Mi chiamo Carlo Crescitelli, ed una delle cose che mi è riuscita senz’altro meglio, nei miei ormai quasi cinquant’anni di vita, è stato viaggiare. Come ho fatto? Come faccio? Me lo chiedete spesso… assai meno spesso mi chiedete che altro non ho fatto e non faccio, pur di realizzare i miei viaggi. La verità è che nessuno di noi è un monolite dall’esperienza uniforme, e basterebbe saper bene impiegare il limitato tempo e le limitate opportunità a  disposizione di ognuno per ritrovarsi, ciascuno a suo modo, un bilancio personale variegato, pieno e soddisfacente… beh, io almeno in parte ci sono riuscito. Tornando a me, credo che la definizione che meglio  mi descriva in questo ambito sia quella di antiviaggiatore.

L’antiviaggiatore

1.    Chi è l’antiviaggiatore?

  Antiviaggiatore è un qualunque soggetto che rivolge al proprio interno le proprie esperienze di viaggio, metabolizzandole ed elaborandole in modo da trarne materia di confronto con il proprio io in evoluzione, farne proficua occasione di crescita e mutamento individuale. In un certo qual senso un po’ tutti lo siamo – è insito nella stessa nostra curiosità di viaggiare – in un altro tutti potremmo forse esserlo meglio e di più…

2.    Hai scritto un libro che si intitola “Come farai a fuggire da te stesso…  se lui continua a correrti dietro?!?” Ritieni che viaggiando si incontri se stesso? E secondo te al giorno d’oggi le persone preferiscono un resort a 5 stelle per non ascoltarsi?

Razionalmente parlando, prescindere da se stessi come punto di partenza per l’osservazione e l’interpretazione della realtà che ci circonda  è per postulazione impossibile; ma diventa invece tuttavia decisamente auspicabile nel momento in cui spostiamo la cosa su di un piano squisitamente emotivo… e la combinazione dei due aspetti fa sì che la situazione di viaggio spesso rappresenti il terreno sul quale meglio e più produttivamente si affronta il proprio sé, misurandolo, facendoci i conti e al tempo stesso superandolo attraverso i filtri e gli specchi delle altre vite possibili che, nell’altrove da te che di volta in volta hai scelto di esplorare, immancabilmente vedi e ti prefiguri. Il tuo giusto esempio del resort a 5 stelle puoi considerarlo un ottimo emblema di occasione mancata, e non tanto per la pratica del lusso in sé, quanto perché la riproposizione di un microclima definito e consueto vanifica molte delle opportunità di autentico scambio interattivo con il luogo di destinazione. Per esplicitare lo stesso concetto io tiro invece in ballo i grandi viaggi in auto, nei quali attraversi sì il mondo in lungo e in largo, ma in effetti, chiuso come sei nella tua scatola mobile personale, non riesci quasi per nulla a respirarne davvero l’aria…

 3.    Quale è la dimensione del viaggio per te?

Direi che non ne ho soltanto una… tanto per cominciare sicuramente quella tutta estetica della fuga – che è parte importante dell’immaginario nostalgico della generazione di hippies invecchiati alla quale appartengo – ma anche la ricerca del meraviglioso in senso letterale inteso, e con ciò voglio dire il diverso, il bizzarro, l’estremo, l’anacronistico, l’inconforme… parliamoci chiaro, proprio tutto quello che è sotto attacco da parte del processo culturale di uniformazione globale che caratterizza i nostri ultimi anni. E’ per questo che viaggiare in modo interessante sta diventando sempre più difficile: perché quasi tutti nel mondo ormai vogliono, costruiscono e ti ripropongono le stesse cose, che il più delle volte sono ahimé proprio quelle dalle quali tu invece vorresti rifuggire…


 4.    Nei tuoi viaggi scegli spesso mete isolate con una natura che urla, come mai prediligi una natura forte rispetto ad una componente culturale molto presente?

 

Al di là dei miei gusti spiccatamente paesaggistici – amo molto gli scenari dell’Atlantico settentrionale ed in genere le latitudini artiche e subartiche, oltre ad avere una netta predilezione per la geografia anglosassone  e scandinava – la scelta di queste solitudini per lo più nordiche è per me come un vero e proprio esercizio di deprivazione sensoriale: frequentando contesti ambientali ardui, scomodi, poco antropizzabili, caratterizzati da scarsa urbanizzazione e da sviluppo  tecnologico finalizzato più alla sopravvivenza che all’agio, provo ad affinare e coltivare le mie capacità ricettive e meditative. Quanto poi all’assenza di componenti culturali rilevanti che vi denunci, come amatore di antiche rotte vichinghe mi permetto di contraddirti spezzando una lancia a favore del ricco retaggio di avventurose migrazioni e contatti etnici di questo popolo oggi invisibile, ma che un tempo, partendo da Norvegia, Islanda e Groenlandia, giunse sia ad incontrare le tribù indiane MicMac sulle coste del Nord America precolombiano in Canada e Massachussetts,  sia a comporre, con i suoi mercenari variaghi, la guardia imperiale di Costantinopoli. Per tacere degli insediamenti angli in Inghilterra meridionale, della fondazione di Dublino in Irlanda, degli avamposti commerciali lungo il Volga nell’area della futura Mosca, dei domini feudali normanni  di Francia e di Sicilia… insomma ce n’è un bel po’, di storia vichinga dimenticata da indagare! A parte il fatto poi che tutte le esplorazioni del Nord del nostro pianeta succedutesi nei secoli sono sempre state originate da una spericolata tenacia che, rasentando i limiti dell’incoscienza con il suo sprezzo del pericolo in assenza di mezzi e supporti adeguati, assai bene testimonia il miglior spirito della positiva intraprendenza umana. E che cos’è questo, se non vera e autentica cultura?

L’antiviaggiatore in relax

5.    Come ha influito nella tua vita la tua maniera di viaggiare?

 

E qui non saprei proprio da dove incominciare a risponderti, perché tutta la mia vita ed i miei comportamenti risultano influenzatissimi dalle mie esperienze di viaggio! Vediamo un po’: ho imparato a guardare con rispetto alle periferie del mondo e della società, nonché ad apprezzare, per gli stessi motivi, i vantaggi e le cose belle della piccola città di provincia in cui vivo; anni fa ho scelto senza esitazione una struttura sanitaria non italiana per sottopormi a degli interventi chirurgici; ho aperto e gestito un punto vendita di arte e arredo etnico; faccio una testa così a mio figlio sull’importanza di parlare le lingue e viaggiare a sua volta; ed infine, come leggete qui, scrivo e racconto di viaggi ogni volta che ne ho l’occasione… può bastare?

 6.    Che differenza c’era tra fare il backpacker negli anni ottanta e farlo ai giorni d’oggi?

 

Era decisamente un altro mondo, dove un giovane come ero io allora riusciva facilmente a sperimentare appieno l’ebbrezza dell’isolamento, e la gioia della totale libertà di azione, in paesi tanto più  affascinanti quanto più sconosciuti e da scoprire. Oggi invece… con le foto cercate su Google ed i video di YouTube, le prenotazioni da casa dei voli low cost, i telefoni cellulari, i laptop e i navigatori satellitari,  tutto mi sembra leggermente più opprimente, non riesci mai a sentirti davvero on the road come piaceva fare a me… o forse invece sono soltanto io che sto invecchiando e non mi vivo più bene le innovazioni tecnologiche, ne capisco sì le tante potenzialità ma senza mai utilizzarle… e poi siamo davvero così sicuri che sia tutto più facile, oggi? Non parlo tanto di raggiungere fisicamente le mete prescelte, mi riferisco piuttosto al raggiungimento dello stato mentale ideale di individuo in viaggio: come fai con il cellulare che ti squilla addosso?

Terra d’Islanda

 7.    Hai detto nelle tue interviste che ritornare nei posti dove eri stato molti anni prima ti delude quasi sempre, perché?

 

Perché i luoghi cambiano nel tempo, e questo tutti quelli che viaggiano lo sanno fin troppo bene: il problema è che purtroppo non cambiano sempre in meglio, vivono parabole ascendenti così come percorsi in discesa verso il declino… Se in un dato posto ci sei voluto tornare, quasi sicuramente è perché lo hai visto in uno dei suoi periodi di massimo splendore: e quindi altrettanto probabilmente succede che ci ricapiti di nuovo  nel corso di una fase minore del  suo ciclo… o forse no, forse invece è perché sei cambiato tu, forse perché non è più la prima volta, insomma, uffa, succede e basta, e ti fa già incazzare abbastanza così, che bisogno c’è di approfondire ancora?

 8.    Il “viaggio vero” dipende dalla scelta del luogo o dalla maniera in cui viaggi?

 

Non del tutto dall’uno né dall’altra, per quanto grande importanza rivestano entrambi questi aspetti: ma il “viaggio vero” prende forma soltanto quando il viaggiatore raggiunge quel particolare stato mentale nel quale riesce a vedersi come dal di fuori, parte integrante e attiva della nuova terra e degli uomini che lo ospitano e con i quali si sta relazionando. Per dirla in altre parole, ha finalmente  conseguito il risultato di.. fuggire da se stesso. E questo, si badi bene, può talvolta succedere anche restando più o meno a casa, così  come pure – sia chiaro anche questo – non deve mica essere sempre così, altrimenti… ma che razza di vita alienata sarebbe?

 9.    L’esperienza più difficile che hai dovuto affrontare viaggiando da solo.

 

E’ stato ad Algeciras, in Andalusia: un tentativo notturno di forzatura della porta della camera della pensione dove alloggiavo, fortunosamente vanificato all’averla io ben bloccata con il chiavistello, prima di andare a dormire. Risultato: nottata trascorsa insonne sul balcone (con l’armadio spinto dietro l’uscio) e la proficua consapevolezza che il pericolo in viaggio può essere sempre dietro l’angolo, specie quando meno te lo aspetti. Da allora e di norma, adotto sempre qualche precauzione in più del necessario, evitando categoricamente qualunque situazione che io non percepisca come ultrasicura; in viaggio da solo, con le sole tue forze e risorse ti tocca cavarti fuori da ogni possibile sgradito impiccio, quindi di brutte sorprese non voglio mai neanche lontanamente correre il rischio…  e vi dico che fareste bene anche voi ad essere per regola sempre molto guardinghi.

10. Il luogo che ti è entrato più nel cuore e perché.

 

Allora… uno solo, sì? E quale potrebbe essere allora? La grande provincia canadese, con le sue bizzarre ambientazioni retro da vecchio film western? O i paesaggi mozzafiato da fiaba norrena delle sperdute e dimenticate Faroe Islands? Gli interi Stati Uniti d’America, per avermi proiettato non meno di sei mesi avanti nel futuro e per la bella e trasparente ansia di etica della loro gente? No, no, L’Irlanda dimessa e polverosa, e al tempo stesso irresistibilmente allegra grazie alla luminosa simpatia e incantevole faccia tosta degli irlandesi…  Uffa, ma io alla fine un vero e proprio luogo del cuore mica ce l’ho: e che antiviaggiatore sarei se no? Davvero volete saperne di più su quello che mi è piaciuto in giro per il mondo?  Se vi va, potreste cercare i libri dove lo racconto… fatelo a questi links:

 

Carlo Crescitelli – L’antiviaggiatore

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=454175

 

Carlo Crescitelli – Come farai a fuggire da te stesso… se lui continua a correrti dietro?!?

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=627267

Francesca Di Pietro

Francesca Di Pietro

Psicologa e Viaggiatrice. Giro il Mondo e studio la personalità dei viaggiatori! Ho visitato più di 60 paesi molti dei quali da sola. Per me il viaggio è uno strumento di crescita personale. Ho creato questo sito per tutti quelli che amano viaggiare da soli o che vorrebbero iniziare a farlo.

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