — uno di quegli spettacoli che non puoi prenotare su Airbnb. L’acqua sgorga dalla roccia, non da un fiume, quindi è molto particolare, hanno messo delle bellissime chaise longue di legno proprio davanti al belvedere e direi che sono uno spot pazzesco per riposarsi. In un mondo perfetto io sono lì tutta la giornata con il computer a lavorare e mangiando scamorza e salame!

🥾 Secondo Giorno

La mattina: l’Eremo di Sant’Egidio nella faggeta millenaria

Destinazione Eremo di Sant’Eidio. Il percorso è di circa 7 km tra andata e ritorno, quasi interamente immerso in una faggeta antica nel settore orientale del massiccio matesino. “Antica” qui significa davvero antica: faggi centenari, tantissime orme d’animali, una luce che filtra tra i rami in modo sempre diverso a seconda dell’ora e della stagione. Camminare qui a inizio primavera, con la neve ancora presente al suolo e i rami spogli che si stagliano contro un cielo grigio-argento, è un’esperienza di una bellezza quasi austera. Abbiamo seguito per tutta la mattina le orme di lupo grandissimo, forse maschio, erano fresche, ci sarà passato la notte precedente, purtroppo il lupo non l’abbiamo avvistato, ma abbiamo trovato dei resti di volpe e visto dei caprioli da lontano che saltellavano felici. Secondo me questi boschi sono il paradiso degli amanti degli animali, con binocolo e silenzio si possono incontrare specie molto interessanti.

E nel mezzo di questa faggeta, al termine del sentiero, arriva lui: l’Eremo di Sant’Egidio.

La sua fondazione è avvolta in un po’ di mistero storico, come si addice a un luogo così remoto e silenzioso. Le fonti storiche collocano la sua origine tra il IX e il X secolo, ma sull’identità dei fondatori le versioni divergono: chi sostiene che fossero i cavalieri templari, chi i monaci cistercensi. Probabilmente la verità è più sfumata, come accade spesso per questi luoghi di confine tra la storia ecclesiastica e quella militare medievale.

Quello che è certo è che l’eremo fu per secoli un punto di riferimento per i viandanti che attraversavano il Matese da un versante all’altro. Un documento del 1714 attesta la presenza di eremiti che vi abitavano. Oggi è un edificio sobriamente conservato, in un contesto di bellezza assoluta, raggiungibile solo a piedi. E questo, nel 2026, è già di per sé una rarità. Al momento è chiuso, ma alle sue spalle c’è un rifugio montano grande e ben attrezzato aperto per chiunque ne abbia bisogno. Mi hanno raccontato che il 1 settembre, giorno del patrono qui di organizzano delle vere e proprie feste, dopo la processione ovviamente!

Ore 13:00 — Pranzo all’Oasi Le Pianelle

Rientrati dal sentiero, il pranzo è al ristorante “L’Oasi Le Pianelle”. La struttura è gestita dalla famiglia che la possiede, e i piatti sono preparati con ingredienti genuini a chilometro zero, curati, quelli che ho mangiato io erano con erbe colte direttamente dal proprietario nel bosco. Non è la cucina dello chef stellato che interpreta il territorio — è la cucina del territorio, punto.

Il pomeriggio: Guardiaregia e la Cascata di San Nicola

Il pomeriggio è dedicato a Guardiaregia, uno dei borghi più belli e meno conosciuti del Molise. Il nome stesso — “Guardia Regia” — evoca la sua funzione storica di avamposto di sorveglianza. Oggi è un piccolo borgo di montagna che sembra uscito da un altro tempo, con le case addossate le une alle altre e i vicoli stretti che corrono lungo il pendio.

Fate una passeggiata nel centro storico senza fretta, poi prendete il sentiero che porta verso il belvedere della Cascata di San Nicola. Da qui si vede sia il Canyon del Quirino che la cascata stessa, alta in tutto circa cento metri. Un posto di quelli che ti fanno stare in silenzio e guardare.

Visita all’Oasi WWF Guardiaregia-Campochiaro

Purtroppo io ci sono arrivata nel pomeriggio tardi, quindi ho potuto esplorarla davvero poco, vi suggerisco di avere almeno due ore a disposizione o di dedicarci proprio una giornata intera.

L’Oasi WWF Guardiaregia-Campochiaro è una delle oasi protette più grandi e selvagge gestite dal WWF in tutta Italia: si estende su ben 3.135 ettari tra boschi, canaloni e aree carsiche sui monti, ed è riconosciuta come Riserva Regionale. Istituita nel 1996, comprende tre ambienti naturali distinti:

Le Gole del Torrente Quirino (dette anche di Arcichiaro): un canyon tra i più suggestivi di tutto l’Appennino, con una lunghezza di circa 4 km. Una spaccatura nella roccia calcarea che l’acqua ha scavato nei millenni.

L’area carsica di Campochiaro, dove si aprono due delle grotte più profonde d’Europa: il Pozzo della Neve (lungo 7 km e profondo 1.048 m) e il Cul di Bove (lungo 3 km e profondo 913 m). Numeri che fanno girare la testa.

I canaloni del Monte Mutria (1.823 m), con le sue faggete e i suoi panorami mozzafiato.

Dal punto di vista della biodiversità, l’oasi è un piccolo tesoro. Ci sono il lupo, il gatto selvatico, il tasso, lo scoiattolo rosso, il cinghiale, il capriolo. Tra i rapaci: l’aquila reale, il rarissimo lanario, il falco pecchiaiolo, il nibbio reale.

Il vero simbolo dell’oasi è però un animale che probabilmente non conoscete: la Salamandrina dagli occhiali, un anfibio endemico che vive solo in una determinata area degli Appennini. Un piccolo miracolo evolutivo che esiste solo qui, in questi boschi umidi e freschi. Io mi sono recata anche al torrente dove solitamente si riproducono, ma evidentemente faceva ancora troppo freddo e non ne ho incontrata neanche una. E poi ci sono le farfalle: nell’area protetta sono state censite circa 340 specie tra notturne e diurne.

🥾 Terzo Giorno

Frosolone, il borgo delle lame e dei formaggi

Il terzo giorno comincia con una passeggiata nel centro storico di Frosolone, uno dei Borghi più Belli d’Italia nella provincia di Isernia. Un borgo con non uno, ma due motivi di eccellenza che lo rendono unico nel panorama molisano.

Il primo è la tradizione casearia: i formaggi di Frosolone e dei suoi dintorni sono prodotti con latte locale, in modi che si tramandano da secoli. Se vi capita di trovare un produttore locale o un mercato, non lasciatevi sfuggire l’occasione di fare una piccola scorta.

Il secondo — e questo è quello per cui Frosolone è conosciuta in tutta Italia — è la tradizione secolare della forgiatura di lame e coltelli. Qui si producono coltelli artigianali da generazioni: lame di qualità eccellente, rifinite a mano, che i collezionisti di tutta Italia cercano e apprezzano. Il paese ospita il Museo dei Ferri Taglienti, dove è possibile ammirare una collezione di lame che racconta secoli di sapere artigianale. Le botteghe artigiane sono ancora attive, e vedere un artigiano all’opera è uno di quegli spettacoli silenziosi e profondi che si incastonano nella memoria. Se vi fermate qualche ora a Frosolone non perdete il Museo del Costume e del Corredo Antico, c’è un modo dietro gli abiti tradizionali molisani, ogni vestito indicava da quale paese veniva la donna, se era nubile, vedova o sposata, il suo ceto sociale. Sono usi che spesso ci affascinano quando visitiamo paesi molto lontani, mi vengono in mente i miei viaggi in Perù o Guatemala e poi li ignoriamo quando esistono a pochi chilometri da casa. Il comune di Frosolone sta vivendo un periodo di forte rinascita grazie ai giovani impegnati sul territorio, molti dei quali hanno creato l’associazione Vivi Frosolone, che non solo promuove il territorio ma sta creando un sacco di opportunità concrete per ridurre il grande fenomeno della migrazione che colpisce queste terre. L’associazione Vivi Frosolone è il cuore pulsante della promozione turistica e culturale del borgo. Con sede in Piazza Municipio, svolge un lavoro fondamentale per la valorizzazione di Frosolone come destinazione — sia per l’arrampicata che per il trekking, l’escursionismo, la cultura e le tradizioni locali.

Sentiero della Morgia Quadra e la Montagnola Molisana

Si sale sulla Montagnola Molisana per uno di quei percorsi che sembrano brevi ma lasciano un segno lungo. Il Sentiero Frassati — dedicato al Beato Pier Giorgio Frassati, appassionato di montagna — si snoda per circa 3 km tra andata e ritorno (circa 1 ora e mezza complessiva) attraverso un bosco di faggi che in certi punti sembra un tunnel verde, e affianca pareti rocciose di calcare grigio che conservano la memoria più antica di questo territorio.

È un percorso adatto a tutti, anche a chi non è un’escursionista esperta: il dislivello è contenuto, il sentiero è ben segnato, e la lunghezza è gestibile anche se non siete allenate. Ma non fatevi ingannare dalla semplicità logistica: quello che vi aspetta è esteticamente straordinario.

Mentre camminate sulla Montagnola Molisana, avete modo di vedere quello che è probabilmente il sito di arrampicata più famoso del Molise — e uno dei più importanti del Centro-Sud Italia: la Morgia Quadra.

Il paradiso degli scalatori

In località Colle dell’Orso, la falesia molisana si erge in modo imponente. “Morgia”, in dialetto molisano e sannita, indica un affioramento roccioso, uno sperone di roccia che emerge dal terreno. La Morgia Quadra è un complesso di monoliti di calcare grigio che di tanto in tanto regala pareti appoggiate o settori abbondanti di appigli.

È la falesia più conosciuta, rinomata e apprezzata della regione e del Centro-Sud. I primi arrampicatori romani arrivarono qui già dagli anni ’80, attratti dalla bellezza e dall’imponenza dei blocchi calcarei. La falesia conta circa 400 vie di tutte le difficoltà, di cui una settantina tra ottavi gradi e progetti. La sua ubicazione a oltre 1.200 m di quota e la forte esposizione al vento rendono la stagione primaverile-estiva il periodo migliore per la scalata.

La vista di queste pareti rocciose che si stagliano sul paesaggio molisano è comunque notevole. L’avvicinamento alla falesia richiede solo circa 15 minuti dal parcheggio, percorrendo un comodo sentiero.

Per la mia ultima giornata in Molise volevo ringraziare il Comitato Pro-Gonfalone, che ci ha accolto come membri della loro comunità e ci ha preparato un pranzo indimenticabile nella loro baita a valle del monte. Queste sono le esperienze che possono capitare quando entri in contatto con realtà così appassionate al territorio.

Curiosità: gli zampognari molisani

Sarebbe un errore visitare il Molise Matese senza fermarsi un momento a capire qualcosa di una delle tradizioni più radicate e identitarie di questo territorio: quella degli zampognari.

Mentierei se vi dicessi che avevo le giuste informazioni su questo fenomeno popolare. Per me gli zampognari erano solamente legati al Natale, invece in questi pochi giorni in Molise ho scoperto un sacco di cose interessanti, per questo ho deciso di condividerle con voi.

La zampogna è uno strumento musicale a fiato della famiglia degli aerofoni — un otre di pelle (tradizionalmente di capra o di pecora) con inserite alcune canne di legno che producono suoni mediante ance semplici o doppie.

Ma in Molise la storia è ancora più antica di quanto si immagini. La storia di questo antichissimo strumento risale all’epoca dei Sanniti, il popolo italico stanziato nell’area centro-meridionale della Penisola nel primo millennio a.C. Pensate a questo mentre camminate tra le rocce del Matese: i progenitori degli zampognari che ancora oggi suonano in questi borghi erano qui millenni fa. Simbolo della cultura agro-pastorale, la zampogna fu utilizzata anche durante le campagne militari degli antichi Romani, per la capacità del suo potente suono di spaventare i cavalli delle milizie avversarie.

La zampogna molisana ha caratteristiche proprie che la distinguono dalle cornamuse del Nord Italia. Le zampogne molisane hanno ance doppie, realizzate in canna, e si suona quasi sempre in coppia con la ciaramella (o pipita), uno strumento a fiato complementare. In Molise la zampogna è addirittura lo strumento regionale, protagonista di numerose tradizioni ed eventi paesani.

Il legame con la transumanza e l’identità molisana

Per capire davvero cosa rappresenta la zampogna per il Molise, bisogna capire cosa rappresenta la transumanza. Per secoli, i pastori molisani percorrevano i tratturi — quelle antiche vie erbose che attraversano l’Appennino — conducendo le greggi dai pascoli estivi montani a quelli invernali. I pastori portavano con loro questi strumenti e li suonavano durante le soste, allietando il cammino con le vibrazioni della musica.

Gli zampognari sono sempre stati dei “mercanti di suoni”, musicisti molisani girovaghi con comprovata presenza in ogni regione d’Europa. La presenza di questi strumenti è viva nei racconti dei contadini dei dintorni di Parigi, Madrid e Berlino. La zampogna fa parte della vita dei molisani non solo nelle feste natalizie: si ritrova nella narrativa tradizionale, nei testi di canti popolari, nei proverbi, nelle tradizioni religiose, nelle poesie dialettali.

Quando si suona oggi

Comunemente gli zampognari percorrono le vie cittadine durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione e del Natale, in abiti tipici, suonando motivi natalizi tradizionali. Il brano per eccellenza è la Novena, detta anche Pastorella, suonata per nove giorni consecutivi in giro per le famiglie.

Ma ridurre la zampogna molisana al Natale sarebbe un errore grossolano. Il principale appuntamento è il Festival Internazionale della Zampogna di Scapoli (IS), che si tiene dal 1976 ogni ultimo fine settimana di luglio. Scapoli è considerata la capitale mondiale della zampogna, e ospita il Museo Internazionale della Zampogna, dove si possono ammirare strumenti provenienti da tutto il mondo. Se capitate in zona nel periodo giusto, non perdetelo.

Sentire una zampogna suonata dal vivo, in uno di questi borghi molisani, è un’esperienza che non si dimentica. C’è qualcosa in quel suono — antico, potente, un po’ ruvido — che risuona in qualche punto profondo della memoria collettiva. Come se lo aveste già sentito, anche se non è possibile.

Io sono sicura che tornerò in Molise, magari in un’altra stagione per vederne le differenze, voi invece ditemi se vi ho incuriosito e se c’andrete.

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Autore

Francesca Di Pietro

Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 75 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo. Ho pubblicato: <a href="https://amzn.to/3d08YIU" rel="”sponsored”">Il Bello di Viaggiare da Soli: guida al travel coaching per ottenere il massimo da noi stessi</a> edito Feltrinelli.