Il social backpacking è comodo ma dipende dalla pigrizia
Ho appena letto un articolo in cui veniva intervistato uno del board di un grande tour operator “giovane”, diciamo un colosso dei viaggi di gruppo per la Gen Z e Millennials che dipingeva questa crescente voglia di fare viaggi di gruppo con un aspetto molto romantico, battezzandolo: Social Backpacking!
Lui diceva che mentre negli anni 80 e 90 le persone viaggiavano da sole, cercando amicizie sulla strada ed essendo aperte all’incontro e “cercavano se stessi”, mentre oggi le persone sono spinte da problemi relazionali e sono spinte da un “isolamento sociale quotidiano” che le porta a preferire il viaggio di gruppo perché le aiuta in partenza, insomma si portano il panino da casa, direi io.
Mi sembra una visione molto romantica e semplicistica, secondo me il motivo non è questo. Il motivo è ben diverso ed è la pigrizia che sta contagiando tutte le attività ludiche.
La facilità di ottenere tutto e subito, la facilità di avere risposte veloci, programmazioni veloci, contesti sempre efficienti. Ci stressiamo quando l’AI ci risponde con più di 15 secondi di ritardo, immagina quanto possa essere stressante per alcune persone, andare in un luogo e non capire cosa farà il giorno dopo prima di esserci realmente arrivato. Le persone hanno abbandonato il modo di apprendimento più ancestrale, ossia: prova ed errori, perché questo comporta un aumento della frustrazione che la generazione contemporanea sa gestire con difficoltà.
Il viaggio presuppone una messa in discussione di ogni nostro contesto o aspetto personale, aspetto organizzativo, delle credenze che abbiamo su di noi, nel bene e nel male; a volte noi ci autovalutiamo migliori di quanto siamo in realtà.
Tanta gente è convinta di essere un bravo organizzatore e un grande esploratore, molto bravo a leggere le cartine ed invece è totalmente negato se non ha qualcuno che ha già fatto tutto, se non si affida a un tour operator o se non ha già programmato ogni tappa in hotel da quattro stelle in su. La generazione di oggi non viaggia in gruppo perché ha questo ingente bisogno di avere amicizie tra l’altro non scelte da loro, prima di partire; ma perché non vuole perdere tempo forse non ce l’ha, è possibile, nell’organizzare nel correre i rischi, nell’esporsi in viaggio da soli.
Senza un tour operator che organizzi tutto si fanno tantissime amicizie, si fanno incontri molto molto importanti e con questo non significa che sono persone che rivedrai l’estate dopo o a fare l’aperitivo, ma sono persone che lasciano un segno, quasi sempre proprio perché sono diverse da te, e di un altro paese o contesto. Un segno può essere lasciato anche da qualcuno che incontri per 24 ore, perché ti dà una visione diversa, una visione nuova, magari di una situazione di un viaggio di un paese di un punto di vista comune. Le persone che si affidano a tour operator che fanno viaggi di gruppo hanno bisogno della pappa pronta, hanno bisogno di qualcuno che pensa a tutto nei minimi dettagli, anche alla cassa comune, anche a dove devi mangiare, anche a che ora devi fare colazione; ma è importante che lo faccia con un alone d’avventura, in modo tale che la tua immagine da viaggiatore esperto sia intatta, anzi vendibile al tuo ritorno.
Eppure non hai fatto assolutamente nulla da viaggiatore e ti sei ritrovato a condividere spazi e tempo con 20 persone a caso che molto probabilmente hanno i tuoi bisogni, intesi come mancanze, ma che non hai scelto tu, sulla base delle affinità non le hai scelte tu sulla base degli interessi.
Quando viaggi in modo indipendente, molto spesso incontri delle persone che fanno il tuo stesso cammino/itinerario e magari scegli di farlo con loro per qualche tempo e inevitabilmente sono persone che hanno interessi comuni ai tuoi, nel senso che scegliere una tappa rispetto ad un’altra dice molto di chi sei; e non li ha scelti qualcun altro sulla base di quanto erano disposti a pagare in una determinata settimana dell’anno.
In molti casi, partire con un viaggio di gruppo ti può andare bene, in moltissimi casi ti va male, ma non lo dirai a nessuno perché senno sembri uno sfigato che sei andato in un viaggio organizzato e non ti è piaciuto il gruppo!
Perché si sa fondamentalmente si va in questi viaggi per avere avventure sessuali, che spoiler le hai anche se non parti con un tour operator e per fare amicizie nuove, perché le persone ormai non sono più aperte all’incontro, non sono più aperte alla conoscenza nel loro contesto quotidiano.
Quindi riproponiamo esattamente lo stesso copione che abbiamo a casa, ma nel viaggio; cioè non siamo disposti a provare e forse a sbagliare, non siamo disposti a provare a conoscere qualcuno e prevedere che possa esserci anche un rifiuto o un mancato interesse da parte di qualcun altro, ma reputiamo molto più facile avere la pappa pronta anche in questo contesto in cui il viaggio ce lo organizza qualcun altro; in cui le persone non possono dire di non essere interessati a noi, perché non hanno altre persone con le quali interagire e non hanno la possibilità di incontrarle fuori dal gruppo, visto i ritimi serrati e i pochi giorni a disposizione.
Cosa ben diversa e quando viaggi da solo, quando non sei un social backpacker, ma un backpacker vero (che poi solitamente backpacking è una parola associata più all’aspetto economico del viaggio che sociale) le persone possono decidere il giorno dopo, l’ora dopo, due ore dopo di continuare per i fatti loro possono dirti che no, non sono interessati a fare quelle escursioni con te o magari un giorno non vogliono andare a cena fuori preferiscono cucinarsi qualcosa in ostello e questo ti aiuta. Ti aiuta nella vita a formarti a capire magari perché determinate persone ti leggono in un modo o in un altro, che cosa attiri; quali i tuoi capacità vengono lette in maniera positiva dagli altri o in maniera negativa, mentre un social backpacker del nuovo millennio, non fa nulla, non ti mette mai in discussione conferma l’idea che tu hai di te ti rende ancora più facile un qualcosa che forse così facile non dovrebbe essere.
Certamente comprare un viaggio organizzato è più pratico, si risparmia tempo e “stress”, anche se parliamo di uno stress positivo perché organizzare un viaggio, e molti studi scientifici lo dimostrano, è già di per sé un’attività che porta benessere psicofisico. Non voglio stigmatizzare chi prende questa decisione, ma credo che bisogna essere onesti con se stessi e prendere coscienza che sia una scorciatoia, almeno in maniera privata, senza necessariamente esternarla.
Anche rispetto a chi si trova dall’altra parte, ossia i tour operator, si dovrebbero togliere quest’aurea da risolutori di problemi sociali e ammettere semplicemente che hanno letto una mancanza psicosociale e l’hanno trasformata in un’opportunità di business molto redditizia.