Feste popolari in Abruzzo da non perdere: pagane e religiose

Gran parte delle feste popolari abruzzesi sono legate ai riti del mondo contadino e pagano, anche se successivamente sono state inglobate nel calendario cattolico, quindi collegate a ricorrenze e figure religiose. È dai tempi lontani che giungono le tradizioni, le credenze, i miti e le leggende in cui è racchiusa la storia di questi luoghi, custoditi dagli dèi e abitati da mazzamurielli, streghe e creature curiose e bizzarre ancora oggi rispettate. Terre conquistate e terre salvate, ogni paese ha la sua storia a cui rende omaggio con feste medievali, rievocazioni storiche, ricorrenze religiose e riti ancestrali del mondo contadino. Ogni celebrazione è un’esplosione di colori, ritmi e sapori, e tutte ravvivano le strade sia d’estate che d’inverno. Tra le più folcloristiche ci sono certamente le Glorie di San Martino, la Festa delle Farchie, la Madonna che Scappa e la Festa dei Serpari; e poi ci sono anche la Giostra Cavalleresca, la Festa delle Streghe e la Dea di Carta, giusto per annoverarne qualcuna. Ogni mese dell’anno ce n’è per tutti, forse è per questo che l’atmosfera che si respira arrivando in Abruzzo ricorda quella di tempi antichi e sembra quasi di fare un tuffo nel passato come se improvvisamente ci si trovasse a Frittole come nel film Non ci resta che piangere. Di certo è facile ritrovarsi circondati da personaggi in abiti d’epoca (qualsiasi epoca), sbandieratori, cavalieri medievali e villani che si contendono uno o l’altro premio; ma niente paura, in Abruzzo tutto questo fa ancora parte dell’attualità!

Le più belle feste popolari in Abruzzo:

  1. LE GLORIE DI SAN MARTINO

Località: Scanno. Periodo: 10-11-12 novembre

In Abruzzo è usanza festeggiare San Martino con il vino novello accompagnato dalle castagne, forse perché queste assorbono bene l’alcol del vino! Ad ogni modo, questa tradizione probabilmente si collega alla storia del Santo che lo ritrae in vita come un ubriacone. Dice la leggenda che una sera, tornando a casa ubriaco, per non disturbare la moglie in gravidanza, Martino decise di restare a dormire in cantina, dietro la botte di vino. Al giorno seguente fu ritrovato senza vita, ma dalla sua bocca usciva una vite la cui uva finiva direttamente nella botte sotto forma di vino, mantenendola costantemente piena.

Che sia questa l’origine della festa scannese o altri riti più antichi legati alla fertilità della terra, resta il fatto che a Scanno la cerimonia coinvolge gli abitanti già da una settimana prima della notte di San Martino. I giovani, infatti, hanno il compito di andare nei boschi a raccogliere la legna per creare le cataste, o meglio “le glorie” che, la sera dei festeggiamenti, illumineranno i tre colli che circondano Scanno. Quella stessa sera si elegge la “gloria” più bella e, quando il falò è quasi spento, i giovani recuperano il “palancone”, ossia il tizzone centrale del falò, per consegnarlo in paese alla sposa più fresca, augurando così fertilità alla giovane coppia.

  1. LA FESTA DELLE FARCHIE

Località: Fara Filiorum Petri Periodo: 16 gennaio

Restiamo sempre in tema di fuochi, ma passiamo a un altro dei santi più celebrati in Abruzzo. Anche in questo caso è molto probabile che la tradizione dei fuochi di Sant’Antonio risalga a credenze e riti pagani, legati alla ciclicità della terra e delle stagioni, al culto del fuoco sacro e al rito di purificazione e rinascita. Intorno alla metà di gennaio, infatti, è facile vedere fuochi sparsi per le coltivazioni di tutta la regione.

La vicenda che si rievoca durante la notte di Sant’Antonio a Fara, invece, risale al 1799 quando, la notte del 16 gennaio, Fara stava per essere assediata dai francesi. Quella notte, infatti, pare che il Santo giunse in soccorso dei farensi incendiando con un fulmine gli alberi che circondavano le mura della città. Le piante così infuocate, parvero ai francesi come enormi guerrieri, mettendoli in fuga.

Anche in questo caso, come per le “glorie di San Martino”, i preparativi iniziano una settimana prima. Vengono raccolti i fuscelli di canne che compongono le “farchie” (dall’arabo afaca, ossia “torcia”), vale a dire le colonne di canna larghe un metro e alte oltre 10 metri. Una volta pronte, le “farchie” vengono trasportate e issate nella piazza adiacente la chiesa del Santo. All’imbrunire, poi, vengono incendiate e allora Sant’Antonio esce dalla sua chiesa e si aggira tra di esse fino a proclamare la più bella. Al termine, le ceneri vengono raccolte e utilizzate per concimare i campi.

Una festa simile si svolge ad Atri la sera dell’Immacolata, quando anticamente si celebrava il solstizio d’inverno. È la Festa dei Faugni, durante la quale si incendiano i grandi fasci di canna secca, sparsi nelle piazze della città. In questo caso al posto di Sant’Antonio si celebra Santa Maria Immacolata, ma il rito ancestrale è molto simile a quello di Fara.

  1. LA MADONNA CHE SCAPPA

Località: Sulmona. Periodo: domenica di Pasqua

Sempre a Santa Maria è dedicata un’altra celebrazione di grande risonanza, che si svolge a Sulmona. Dopo la Messa di Pasqua, si rievoca l’annunciazione della Resurrezione di Cristo. I due apostoli, San Pietro e San Giovanni (le statue portate dai fedeli) si recano alla porta della chiesa della Vergine Maria e bussano tre volte. Alla terza volta la porta si apre, lasciando scorgere la figura (la statua) della Madre di Gesù che indossa ancora il mantello nero in segno di lutto. Gli apostoli annunciano il miracolo e Lei, incredula e sofferente, si incammina ciondolante verso il centro della piazza. Improvvisamente la Vergine riconosce il Figlio che l’attende dall’altra parte, allora con uno slancio corre verso di Lui facendo cadere il mantello nero e scoprendo l’abito verde della Resurrezione. Lo spettacolo è coinvolgente ed emozionante anche grazie all’effetto verosimilmente umano delle statue trasportate dai fedeli.

A Introdacqua la chiamano “la Madonna che véle” (la Madonna che vola) ma la celebrazione è molto simile a quella di Sulmona e si ripete ogni anno già dalla metà dell’800.

  1. FESTA DEI SERPARI

Località: Cocullo. Periodo: 1 maggio

A San Domenico, invece, è dedicata la festa forse più ancestrale tra quelle qui citate, che vede protagonisti i serpari e i serpenti. Leggenda vuole che San Domenico prima di lasciare Cocullo, donò al paese un suo dente molare e un ferro della sua mula, a protezione della gente dalle bestie velenose e rabbiose che popolano il territorio marsicano sin dai tempi antichi.

A ben vedere, però, pare che la tradizione marsicana abbia radici ancora più lontane. I Marsi erano conosciuti già da tempi antichi come abili incantatori di serpenti e maghi in grado di curare i morsi velenosi. Secondo alcune fonti pare che fu la dea Angizia, divinità adorata dai Marsi, a insegnare loro l’arte di incantare i serpenti e il potere magico di guarire dai morsi velenosi. Un’altra versione, invece, propone Marso, figlio di Circe, come “fondatore” dei Marsi a cui donò, oltre al nome, anche l’arte di incantare e uccidere le serpi, e il potere di curare le morsicature con la propria saliva. Solo una versione più recente riconosce in San Domenico il protettore e guaritore dai morsi velenosi e delle bestie rabbiose.

Qualsiasi sia l’origine, sappiamo che ancora oggi possiamo incontrare i ciarmatari, ossia coloro che possono immunizzare le persone dal veleno delle serpi. Al termine del rito la persona ciarmata sarà immune al veleno; questa, però, non dovrà mai uccidere un serpente altrimenti perderebbe il privilegio. Durante la festa di San Domenico la statua percorre il paese adornata di serpenti veri e accompagnata dai serpari, anch’essi con i serpenti sul proprio corpo; intanto, nel campanile, è possibile compiere il rito della cordicella della campana, tirandola con i denti per tre volte.

  1. LA GIOSTRA CAVALLERESCA

Sulmona. Ultimo fine settimana di luglio.

La Giostra Cavalleresca di Sulmona fu al tempo una delle più importanti d’Italia. In origine questa rievocazione storica aveva anche carattere religioso, poiché si celebrava in onore dell’Assunzione della Vergine. Nel 1643 si interruppe per mancanza di cavalieri e solo nel 1995 tornò in auge.

La Giostra prevede 2 giorni di sfide tra Sestieri e Borghi. Ogni cavaliere dovrà percorrere il campo di gara (allestito nella piazza principale della città) tracciando prima un ovale intero poi un “8”, nel tempo massimo di 30 secondi. Durante il percorso il cavaliere dovrà infilzare con la propria lancia gli anelli posizionati sulle sagome-bersaglio, 3 anelli al massimo per ogni cavaliere, e vincerà chi ha gli anelli più piccoli e ha raggiunto il traguardo nel minor tempo.

6. LA FESTA DELLE STREGHE

Castel del Monte. Notte tra il 17 e il 18 agosto.

Dicono che in tempi antichi, quando le streghe erano più considerate dei medici, a loro si ricorresse per guarire i malati. Ebbene, quando un bimbo del villaggio si ammalava, si svolgeva il “rito de re sette sporte” percorrendo di notte i 7 cantoni del borgo in totale silenzio, con il bimbo tra le braccia della strega per assicurare la guarigione del piccolo. Questa ed altre usanze furono raccolte in una serie di poesie da Francesco Giuliani (scomparso nel 1975). Grazie alla sua preziosa testimonianza storica, dal 1996 a Castel del Monte si è tornati a far vivere le antiche tradizioni sotto forma di spettacolo itinerante, che si sviluppa lungo i vicoli del borgo medievale e ad ogni cantone si può incontrare una strega che inscena racconti ed esorcismi.

7. LA DEA DI CARTA o PALIO DELLE PUPE

Cappelle sul Tavo. 15 agosto.

Il giorno più caldo dell’anno è sempre stato festeggiato pressoché ovunque. Questa ricorrenza è legata al ciclo della terra e dei raccolti, anche se successivamente è stata inserita nel calendario cattolico, facendo coincidere con questa data l’Assunzione di Santa Maria. A Lei è dedicata ufficialmente la festa della Dea di Carta, durante la quale fantocci di cartapesta a forma di pupe seducenti danzano tra i fuochi d’artificio. La tradizione delle “pupe” è molto radicata in Abruzzo, esistono veri e propri mastri artigiani incaricati di realizzare questi caratteristici fantocci, pirotecnici e non. A conferma di ciò, esiste un’altra festa molto simile alla Dea di Carta, sempre nel giorno di Ferragosto: è il Ballo della Pupa di Villa Badessa, a Rosciano.

 

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